Negli ultimi anni, le maggiori compagnie petrolifere e del gas hanno intrapreso una serie di cambiamenti strategici che sembrano indicare una perdita di fiducia nel futuro del loro core business.
Le recenti decisioni di ridurre gli investimenti in nuovi progetti e di incrementare i rendimenti per gli azionisti suggeriscono una tendenza chiara: un graduale declino gestito.
Nonostante petrolio e gas continueranno a essere fonti energetiche fondamentali per le economie globali ancora per decenni, l’accelerazione delle tecnologie rinnovabili, come eolico, solare e biocarburanti, sta generando una forte incertezza sui prezzi futuri dei combustibili fossili. Il settore è notoriamente caratterizzato da investimenti ad alta intensità di capitale e da lunghi tempi di realizzazione dei progetti. Ridurre ora le spese in conto capitale (capex) significa inviare un chiaro segnale sulla traiettoria di lungo termine delle compagnie.
Le aziende stanno dunque affrontando una difficile scelta strategica: mantenere alti gli investimenti in nuovi giacimenti per garantire la continuità della produzione oppure ridurre le spese e restituire liquidità agli azionisti, rischiando però di compromettere la capacità di estrazione futura. Il contesto geopolitico ed economico globale aggiunge ulteriori variabili a questa equazione, con politiche energetiche sempre più orientate alla sostenibilità e alla riduzione delle emissioni di CO₂.
Le grandi compagnie europee del settore hanno recentemente ridimensionato o addirittura abbandonato i loro investimenti nelle rinnovabili. Ciò ha permesso di riallocare capitali verso il petrolio e il gas, ma con un approccio più prudente: la crescita della produzione è prevista essere nulla o limitata a singole cifre basse entro la fine del decennio.
Shell ha ridotto le sue previsioni di spesa annua a 20-22 miliardi di dollari fino al 2028, rispetto ai precedenti 22-25 miliardi, mantenendo stabile la produzione di petrolio a 1,4 milioni di barili al giorno, ma puntando su un incremento del 4-5% annuo nelle vendite di gas naturale liquefatto (GNL). Al contempo, ha incrementato i rendimenti per gli azionisti al 40-50% del flusso di cassa operativo.
BP ha ridotto gli investimenti annui a 13-15 miliardi di dollari, rispetto ai 16,2 miliardi previsti per il 2024, optando per una strategia simile focalizzata sui dividendi.
TotalEnergies segue un percorso analogo, con un aumento dei ritorni per gli investitori a scapito della spesa per nuove iniziative energetiche.
Anche negli Stati Uniti, il trend è simile, con le principali compagnie che cercano di ottimizzare i profitti riducendo gli investimenti. Tuttavia, l’unica eccezione rilevante è ExxonMobil, che ha deciso di incrementare gli investimenti tra 28 e 33 miliardi di dollari all’anno dal 2026 al 2030, rispetto ai 27,5 miliardi del 2024, con l’obiettivo di espandere la produzione da 4,3 a 5,4 milioni di barili al giorno. La sua posizione dominante nei bacini petroliferi del Permiano (USA) e offshore in Guyana le consente di adottare una strategia più espansiva rispetto ai concorrenti occidentali.
Due decenni fa, la grande preoccupazione dell’industria era il “picco dell’offerta”, ovvero il timore che le riserve di combustibili fossili non sarebbero state sufficienti a soddisfare la domanda crescente. Oggi, la narrativa si è ribaltata: il concetto di “picco della domanda” sta guadagnando terreno. I consumi di benzina negli Stati Uniti e in Cina mostrano segnali di stagnazione, mentre l’espansione delle energie rinnovabili accelera il declino del fabbisogno globale di petrolio.
Nemmeno la crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha alterato questa traiettoria. Sebbene abbia temporaneamente rallentato la transizione verso fonti alternative, la spinta verso una maggiore indipendenza energetica ha portato molti governi a incentivare la produzione domestica e le rinnovabili.
Parallelamente, il settore sta affrontando nuove pressioni da parte degli investitori e della società civile per ridurre le emissioni e migliorare la sostenibilità ambientale. I governi di tutto il mondo stanno introducendo regolamenti più stringenti sulle emissioni di carbonio e incentivi per le energie pulite, costringendo le aziende petrolifere a ripensare i loro modelli di business.
Nel breve termine, le strategie adottate dalle principali compagnie petrolifere sono vantaggiose per gli investitori, grazie all’aumento dei dividendi e dei riacquisti di azioni. Tuttavia, nel lungo periodo, la riduzione degli investimenti potrebbe compromettere la capacità di queste aziende di mantenere la loro rilevanza in un sistema energetico in trasformazione.