Le quotazioni dell’arabica sono ai minimi da mesi dopo un raccolto record in Brasile, mentre il mais corre sui tagli alle stime di produzione di Usda e Commissione europea. Una divergenza che pesa sulla filiera alimentare italiana.
Nei primi venti giorni di settembre le quotazioni del caffè arabica sono scese di circa il 20%, secondo l’analisi della società di ricerca agrifood Areté. Sui listini finanziari, i futures Arabica dell’ICE di New York viaggiano oggi intorno ai 278,6 centesimi di dollaro per libbra: -10,6% nell’ultimo mese e oltre -25% da inizio anno.
Un raccolto record capovolge il mercato del caffè
A pesare sui prezzi è soprattutto il ritorno delle piogge in Brasile, primo produttore mondiale, dopo mesi di siccità nelle aree chiave come il Minas Gerais. La Companhia Nacional de Abastecimento (Conab), l’agenzia statistica del ministero dell’Agricoltura brasiliano, ha alzato il 24 settembre la stima del raccolto 2026 a un record storico di 67,6 milioni di sacchi da 60 kg, il 19,6% in più rispetto all’anno precedente, con la componente arabica a 48,2 milioni di sacchi (+35% sulla campagna precedente) e la robusta a 19,4 milioni (-7%).
Il dato, riportato da Forbes Brasil, è corroborato da un’altra ricostruzione giornalistica brasiliana indipendente, Conexão Tocantins, e da Reuters.
Il mais corre in direzione opposta
Mentre il caffè scende, il mais sale. A settembre i futures sul Cme hanno guadagnato circa il 12% rispetto alla media di agosto, l’Euronext il 4% e il contratto 103 di Bologna - benchmark per il mercato italiano - circa il 7%, sempre secondo l’analisi Areté ripresa dalle due testate citate.
Il rialzo riflette due tagli quasi simultanei alle stime di produzione: il rapporto Wasde dell’Usda di settembre ha ridotto la produzione Usa 2026/27, abbassando la resa media a 178,5 staia per acro (-2,2 rispetto ad agosto) e la superficie raccolta a 88,5 milioni di acri, per un calo della produzione complessiva di circa l’1,3% sul mese precedente; la Commissione europea, dal canto suo, ha rivisto al ribasso il raccolto Ue 2026/27 a circa 50-50,6 milioni di tonnellate, il 17% in meno rispetto al 2025.
Quale impatto per il consumatore italiano?
L’Italia è tra i principali trasformatori mondiali di caffè verde, con una filiera di torrefazione che dipende quasi interamente dalle importazioni. Un arabica più economico allenta, in teoria, i costi di approvvigionamento delle torrefattrici, anche se lo scarico sui prezzi al consumo richiede in genere diversi mesi e non è mai automatico.
Il mais più caro va nella direzione opposta e pesa sui costi dei mangimi zootecnici e dell’industria alimentare trasformata, mentre l’inflazione alimentare resta un fattore che le banche centrali, Bce compresa, continuano a monitorare da vicino. Per chi investe in materie prime tramite Etc o fondi, la vicenda mostra come, all’interno dello stesso comparto agricolo, i driver di offerta locali - meteo, rese - possano generare movimenti opposti e non correlati tra le singole commodity.
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