I Paesi che perdono e guadagnano più turisti nel 2026

Emanuele Di Baldo

Crisi geopolitiche, climatiche e relativo stress dei rapporti internazionali. Tutto questo porta a un cambiamento dei viaggi in tutto il mondo, con effetti diretti sul turismo. Ecco i dati 2026

I Paesi che perdono e guadagnano più turisti nel 2026

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C’è un modo silenzioso ma impietoso di misurare la salute di un Paese: contare quante persone decidono di visitarlo. E il 2026 ha riscritto la classifica. La pandemia è ormai un ricordo lontano, i confini sono riaperti da tempo, eppure la mappa mondiale del turismo non è affatto tornata quella del 2019. Anzi, si è ridisegnata, spinta da guerre, tensioni diplomatiche, ondate di calore e nuove strategie economiche.

Il risultato è un paradosso solo apparente: mentre alcune destinazioni hanno polverizzato i loro record storici, altre - un tempo mete ambitissime - si ritrovano oggi con gli aeroporti mezzi vuoti. A fotografare tutto questo è il report Tourism Trends and Policies 2026 dell’OCSE, che confronta gli arrivi turistici internazionali tra il 2019 e il 2025 in 53 economie. Da un lato i nuovi motori del viaggio globale, dall’altro i grandi sconfitti, spesso vittime di conflitti che nulla hanno a che vedere con l’ospitalità. Ecco chi vince, chi perde e perché.

La classifica dei Paesi che perdono e guadagnano più turisti nei viaggi internazionali del 2026

I numeri parlano chiaro e disegnano due mondi opposti. In cima alla classifica dei guadagni c’è l’Arabia Saudita, con un impressionante +67% di arrivi rispetto al 2019, seguita da Marocco (+53%) ed Egitto (+47%): un asse Medio Oriente-Nord Africa che ha letteralmente cambiato passo. Poco sotto esplode il Sud America, con Brasile (+46%), Colombia (+45%) e Cile (+33%) tutti abbondantemente oltre i livelli pre-pandemia. All’estremo opposto, la voragine: Israele crolla del 71%, il dato peggiore in assoluto, davanti a Irlanda (-32%), Argentina (-23%) e Perù (-22%).

Nel mezzo, un Occidente in chiaroscuro. Colpisce vedere tra i Paesi in perdita anche gli Stati Uniti (-14%) e il Canada (-11%), due mercati storicamente forti, e soprattutto la presenza di grandi nazioni europee sotto la linea di galleggiamento: Germania (-6%) e Italia (-5%). Sul fronte opposto brillano invece Norvegia (+28%), Serbia (+27%), Portogallo (+20%), Spagna (+16%) e Francia (+12%), a conferma di un continente che nel complesso ha recuperato, ma a velocità molto diverse tra un confine e l’altro.

Paesi che perdono e guadagnano più turisti Paesi che perdono e guadagnano più turisti Classifica 2026
Paesi che guadagnano più turisti Paesi che perdono più turisti
1. Arabia Saudita +67% Israele -71%
2. Marocco +53% Irlanda -32%
3. Egitto +47% Argentina -23%
4. Brasile +46% Perù -22%
5. Colombia +45% Thailandia -17%
6. Giappone +34% Estonia -16%
7. Cile +33% Ungheria -15%
8. Norvegia +28% Lituania -15%
9. Serbia +27% Lettonia -14%
10. Danimarca +22% Stati Uniti -14%
11. Turchia +21% Canada -11%
12. Portogallo +20% Nuova Zelanda -9%
13. Lussemburgo +19% Germania -6%
14. Slovenia +16% Costa Rica -6%
15. Spagna +16% Australia -6%
16. Islanda +14% Italia -5%
17. Francia +12% Romania -4%
18. Grecia +11% Indonesia -4%
19. Paesi Bassi +11% Svizzera -1%
20. Svezia +11% Slovacchia -2%

*Variazione degli arrivi turistici internazionali 2019-2025

Fonte: «Tourism Trends and Policies 2026», report OCSE (01/07/2026)

Arabia Saudita, Marocco e... ecco cosa ci dice davvero la classifica 2026

Dietro le percentuali si nasconde una storia di scelte politiche ed economiche. Il boom dell’Arabia Saudita non è frutto del caso: è la traduzione in numeri del piano Vision 2030, la scommessa con cui Riad prova a smarcarsi dalla dipendenza dal petrolio. Visti turistici semplificati, capacità aerea potenziata e miliardi riversati in attrazioni culturali ed eventi hanno trasformato un Paese storicamente chiuso in una delle mete a crescita più rapida del pianeta. Un modello che ha fatto scuola anche per Marocco ed Egitto, spinti dalla domanda di Mediterraneo e Nord Africa.

Ma il dato che pesa più di ogni altro è quello, tragico, di Israele. Il -71% non è una crisi turistica: è l’onda lunga della guerra a Gaza, esplosa nell’ottobre 2023, che ha di fatto azzerato i flussi in ingresso. Il turismo, qui, diventa un termometro del conflitto. Non è un caso isolato: nell’Asia-Pacifico, Thailandia (-17%), Nuova Zelanda (-9%), Australia (-6%) e Indonesia (-4%) pagano ancora le lunghissime chiusure delle frontiere durante la pandemia. E fanno riflettere gli Stati Uniti a -14%, segno che nemmeno la prima potenza mondiale è immune da un clima internazionale teso e da politiche sui visti sempre più restrittive. Insomma, si viaggia ma si sceglie con attenzione dove andare; e sempre più spesso a decidere non è la bellezza di una meta, ma la sua stabilità.

La situazione (negativa) dell’Italia

E l’Italia? Qui scatta il vero paradosso. Il Belpaese chiude a -5% rispetto al 2019, restando cioè sotto i livelli pre-pandemia sul parametro degli arrivi internazionali misurato dall’OCSE. Un dato che stona clamorosamente con la percezione di stagioni estive da tutto esaurito e, soprattutto, con i risultati dei diretti concorrenti: la Spagna vola a +16%, la Francia a +12%, la Grecia a +11%. Tre rivali diretti che ci hanno staccati.

Come è possibile? La risposta non sta nella mancanza di attrattività - il patrimonio italiano non ha eguali, no? - ma nel modello di gestione. Spagna e Francia hanno costruito una strategia-Paese integrata, in cui promozione internazionale, infrastrutture, dati e destagionalizzazione dialogano tra loro. L’Italia, al contrario, continua a soffrire di debolezze strutturali: forte frammentazione regionale, scarsa integrazione tra mobilità, promozione e raccolta dati, e investimenti a macchia di leopardo, come sottolinea la stessa OCSE.

C’è poi un elemento statistico da non trascurare: il confronto è fatto sui soli arrivi internazionali del 2019, un anno record. Altri indicatori - presenze, turismo di prossimità, crescita dei piccoli borghi - raccontano un settore comunque vivo. Ma il messaggio della classifica resta netto: senza una regia nazionale capace di distribuire il valore turistico sul territorio, l’Italia rischia di correre più piano proprio mentre i vicini accelerano. E questo non solo nel campo turistico.

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