Il futuro dell’Ilva resta un rebus e oggi più che mai abbiamo contezza del rischio che la desertificazione industriale travolga l’acciaio italiano.
Lo avevamo scritto in tempi non sospetti, a gennaio 2024: c’era il rischio di una Spoon River industriale per il polo siderurgico tarantino e per gli impianti gestiti da Acciaierie d’Italia nel resto del Paese, primo fra tutti quello di Genova. Saltata la trattativa con gli azeri di Baku Steel, che hanno perso interesse per l’acquisto dell’Ilva, ora il percorso verso il futuro è una corsa a fari spenti.
Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nella giornata di martedì 21 ottobre lo ha definito "il dossier più difficile, critico e sfidante, che abbiamo ereditato e che stiamo cercando di portare a compimento”. Ma il governo Meloni rischia di inserirsi nell’elenco degli esecutivi che nell’ultimo quindicennio non hanno saputo dipanare il bandolo della matassa dell’ex Finsider.
Baku Steel si è ritirata dall’acquisto di Acciaierie d’Italia, joint venture tra Invitalia e Arcelor Mittal, dopo che gli alti costi dell’energia, le difficoltà nella previsione di una ripartenza della produzione dai 2 ai 5-6 milioni di tonnellate annue ritenuti basilari per garantire sostenibilità all’Ilva e l’assenza di prospettive politiche per un ampliamento dell’investimento hanno fatto decadere l’interesse. Assonime ha riportato di recente in un corposo report che la carenza di acciaio dettata dalla mancanza di strategia per l’Ilva ha prodotto tra il 2011 e il 2023 una perdita di PIL pari a 24 miliardi di euro, 17 dei quali imputabili al Sud Italia. In un mondo contraddistinto dalla sovrapproduzione asiatica, dal deprezzamento del materiale e dall’aumento dei dazi va inoltre tenuto conto, nota Assonime, del fatto che «il settore dell’acciaio fronteggia un potenziale aggravio dei costi per la filiera derivanti da alcune politiche climatiche dell’Unione Europea come, ad esempio, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) e la riforma del sistema ETS con la progressiva eliminazione delle quote gratuite per i permessi di inquinamento.»
Il terreno di gioco è scivoloso e in un contesto che vede l’intera industria dell’acciaio italiana soffrire (produzione scesa da 21,1 a 20 milioni di tonnellate nel 2024) oramai al potere politico restano poche opzioni. La prima opzione è potenzialmente la più onerosa: farsi carico in primo piano di vasti costi di riconversione industriale. L’altoforno non appare più una via praticabile per il futuro di Taranto. Il declino dell’automotive italiano riduce lo spazio che può essere concesso all’acciaio da minerale nella filiera industriale e lascia pensare che il polo possa diventare l’hub della produzione a forno elettrico per la gestione del ciclo del rottame.
La seconda opzione è quella della cessione a tutto campo di Acciaierie d’Italia finalizzata a esternalizzare i rischi di riconversione. Significherebbe, potenzialmente, risparmiare costi e fare economia ma al prezzo di perdere la residua sovranità sul dossier. Roma starebbe, secondo “Energia Oltre”, puntando sugli indiani di Jindal. La testata sottolinea che “il gruppo indiano ha offerto 80 milioni, più il valore di magazzino. Una cifra che non si avvicina neanche lontanamente a quella offerta dal gruppo azero, che aveva messo sul piatto 950 milioni di euro (450 milioni cash più 500 milioni per il magazzino)” in un contesto che vede il gruppo agire dopo che “ha presentato un’offerta di acquisizione per l’unità siderurgica del conglomerato tedesco Thyssenkrupp, il maggiore produttore di acciaio in Germania”. Fare cassa sugli asset appare remoto: un altro concorrente per Ilva, l’americano Flacks Group, invece, offre la cifra simbolica di un euro per gli interi asset promettendo una garanzia occupazionale e di farsi carico di ogni costo. Ilva è vista come una liability prima che come un asset, con investimenti necessari a cambiarle pelle. In entrambi i casi lo Stato avrebbe poca voce in capitolo sul futuro industriale dell’ex acciaieria più grande d’Europa.
Infine, si potrebbe percorrere una strada finora mai contemplata: la vendita a pezzi di Acciaierie d’Italia, che indica otto soggetti che hanno fatto presente il loro interesse per singoli asset: Renexia (Gruppo Toto), Industrie Metalli Cardinale (IMC), Marcegaglia, Cordata Marcegaglia + Sideralba, CAR Srl, Cordata Marcegaglia + Profilmec + Eusider, Eusider e Trans Isole. Un’opzione dolorosa ma che potrebbe rendersi necessaria se la vendita collettiva dell’Ilva non riuscisse a essere contemplata né ADI proponesse una seria strategia alternativa. La consapevolezza che una lunga storia industriale possa essere vicina alla sua travagliata fine è sempre più forte. E emerge la sensazione di una sconfitta dell’industria italiana e di una perdita di sovranità economica che, salvo soluzioni in extremis, difficilmente potrà essere evitata senza un serio progetto di investimento e rilancio che non appare all’orizzonte.