Le piattaforme crypto che promettono inclusione e libertà finanziaria stanno decentralizzando l’accountability, eludendo la regolazione e lasciando i piccoli investitori senza protezioni.
Negli ultimi anni è emersa una nuova generazione di piattaforme basate su blockchain che offrono accesso «sintetico» a strumenti finanziari come azioni frazionate, indici e token a rendimento. Queste soluzioni si presentano come rivoluzionarie, promettendo regolamenti istantanei, accesso globale e assenza di intermediari. Tuttavia, sotto la superficie brillante e il linguaggio tecnico sofisticato, si cela una realtà che istituzioni, regolatori e utenti non possono più permettersi di ignorare.
Queste piattaforme non decentralizzano il potere nel senso della governance partecipata, ma frammentano la responsabilità legale su una rete di entità offshore, contratti intelligenti non verificati e interfacce utente che oscurano i reali rischi. Al centro del sistema vi sono prodotti tokenizzati che replicano l’esposizione ad asset reali, senza però trasferire alcun titolo legale. L’utente non acquisisce proprietà, ma una rappresentazione sintetica: programmabile, scambiabile, ma in ultima analisi priva di tutela giuridica.
In caso di fallimento della piattaforma, sospensione dei rimborsi o insolvenza del custode, l’utente si ritrova senza alcun diritto di rivalsa. Non esistono schemi di protezione degli investitori, doveri fiduciari o, in molti casi, entità regolamentate cui rivolgersi. [...]
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