Il costo del tuo PAC lo decidi tu. Il rendimento lo decide il mercato

Sal da Rendite Passive

31 Agosto 2026 - 16:55

Su un piano di accumulo il rendimento è un’ipotesi, il costo è un dato. Commissioni, bollo e spese correnti: quanto pesano davvero su vent’anni.

Il costo del tuo PAC lo decidi tu. Il rendimento lo decide il mercato

Chi avvia un piano di accumulo confronta quasi sempre la stessa cosa: quale ETF comprare. È la domanda naturale, ed è anche quella su cui si concentra la maggior parte del materiale informativo disponibile.

Molto più raramente ci si chiede quanto costi eseguirlo. Eppure è l’unica variabile del rendimento futuro che si conosce già oggi con precisione, prima ancora di aver versato il primo euro.

Le voci che compongono il costo

I costi di un piano di accumulo non stanno in una riga sola. Si sommano, e alcuni non compaiono mai come addebito riconoscibile.

  • La commissione per ordine è la più visibile. Può essere fissa, oppure una percentuale del controvalore con un minimo applicato. Su un versamento piccolo il minimo pesa moltissimo: due euro su un ordine da 250 sono lo 0,8 per cento, prelevato prima ancora che l’investimento inizi a produrre.
  • La frequenza dei versamenti moltiplica quella voce. Dodici esecuzioni all’anno costano il triplo di quattro, a parità di capitale investito. Chi versa mensilmente per disciplina personale sta pagando la disciplina.
  • La borsa di esecuzione cambia le condizioni anche a parità di intermediario. Lo stesso strumento quotato su mercati diversi può avere tariffe diverse, e non sempre la scelta è evidente al momento dell’ordine.
  • Lo spread è la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita. Non viene addebitato, viene incorporato nel prezzo, e su strumenti poco scambiati o su orari di bassa liquidità si allarga.
  • Il cambio valuta interviene quando lo strumento è denominato in una valuta diversa da quella del conto. Anche qui l’addebito raramente compare come voce separata.
  • Il costo dello strumento, cioè le spese correnti dell’ETF, si somma a tutto il resto. Viene prelevato internamente dal fondo e non appare mai su nessun estratto conto.

Prese una per una sembrano voci minori. Il punto è che agiscono tutte insieme, su ogni singola esecuzione, per tutta la durata del piano.

Lo stesso piano, otto conti diversi

Per capire quanto pesino davvero serve tenere fermo tutto il resto. Il meccanismo del piano di accumulo, come funziona e come viene tassato, è identico ovunque lo si esegua: non cambiano lo strumento, la strategia o il livello di rischio.

Ho messo a confronto otto intermediari sullo stesso piano da 250 euro al mese e sullo stesso ETF. Si va da zero a 65,88 euro l’anno di commissioni.

Stessa cifra, stessa cadenza, stesso prodotto. Cambia soltanto dove viene eseguito l’ordine.

Perché sessantacinque euro non sono sessantacinque euro

Qui sta il punto che sfugge più spesso.

Su un orizzonte di vent’anni, 65,88 euro all’anno fanno circa 1.300 euro di commissioni pure. Sembra una cifra sopportabile su un capitale versato di 60.000 euro.

Ma ogni euro pagato in commissioni è un euro che non viene investito, e che quindi non produce a sua volta. Ipotizzando un rendimento annuo del sei per cento, la differenza finale tra lo stesso piano eseguito a costo zero e lo stesso piano con quella commissione arriva a circa 2.500 euro. Poco più della metà è denaro mai investito, il resto è il rendimento che quel denaro non ha potuto generare.

Lo stesso meccanismo vale per le altre voci. Con le stesse ipotesi, la sola imposta di bollo sottrae oltre 2.700 euro nell’arco del piano. E la differenza tra uno strumento con spese correnti molto contenute e uno più caro, sempre a parità di tutto il resto, può superare i 5.000 euro.

Sono cifre indicative, costruite su un’ipotesi di rendimento che nessuno può garantire. La direzione però non dipende dall’ipotesi: il costo è certo, il rendimento no.

L’unica variabile che si conosce in anticipo

Chi avvia un piano di accumulo non sa quanto renderà. Può stimare, può guardare le serie storiche, ma il numero resta ignoto fino alla fine.

I costi funzionano al contrario. Sono scritti nel documento informativo, sono verificabili prima di aprire il conto, e restano identici che il mercato salga o scenda. Nell’anno buono se ne parla poco perché il rendimento li copre. Nell’anno negativo si sommano alla perdita.

Questo li rende l’unica leva su cui l’investitore ha controllo pieno e immediato. Non richiede previsioni, non richiede tempismo, non richiede di indovinare niente.

Cosa guardare prima di aprire il conto

Le domande utili in fase di confronto sono poche e tutte verificabili in anticipo.

  • Quanto costa un singolo ordine sull’importo che si intende versare, non su un importo generico.
  • Se esiste una lista di strumenti a condizioni agevolate, e se comprende lo strumento che interessa.
  • Se il minimo di commissione rende più conveniente versare meno spesso, e quanto.
  • Su quale mercato viene eseguito l’ordine e a quali condizioni.
  • Se ci sono costi di custodia oltre all’imposta di bollo.
  • Come viene gestito il cambio valuta, se rilevante.
  • Quali sono le spese correnti dello strumento scelto.

Il confronto va fatto sui propri numeri. Le tabelle costruite su un ordine da 5.000 euro dicono poco a chi ne versa 250 al mese, perché la struttura dei minimi ribalta completamente la classifica.

È per questo che il calcolatore con cui ho messo a confronto gli otto intermediari, su RenditePassive, parte dall’importo e dalla frequenza invece che da una classifica precompilata. Cambiando quei due valori l’ordine dei risultati cambia.

La domanda che conviene porsi

Un piano di accumulo funziona perché ripete la stessa operazione per molti anni. È esattamente questa ripetizione a rendere i costi rilevanti: una differenza minima moltiplicata per centinaia di esecuzioni smette di essere minima.

Prima di scegliere cosa comprare, vale la pena calcolare quanto costa comprarlo. Il rendimento non lo decide l’investitore. Il costo sì.