Negli ultimi anni, la maggior parte dei settori borsistici globali ha visto crescere i propri rendimenti in maniera significativa. Tuttavia, il settore energetico si distingue come uno dei comparti meno performanti, se non addirittura negativo.
Nell’ultimo semestre, è stato l’unico comparto a registrare una performance negativa, con un calo del quasi -7%, una perdita concentrata principalmente negli ultimi tre mesi.
Al contrario, lo stesso trimestre ha visto l’S&P 500 crescere di quasi l’8%, trainato soprattutto dal settore delle utilities, che ha beneficiato delle rinnovate preoccupazioni di una contrazione economica e dall’instabilità politica legata alle imminenti elezioni presidenziali statunitensi.
Anche il settore tecnologico ha continuato a registrare una crescita apparentemente inspiegabile.
Il “mistero” del settore energetico
Come mai il settore energetico è l’unico a essere rimasto in negativo? Sembrerebbe paradossale, considerando che uno dei temi centrali della discussione economica degli ultimi anni è stata l’inflazione, alimentata in larga parte dall’aumento dei costi energetici, in particolare in Europa, dove i conflitti geopolitici e le sanzioni verso la Russia hanno esacerbato la situazione.
Tuttavia, la situazione attuale del mercato energetico si trova a fronteggiare un fenomeno quasi opposto: un’ondata di «deflazione».
Secondo i dati più recenti relativi all’Indice dei Prezzi al Consumo (IPC), la componente legata all’energia ha mostrato segni di rallentamento. Nell’ultimo trimestre del 2024, il contributo dell’energia all’IPC ha visto un calo del 2,1%, con una riduzione significativa dei prezzi del petrolio e di altre fonti energetiche. Questo calo ha avuto un impatto diretto sulla performance delle aziende del settore, che dipendono fortemente dai prezzi delle materie prime come petrolio e gas naturale.
Il legame tra materie prime ed energie
Le aziende quotate nei principali indici azionari energetici operano principalmente nel settore del petrolio e del gas naturale, e di conseguenza i loro risultati sono strettamente correlati all’andamento dei prezzi di queste materie prime.
Nell’ultimo semestre, il prezzo del greggio (USOIL) è crollato di circa il 20%, mentre il gas naturale è rimasto sostanzialmente in pareggio. La forte dipendenza dall’andamento del prezzo del petrolio ha penalizzato molte aziende del settore energetico, contribuendo alla loro sottoperformance rispetto agli altri settori dell’S&P 500.
Per esempio, l’Energy Select Sector SPDR Fund (XLE), l’ETF numero uno per asset under management (AUM) nel settore energetico, ha visto una performance deludente rispetto ad altri comparti. Con un AUM di oltre $40 miliardi, XLE è un indicatore significativo dello stato di salute del settore energetico. Questo ETF è ampiamente esposto alle principali compagnie petrolifere e di gas naturale. Analizziamo più da vicino le prime tre società che costituiscono l’ossatura di questo ETF: ExxonMobil (XOM), Chevron (CVX) e ConocoPhillips (COP).
ExxonMobil (XOM): La più grande delle compagnie petrolifere quotate nell’S&P 500, così come le altre due.
Analisi della performance
Guardando alla performance dell’ETF XLE, si può osservare un calo significativo nel corso dell’ultimo trimestre. Sebbene l’S&P 500 abbia registrato una crescita dell’8% nello stesso periodo, XLE ha subito una contrazione vicina al 7%, in linea con il calo del prezzo del petrolio.
Questo conferma la stretta correlazione tra l’andamento dei prezzi delle materie prime energetiche e la performance delle aziende energetiche.
XLE, 1D
Grafico a candele giornaliere dell'XLE. Fonte: baha.com