La scorsa settimana il CdA di Acea, azienda di proprietà pubblico-privata, con la maggioranza delle quote detenuta da Roma Capitale, con soci di minoranza quali l’azienda francese SUEZ e l’imprenditore Francesco Caltagirone, ha deliberato la cessione totale delle quote di Acea Energia ad Eni Plenitude.
L’offerta era arrivata ad inizio giugno, e prevedeva una valutazione della target alla data del 31 dicembre 2024 pari a 460 milioni di Euro, oltre al riconoscimento della cassa netta per un importo pari a circa 128,5 milioni, per un ammontare complessivo pari a 588,5 milioni di euro. Un bel gruzzolo versato per assicurarsi un pacchetto oltre 1,4 milioni di clienti tra elettricità e gas, la maggior parte dei quali si trovano – ca va sans dire - proprio a Roma.
Quella che a prima vista appare come una delle tante operazioni di mercato, può però riconsiderato in un quadro generale. Già perché, più o meno nelle stesse giornate in cui Eni Plenitude formalizzava l’acquisizione di Acea Energia, una quota pari al 20% della stessa Plenitude veniva acquisita dal fondo americano Ares Management Corporation per una cifra tutt’altro che di poco conto: due miliardi di euro.
Ennesimo caso in cui fondi americani (come dimenticarci dell’acquisizione della rete di Tim da parte del fondo a stelle e strisce KKR) entrano o acquisiscono capitali delle aziende strategiche del nostro paese. Segno piuttosto evidente di un’intesa geopolitica, che lasca alla finanza il compito di regolare i rapporti di forza tra centro e periferia dell’impero americano.
Plenitude, con un fatturato di oltre 10 miliardi, è di gran lunga il maggior venditore di gas ed energia del nostro paese e l’acquisizione di Acea Energia lo dimostra ancor di più. Tuttavia, non solo la capogruppo ENI è stata oggetto proprio lo scorso anno di una cessione importante delle quote in capo al MEF, facendo scendere la partecipazione dello stesso ministero sotto al 2%, ma pure le sue più importanti controllate vengono cedute in toto o in parte.
Destino simile ad altri grandi aziende private del settore energetico di cui abbiamo scritto di recente come SARAS o il Gruppo API, anch’esse convogliate o in via di, verso l’estero.
Eppure, i tempi recenti avrebbero dovuto dimostrare plasticamente l’importanza del settore energetico e della stabilità dei prezzi per la concorrenza delle aziende e per non far finire sul lastrico le famiglie. Affidarsi per questo a player esteri, in un mondo in cui gli scontri geopolitici sono all’ordine del giorno non pare poi così saggio.