Il costo dell’energia in Italia sembrerebbe ormai strutturalmente più elevato rispetto alla media europea, con uno scarto che nel 2024 si è attestato intorno al 12,6% secondo le rilevazioni di settore. Un differenziale di questa portata non riguarda soltanto le bollette domestiche: si propaga lungo tutta la catena del valore industriale, ridisegnando i margini aziendali e, di riflesso, le prospettive di alcuni titoli quotati a Piazza Affari.
La domanda che molti investitori si pongono non è se questo scenario cambierà a breve, ma piuttosto quali settori potrebbero trasformare questo squilibrio in un vantaggio competitivo relativo.
Il contesto macro: perché il costo dell’energia ridisegna i portafogli
Per comprendere le implicazioni di borsa di un differenziale energetico così pronunciato, occorre partire da una lettura strutturale del fenomeno. L’Italia sconta una dipendenza storica dalle importazioni di gas naturale, una capacità di stoccaggio inferiore alla media continentale e una rete di distribuzione che incorpora costi regolatori significativi. Il risultato è che il prezzo pagato da famiglie e imprese rimane sistematicamente al di sopra della media.
Eni e il paradosso del produttore integrato
Il primo nome che emerge da qualsiasi ragionamento su energia e borsa italiana è Eni. Il gruppo integrato di San Donato Milanese opera su tutta la catena: estrazione, raffinazione, distribuzione e, sempre più, generazione da fonti rinnovabili tramite la controllata Plenitude. Quando i prezzi dell’energia salgono, le divisioni upstream tendono a generare flussi di cassa superiori alle attese, anche se la divisione retail assorbe parte della pressione competitiva.
Quello che sembrerebbe interessante, in ottica di medio periodo, è la capacità del gruppo di monetizzare le proprie riserve di gas naturale liquefatto in un momento in cui l’Europa cerca ancora di diversificare le forniture. I risultati del primo trimestre 2025 hanno confermato una generazione di cassa operativa robusta, anche in uno scenario di prezzi del petrolio moderati intorno agli $70-75 al barile. Il dividendo, che negli ultimi anni ha mostrato una certa stabilità, potrebbe continuare a rappresentare un elemento di rendimento per chi cerca protezione dall’inflazione energetica senza abbandonare il mercato azionario.
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Enel e la transizione come leva di margine
Il discorso su Enel è più articolato e per certi versi controintuitivo. Come utility integrata, il gruppo è sia vittima che beneficiario dei prezzi alti: sopporta costi di approvvigionamento elevati sul mercato wholesale, ma al tempo stesso opera in un regime regolatorio che consente, entro certi limiti, il trasferimento dei costi alla tariffa. La vera leva, tuttavia, sembrerebbe trovarsi nella crescita della capacità rinnovabile, che abbassa il costo marginale di produzione nel lungo periodo.
Il piano industriale presentato dalla nuova governance ha ridefinito le priorità di investimento, concentrandosi su mercati core e riducendo l’esposizione alle geografie più volatili. Per un investitore retail con orizzonte pluriennale, Enel potrebbe offrire un profilo di rischio-rendimento più leggibile rispetto ad altri operatori energetici, anche se la componente del debito societario rimane un fattore da monitorare con attenzione, soprattutto in un contesto di tassi ancora elevati.
Saipem e la domanda strutturale di infrastrutture energetiche
Un angolo meno esplorato dal grande pubblico riguarda i servizi alle compagnie energetiche. Saipem, dopo la complessa ristrutturazione finanziaria completata tra il 2022 e il 2023, sembrerebbe aver ritrovato una traiettoria operativa più solida. La società si colloca in un segmento che beneficia indirettamente dei prezzi alti: quando le major petrolifere e gasifere generano margini elevati, tendono ad accelerare i propri piani di investimento in nuove infrastrutture, e Saipem è tra i principali fornitori di servizi di ingegneria e costruzione offshore in Europa e Africa.
Rimane però un titolo con profilo di rischio elevato, adatto a una quota marginale di portafoglio e non come sostituto di strumenti a capitale garantito.
Il ruolo delle rinnovabili e delle utility minori
Accanto ai grandi nomi, il mercato italiano ospita operatori più piccoli specializzati nella generazione da fonti rinnovabili come Terna, Italgas o Acea, che operano in segmenti regolati e potrebbero offrire una correlazione positiva con i prezzi dell’energia, unita a una volatilità contenuta. Non sono titoli di crescita rapida, quindi attenzione.
I dividendi di Terna, Italgas e Acea oltretutto rappresentano un vero motore di rendimento per gli investitori, grazie a cedole storicamente generose. Per l’esercizio in corso, i rendimenti lordi stimati (dividend yield) si attestano su livelli molto competitivi, oscillando tra il 4% e il 5,4%. Questa combinazione non è da sottovalutare perché operando in regime di monopolio regolato con ricavi garantiti dall’Autorità pubblica (ARERA), queste società godono di flussi di cassa che per certi versi sono protetti (anche se naturalmente non invincibili).
Quindi?
Come sempre, il confine tra un’opportunità e un rischio mal calibrato dipende dall’orizzonte temporale, dalla diversificazione già in portafoglio e dalla propria tolleranza alle oscillazioni di breve periodo.