L’economia italiana cresce. Ma chi pagherà il conto domani?

Tommaso Scarpellini

23 Gennaio 2026 - 08:23

Crescita, spread in calo e mercati fiduciosi. Ma dietro l’equilibrio apparente si accumulano debito e fragilità. La domanda non è se funzioni, ma quanto può durare.

L’economia italiana cresce. Ma chi pagherà il conto domani?

C’è chi la chiama nuova epoca d’oro. E chi indica un numero preciso per dimostrarlo. Lo spread tra BTP e Bund tedeschi si è ristretto, quello con l’OAT francese pure. Per molti è la prova che l’Italia è tornata credibile, che il rischio è rientrato, che il mercato “ha capito”.

Ma la finanza insegna una regola semplice e crudele: quando tutto sembra diventare facile, il conto di solito arriva dopo.
La riduzione dello spread non nasce nel vuoto. È figlia di un contesto molto specifico, fatto di spesa che aumenta, tassi che scendono e rischio che viene temporaneamente anestetizzato. Funziona, certo. Stimola prezzi, sostiene obbligazioni e azioni, migliora il sentiment. Ma la domanda inevitabile resta sullo sfondo, quasi fastidiosa: chi pagherà davvero questo equilibrio apparente?

Il ritorno dell’espansione fiscale

Nel biennio 2025–2026 l’Europa ha archiviato definitivamente la parentesi dell’austerità. La spesa pubblica è tornata ad essere lo strumento principale di gestione economica. Infrastrutture, difesa, transizione energetica, sussidi settoriali, incentivi industriali. Tutto insieme.

Il debito pubblico dell’area euro resta stabilmente sopra il 90% del PIL. Quello italiano supera il 140%. E nonostante la fine delle misure emergenziali, i disavanzi strutturali rimangono elevati. Questo significa una cosa molto chiara: la crescita osservata oggi può essere in parte comprata, non generata.

Dal punto di vista dei mercati, però, il meccanismo è potente. Più spesa significa più domanda, più flussi, più entrate fiscali nel breve termine. I conti migliorano ciclicamente, i rendimenti scendono, lo spread si comprime. Ma è una dinamica che si regge su un presupposto fragile: la possibilità di continuare a finanziare il debito a costi sostenibili.

Il credito privato torna protagonista

La seconda gamba di questo equilibrio è il settore corporate. Le grandi imprese europee stanno tornando massicciamente sul mercato del credito. Utilities, energia, banche, assicurazioni. Emissioni di bond ibridi, subordinati, green, convertibili. Il mercato assorbe tutto.

Gli spread investment grade sono tornati vicini ai minimi di ciclo. Il costo del capitale si è ridotto in modo evidente. Questo viene spesso letto come segnale di solidità. In realtà è soprattutto un indicatore di abbondanza di liquidità e di ricerca di rendimento.

Il problema non è l’accesso al credito in sé, ma il contesto in cui avviene. La leva finanziaria complessiva del sistema sta risalendo proprio mentre la crescita reale resta modesta. Molto debito viene usato per rifinanziare debito esistente, per sostenere dividendi, per operazioni difensive. Non per aumentare strutturalmente la produttività.

Tassi in calo, ma PIL potenziale basso

La terza dinamica è quella monetaria. Con inflazione stabilizzata intorno al 2%, la BCE ha portato i tassi al 2% e il mercato sconta una politica più accomodante nel medio termine. Ma attenzione al motivo per cui i tassi scendono.
Non scendono perché l’economia corre. Scendono perché non può permettersi che salgano. Il PIL potenziale dell’Eurozona è stimato intorno all’1–1,3%. Ben lontano dai livelli pre-2008. Questo crea una combinazione delicata: il costo del debito diminuisce, ma la capacità di generare reddito non accelera.
Ed è qui che nasce lo squilibrio macro-finanziario.

Lo squilibrio silenzioso

Più debito pubblico per sostenere la domanda.
Più debito privato per finanziare investimenti e rifinanziamenti.

In questo contesto la sostenibilità non dipende tanto dal livello nominale dei tassi, quanto dal differenziale tra crescita reale e costo del capitale. Se la crescita resta strutturalmente bassa, anche tassi moderati diventano nel tempo un peso crescente.
È così che si accumula una fragilità silenziosa. Non esplode subito. Si trasmette lentamente. Attraverso maggiore debito, maggiore pressione fiscale futura, minore capacità di assorbire shock.

Lo spread basso oggi non è una garanzia. È una scommessa implicita sul fatto che questo equilibrio possa durare abbastanza a lungo da non dover mai essere corretto bruscamente.

Il rischio non è oggi

Il punto cruciale è questo: il rischio non è immediato. È differito. È spostato nel tempo. Infatti è proprio questo che lo rende pericoloso.

Finché la liquidità resta abbondante, finché la BCE resta accomodante, finché il mercato globale continua a cercare rendimento, il sistema regge. Anzi, appare solido. Ma basta uno shock esogeno, una recessione globale, una crisi geopolitica o un’inflazione che non rientra come previsto, per rendere improvvisamente visibile ciò che oggi è nascosto.

Quindi…

La crescita che stiamo osservando non è falsa. Ma non è nemmeno gratuita. È una crescita che anticipa benefici e rinvia costi. La storia finanziaria mostra che questo tipo di equilibrio può durare più a lungo di quanto si pensi, ma non dura per sempre.
Capire questo non significa essere pessimisti. Significa essere consapevoli. Perché in finanza, il problema non è crescere oggi. È sapere chi, e come, pagherà il conto domani.