In Italia il 2% dei posti di lavoro è vacante. Ma da cosa dipende davvero?

Alberto De Pasquale

28/10/2024

Il 2023 è stato l’anno record per la mancanza di manodopera e il tasso di posizioni lavorative non occupate, anche se la media dell’Eurozona è ancora più alta.

In Italia il 2% dei posti di lavoro è vacante. Ma da cosa dipende davvero?

Quando si parla dei problemi del mercato del lavoro è probabile riferirsi al tasso di disoccupazione, spesso preso a riferimento come principale indicatore del mancato allineamento tra domanda e offerta. Ma non è l’unico.

C’è anche il tasso di posti di lavoro vacanti, che ribalta la prospettiva: non si concentra su coloro che cercano un impiego ma, al contrario, su chi offre una posizione lavorativa e non riesce a trovare qualcuno che possa ricoprirla. Per dirla diversamente, la quantità di posti vacanti esprime quanta offerta di lavoro rimane insoddisfatta: il lavoro c’è, ma i lavoratori mancano.

Il motivo? Il primo è facile intuirlo, se si pensa che una delle strategie con cui i datori di lavoro affrontano la carenza di personale è offrire paghe più alte. L’incentivo economico, tuttavia, come sottolineato dalla Banca d’Italia, che in uno studio ha indagato le ragioni alla base del cosiddetto mismatch nel mercato del lavoro, non è l’unica leva: il lavoro diventa attraente con condizioni più flessibili, opportunità di sviluppo professionale e anche maggiore sicurezza. Secondo Eurostat, nel secondo trimestre del 2024 il tasso di posti vacanti in Italia è stato del 2,1%, in calo di 0,3 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2023. Si tratta di un valore più basso della media dell’Eurozona, che è del 2,6%, e ben al di sotto anche dei tassi rilevati in Germania (3,1%) e Francia (2,8%), ma più alto di quello della Spagna (0,9%).

L’equilibrio sul tasso di posti di lavoro vacanti è delicato. Con un valore molto basso potrebbe aumentare la disoccupazione, come conseguenza di un’offerta di lavoro non adeguata. Ma anche un tasso alto non è necessariamente una buona notizia, perché potrebbe indicare problemi più ampi (anche legati al mondo dell’istruzione), come la difficoltà dei datori di lavoro a trovare candidati con le giuste competenze. E naturalmente potrebbe anche essere il segnale di una mancanza di stimoli da parte degli aspiranti lavoratori rispetto al tipo di impiego offerto o alle condizioni economiche.

Con la crisi economica del 2022 il tasso di posti vacanti è crollato un po’ ovunque nell’Eurozona, mentre nella fase post-Covid i tassi di posti di lavoro vacanti sono tornati a crescere. Soprattutto in Italia dove, nonostante il valore sia più basso della media, nel 2023 è stato raggiunto il tasso medio annuo (2,3%) più alto mai toccato dal 2016 (primo anno di riferimento per questo dato, secondo Eurostat). Come successo anche in altri paesi, dopo la pandemia, con la crescita del Pil e l’inizio di un ciclo economico espansivo, anche l’Italia si è ritrovata con un forte aumento della carenza di manodopera: a livello territoriale in particolare nelle regioni del Nord e a livello settoriale soprattutto nell’edilizia, nella manifattura, nell’ICT e tra i tecnici e i professionisti STEM.

Come segnalato dallo studio di via Nazionale, l’Italia rappresenta un caso di studio molto particolare. Il nostro Paese ha un tasso di partecipazione femminile al lavoro particolarmente basso, del 64% nel 2023, contro una media Ue di oltre il 74%, che limita di molto la platea dei potenziali lavoratori. Inoltre, pesa anche la questione demografica, con il tasso di fertilità di appena 1,24 nati vivi per donna nel 2022 (contro una media Ue di 1,46), che contribuisce all’invecchiamento della popolazione e quindi anche alla contrazione della forza lavoro.