Lo hanno detto in più sede e in più occasioni: se Kamala Harris e Tim Walz vinceranno le elezioni presidenziali Usa del 5 novembre, la libertà di parola e di espressione sui social sarà messa in seria discussione. Con il pretesto di combattere la “disinformazione”, le “ingerenze straniere” e le “fake news” i dem, infatti, intendono imporre alle piattaforme social di imprimere una stretta sul “free speech” sul web, a costo di sacrificare i diritti sanciti dalla Costituzione degli Stati Uniti.
Nei giorni scorsi, durante un intervento al World Economic Forum, John Kerry ha affermato che il Primo Emendamento degli Stati Uniti rappresenta un «grave ostacolo» nella lotta contro la disinformazione, dichiarando che la libertà di parola «impedisce di eliminare completamente» le false informazioni.
Kerry ha sottolineato come l’assenza di regolamentazione sui social media stia aggravando il problema, affermando: «Le persone selezionano da sole le loro fonti di informazione, creando un circolo vizioso». Ha poi aggiunto che le democrazie globali «stanno lottando con l’assenza di una sorta di arbitro della verità» e che «non c’è nessuno che definisca cosa siano davvero i fatti”. Il Primo emendamento afferma che il Congresso»non potrà emanare leggi per il riconoscimento di una religione o per proibirne il libero culto, o per limitare la libertà di parola o di stampa o il diritto dei cittadini di riunirsi in forma pacifica e d’inviare petizioni al governo per la riparazione dei torti subiti". L’America vorrebbe quindi seguire l’esempio dell’Ue e del Digital Service Act (DSA) introdotto nei mesi scorsi.
Il ritorno di Hillary Clinton
L’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, candidata alla Casa Bianca nel 2016, ha recentemente dichiarato che la diffusione della disinformazione sul web dovrebbe essere considerata un crimine, sottolineando in un’intervista a MSNBC con Rachel Maddow l’importanza di “incriminare i russi” coinvolti nell’interferenza elettorale del 2016, ma aggiungendo che ci sono anche “americani impegnati in questo tipo di propaganda” che potrebbero essere civilmente o penalmente accusati. Affermazioni gravissime, poiché Clinton ha suggerito che perseguire i cittadini statunitensi sarebbe un “deterrente migliore”, dato che è improbabile che i russi siano processati negli Stati Uniti. Il Wall Street Journal osserva che Clinton ha proposto un “concetto legale innovativo”, poiché vuole che americani siano arrestati per discorsi politici (ovvero, le opinioni), se questi discorsi rispecchiano quelli promossi dai russi. Una follia totalitaria. Il giornale evidenzia la pericolosità di tale proposta per il Primo Emendamento, notando che Clinton si preoccupa solo della disinformazione che sembra favorire Donald Trump. Infatti, come sottolineato nell’articolo, l’ex Segretario di Stato americano non ha fatto alcun riferimento ai “51 ex funzionari dell’intelligence” che nel 2020 dichiararono che la storia del laptop di Hunter Biden aveva “tutti i segni distintivi di un’operazione informativa russa”, diffondendo così false informazioni, nonostante il laptop fosse reale.
Come nota il giornalista Aaron Maté, “Hillary Clinton chiede incriminazioni penali e sanzioni civili contro gli americani «coinvolti» nella diffusione di “propaganda«. Per sostenere la sua argomentazione contro la libertà di parola, invoca la truffa del Russiagate che a sua volta è stata il prodotto della propaganda della sua stessa campagna”. Il celebre giornalista Glenn Greenwald rincara la dose contro l’ex Segretario di Stato, sottolineando che, se la misura auspicata da Clinton fosse realmente applicata, i primi due a finire in prigione dovrebbero essere proprio lei e Rachel Maddow, entrambe responsabili di aver diffuso massicciamente notizie false, come quelle relative al Dossier Steele e al caso dei server di Alfa Bank, storie che sono state successivamente smentite. Ipocrisia e malafade per l’ex First lady ossessionata dalla»disinformazione".
Anche Walz contro il Primo emendamento
Anche il candidato vicepresidente Tim Walz si è speso contro il Primo emendamento degli Stati Uniti. In un’intervista che risale al 2022, Walz ha affermato che non esiste «nessuna garanzia di libertà di parola» riguardo alla disinformazione o al discorso d’odio, specialmente in relazione alla democrazia. Si tratta di una palese forzatura poiché la Corte Suprema Usa ha chiarito che non esiste un’eccezione per il «discorso d’odio» nel Primo Emendamento. La libertà di parola protegge anche le opinioni considerate «odiose» dal governo, al pari di altre opinioni. Si chiama democrazia, a cui i dem sembrano voler rinunciare. È per questo motivo che Elon Musk, patron di X (Ex Twitter) ha affermato che le elezioni presidenziali americane sono cruciali per la libertà di espressione: i democratici hanno scoperto le carte e intendono di limitare il dibattito pubblico e censurare opinioni divergenti. Ad ogni costo.