La Germania dopo il disastro di Fukushima ha deciso di dismettere le centrali nucleari commettendo un grave errore: i costi energetici sono saliti alle stelle.
Il costo dell’energia elettrica in Italia è tra i più alti in Europa. Oltre al nostro Paese, però, anche un’altra grande economia europea non se la passa particolarmente bene: la Germania, spesso utilizzata come termine di paragone con il nostro Paese. Se qui il costo dell’energia elettrica nel 2024 e nel 2025, ma anche nelle prime tendenze di quest’anno, risulta tra i più elevati d’Europa, in Germania i prezzi sono sì inferiori rispetto a quelli italiani, ma comunque molto alti rispetto alla media del continente.
Per fare un paragone concreto si può prendere come riferimento il mese di marzo dello scorso anno, quando il prezzo dell’energia in Italia era di circa 121 euro per MWh, contro i 78 euro per MWh registrati in Germania. Si può quindi affermare che, in media, il costo energetico in Italia sia circa il 40% più alto rispetto a quello tedesco. Questo significa che entrambe le nazioni presentano comunque tariffe tra le più elevate in Europa.
In Germania, però, è in corso una delle transizioni energetiche più costose al mondo. Fino a pochi anni fa gran parte dell’energia elettrica tedesca veniva prodotta dalle centrali nucleari. Dopo il disastro di Fukushima in Giappone nel 2011, tuttavia, il governo guidato dall’allora cancelliera Angela Merkel decise di dismettere progressivamente tutte le centrali nucleari del Paese. L’ultimo reattore è stato spento nel 2023. Da allora la Germania ha avviato una transizione energetica verso fonti rinnovabili, ma questo processo si sta rivelando molto costoso.
A sottolinearlo è stato anche l’attuale cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha dichiarato: «Stiamo portando avanti la transizione energetica più costosa al mondo. Non conosco nessun altro Paese che stia rendendo le cose così costose e difficili come la Germania».
Dismettere le centrali nucleari ha fatto aumentare i costi energetici
Un’analisi condotta da J.P. Morgan ha cercato di valutare gli effetti della chiusura delle centrali nucleari. Secondo il rapporto, se la Germania avesse mantenuto operative le proprie centrali nucleari oggi produrrebbe il 50% in meno di elettricità da combustibili fossili, importerebbe l’84% in meno di gas e avrebbe emissioni molto più basse. Alla luce di questi dati, molti osservatori ritengono che la decisione di dismettere il nucleare si sia rivelata un grave errore, soprattutto considerando le tensioni geopolitiche degli ultimi anni che hanno fatto impennare il prezzo del gas e, di conseguenza, quello dell’energia elettrica.
Secondo le stime, nel 2024 il costo dell’elettricità è stato circa il 25% più alto rispetto a quanto sarebbe stato se una quota significativa della produzione fosse rimasta nucleare. Questo aumento si è riversato non solo sui consumatori, ma soprattutto sulle imprese.
Conseguenze soprattutto sulle industrie
Le conseguenze si vedono soprattutto nel settore industriale. Non è un caso che l’industria tedesca negli ultimi anni stia attraversando una fase di forte difficoltà. I prezzi dell’elettricità per uso industriale in Germania risultano fino a tre volte più alti rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina. Questo comporta una significativa perdita di competitività rispetto alle industrie americane e asiatiche. In alcuni settori ad alta intensità energetica la produzione sta diminuendo e diverse aziende stanno valutando di trasferire parte delle attività in Paesi dove l’energia costa meno.
Tornare indietro, però, è ormai molto difficile. Riavviare le centrali nucleari dismesse comporterebbe costi estremamente elevati. Secondo alcune stime, riattivare anche un solo reattore nucleare in Germania potrebbe costare tra uno e tre miliardi di dollari. Inoltre molti impianti sono già stati parzialmente smantellati, rendendo il loro ripristino particolarmente complesso se non impossibile.
Per questo motivo la Germania punta ora ad accelerare la transizione energetica verso una produzione sempre maggiore di elettricità da fonti rinnovabili, nella speranza di ridurre nel lungo periodo i costi dell’energia e recuperare competitività economica.
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