Lo sbarco di Aramco, il colosso petrolifero statale dell’Arabia Saudita, nel settore del gas naturale è una delle grandi novità dei mercati energetici globali del 2025. E mostra come l’asse geopolitico tra Riad e gli Stati Uniti non si muova solo nella direzione del presenzialismo americano in Medio Oriente ma anche verso l’attrattività di investimenti strategici sistemici nel territorio americano.
L’Arabia Saudita vuole partecipare al grande gioco dell’energia e a maggior ragione questo significa affiancare al petrolio il gas naturale in una fase di grande evoluzione sistemica, con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) che prevede un aumento del consumo di fonti fossili da qui alla metà del secolo e eloquenti analisi che prevedono che al paradigma della transizione energetica si sostituirà quello dell’aggiunta energetica, col boom delle rinnovabili che sarà complementare e non sostitutivo a una crescita continua delle fonti tradizionali.
Aramco, con 1.600 miliardi di dollari di valutazione ottava società al mondo e prima non americana per capitalizzazione borsistica, ha capitali e margini di manovra. Dal 2019 ha investito almeno 100 miliardi di dollari e ora sotto la guida dell’amministratore delegato Amin Nasser sta lavorando tanto per aumentare la produzione interna sia per alzare il potenziale dell’export e fare sponda con gli Usa.
Sul primo piano, gli occhi sono puntati sull’espansione del maxi-giacimento di Jafurah, nell’Est del Paese, che si prevede custodisca 75 miliardi di barili di petrolio e quasi 7 trilioni di metri cubi di gas naturale. Ad agosto Aramco ha venduto il 49% della sussidiaria Jafurah Midstream Gas Company a un consorzio con a capo il maxi-fondo americano BlackRock e prevede dal 2026 di accelerare l’estrazione dell’oro blu.
Jafurah, secondo il Financial Times, raggiungerà la piena operatività nel 2030 e da solo potrà garantire una quantità di estrazione annua paragonabile a quella dell’intera ExxonMobil, una delle maggiori società energetiche statunitensi. Aramco ha di recente alzato i target di estrazione per il 2030, ritoccando l’obiettivo per puntare a un incremento innalzato dall’80 al 90% rispetto al livello del 2021, quando ha estratto circa 120 miliardi di metri cubi. In vista di fine decennio, la quota di investimenti sarà sostanziale per poter sfidare la principale potenza gasiera del Golfo, il Qatar. Nota il Ft che ad oggi “il Qatar produce circa il doppio del gas dell’Arabia Saudita”, Paese che “genera gran parte della sua energia bruciando petrolio greggio, ma sta costruendo una flotta di nuove centrali elettriche a gas e punta a una ripartizione pressoché equa tra gas ed energie rinnovabili entro il 2030”. Per l’Arabia Saudita gas a buon prezzo può voler dire un mix energetico più bilanciato, carburante per una crescente industria manifatturiera, una fonte alternativa di export oltre al greggio.
E qui veniamo al secondo punto: il rapporto con gli Usa. Aramco sta diventando un asset strategico nel rapporto con Washington e lo si è visto anche durante la recente visita alla Casa Bianca del principe ereditario Mohammad bin Salman (Mbs), che alla corte di Donald Trump ha portato una mole crescente di investimenti. Sia in patria che negli Usa, l’Arabia Saudita si è impegnata a innalzare la prospettiva espansionistica del mercato del gas naturale liquefatto (Gnl), fonte di export preferita da Washington.
L’analista di scenari energetici Cyril Widdershoven ha scritto sul suo profilo LinkedIn un’ampia e documentata analisi in cui mostra, in particolare, la mole di investimenti previsti dai sauditi negli Usa: “A maggio 2025, la compagnia petrolifera aveva già presentato 34 accordi preliminari con aziende statunitensi per un valore fino a 90 miliardi di dollari, che comprendevano un’ampia gamma di progetti, tra cui GNL, ammodernamenti delle raffinerie, intelligenza artificiale, materiali avanzati e finanziamenti. A questi ultimi seguono ora altri 17 memorandum d’intesa, che aggiungono altri 30 miliardi di dollari in potenziali progetti, dal GNL alla produzione e all’approvvigionamento di servizi”. L’impegno di investimento copre oltre un decimo dei 1.000 miliardi di dollari che i sauditi hanno promesso di investire negli Usa nei prossimi decenni.
Per Aramco entrare nel mercato Usa significa poter accedere a tecnologie pregiate, economie di scala, innovazione tecnologica e a un mercato ricco e florido. Per Mbs e il suo governo sono la garanzia di un solido patto con gli Usa, che potrebbe arrivare al Sacro Graal della concessione dei caccia F-35 oggi garantiti solo a Israele. Per gli Usa, invece, questi investimenti rappresentano una garanzia dei buoni rapporti coi sauditi di fronte alle crescenti sirene cinesi nel Golfo e la contropartita per i colossali investimenti in intelligenza artificiale e data center in arrivo nel Regno wahabita. Per la geopolitica dell’energia, un patto americano-saudita sul gas, e il Gnl in particolare, rafforza le tendenze sulla durata delle fonti fossili e contribuisce a costruire un asse alternativo alle grandi direttrici terrestri, come quella russo-cinese. E può potenzialmente avvicinare all’Occidente geopolitico, in prospettiva anche della normalizzazione con Israele nel quadro degli Accordi di Abramo, uno dei Paesi più strategici del Medio Oriente.