I datacenter costano il doppio rispetto a 5 anni fa. Chi pagherà il conto alla fine?

Tommaso Scarpellini

5 Settembre 2026 - 15:23

I datacenter costano il doppio di cinque anni fa. Eppure NVIDIA batte ogni record. Questo nonostante il debito cresca, ma forse è questo il piano.

I datacenter costano il doppio rispetto a 5 anni fa. Chi pagherà il conto alla fine?

Costruire un datacenter oggi costerebbe il doppio rispetto a cinque anni fa: chi sta davvero sostenendo questo conto astronomico, e soprattutto chi lo pagherà quando la festa finirà? Secondo molti, chiunque stia investendo in big tech USA. E alla luce della trimestrale di NVDA, sembrerebbe una cosa a cui fare attenzione.

L’hardware non è software: perché i costi dell’AI pesano come il cemento

Il punto di partenza è tecnico, ma risulta essenziale per comprendere tutto il ragionamento che seguirà. Costruire infrastrutture per l’intelligenza artificiale non assomiglia minimamente allo sviluppo di un’applicazione: richiede cemento, energia su larga scala, chip fisici ad altissima densità computazionale e cablaggio specializzato. Si tratta di capitale fisso ingente, con cicli di ammortamento che si misurano in decenni, non in trimestri.

Il costo per ogni gigawatt di potenza installata nei datacenter di nuova generazione avrebbe raggiunto i $60 miliardi nel 2026, il doppio rispetto ai $30 miliardi di cinque anni prima. Questo raddoppio non sembrerebbe un’anomalia congiunturale: potrebbe rappresentare la nuova struttura di costo permanente dell’industria tecnologica globale.

Il mercato obbligazionario come motore dell’espansione

Il meccanismo attraverso cui le grandi piattaforme digitali starebbero finanziando questa escalation infrastrutturale è il mercato delle obbligazioni societarie. Quando un’azienda emette titoli di debito, raccoglie liquidità immediata promettendo cedole periodiche e la restituzione del capitale a scadenza: uno strumento classico, ma che in questo contesto assume dimensioni inusuali.

Amazon, Meta, Alphabet, Microsoft e Oracle, che tra il 2020 e il 2024 emettevano insieme circa $47 miliardi annui in titoli obbligazionari, avrebbero collocato $113 miliardi nel solo 2025 e $159 miliardi nei primi cinque mesi del 2026, con un incremento del 47% rispetto all’intero anno precedente. Amazon da sola avrebbe emesso oltre $72 miliardi nel 2026, con operazioni da $37 miliardi a marzo e $25 miliardi nei mesi estivi, a fronte di un piano di spese in conto capitale da $200 miliardi per quell’anno.

NVIDIA: quando i numeri raccontano una storia diversa

A chi guarda questi volumi di debito con preoccupazione, la trimestrale di NVIDIA offrirebbe però una prospettiva alternativa e tutt’altro che secondaria. I ricavi del produttore di chip avrebbero generato una crescita anno su anno superiore al 69%. L’utile netto si sarebbe attestato intorno ai $18 miliardi nello stesso periodo, quasi triplicato rispetto a dodici mesi prima.

Questi numeri non sembrerebbero quelli di una bolla alimentata da aspettative irrazionali: sembrerebbero i risultati di un’azienda che sta vendendo pale durante una corsa all’oro, con ordini reali, margini reali e domanda che continuerebbe ad accelerare.

Il debito non è il problema: è lo strumento

Sarebbe un errore concettuale trattare l’emissione massiccia di debito come un segnale di debolezza strutturale. Le grandi corporate americane ricorrono al mercato obbligazionario non perché manchino di liquidità, ma perché farlo conviene: il costo del debito, anche in un contesto di tassi elevati, risulterebbe spesso inferiore al rendimento atteso degli investimenti che finanziano.

Emettere obbligazioni a lungo termine per costruire infrastrutture che genereranno ricavi per decenni è esattamente la logica finanziaria con cui si costruiscono autostrade, reti elettriche e aeroporti. Il debito diventa un problema solo quando i flussi di cassa generati dagli asset finanziati non riescono a coprire il servizio del debito stesso.

E qui torna rilevante la trimestrale di NVIDIA: se la domanda di capacità computazionale continua a crescere ai ritmi attuali, gli iperscalatori che costruiscono datacenter potrebbero trovarsi nella posizione di chi ha investito in capacità produttiva prima di un ciclo espansivo lungo e profondo.

Cosa rende sostenibile questo modello, e cosa potrebbe incrinarlo

La sostenibilità dell’intera architettura finanziaria sembrerebbe poggiare su tre condizioni che si tengono reciprocamente. Prima condizione: che la domanda di servizi cloud e AI continui a crescere a ritmi sufficienti da giustificare la capacità installata. Seconda condizione: che i modelli di intelligenza artificiale continuino a richiedere hardware sempre più potente, impedendo che l’hardware attuale diventi obsoleto prima di aver generato rendimenti adeguati.

Terza condizione: che il costo del debito rimanga gestibile rispetto ai flussi di cassa operativi, che nel caso di Amazon, Alphabet e Microsoft sembrerebbero al momento ampiamente sufficienti. Il rischio non sembrerebbe nel debito in sé, ma in uno scenario in cui due o più di queste condizioni venissero meno contemporaneamente: una contrazione della domanda enterprise combinata con un aumento dei tassi e con un salto generazionale nell’efficienza dei chip potrebbe comprimere i margini molto più velocemente di quanto le scadenze obbligazionarie permettano di adattarsi.

Quindi?

Il raddoppio del costo dei datacenter non sarebbe semplicemente una notizia del settore tecnologico: potrebbe rappresentare un segnale strutturale su come l’intelligenza artificiale stia ridisegnando i flussi del debito globale. Le grandi piattaforme digitali, un tempo emblema del modello aziendale a bassa intensità di capitale, sembrerebbero essersi trasformate in emittenti sistematici di debito a lunghissimo termine, finanziando hardware che potrebbe diventare obsoleto ben prima della scadenza delle obbligazioni emesse per acquistarlo.

Chi valutasse questi titoli esclusivamente sulla base del rendimento lordo rischierebbe di sottovalutare tre variabili che si sommano in modo silenzioso: la sensibilità ai tassi propria delle scadenze ultra-lunghe, lo svantaggio fiscale specifico per il residente italiano e l’incertezza sul ritorno degli investimenti infrastrutturali degli iperscalatori nel lungo periodo. Prima di chiedersi quanto rende un’obbligazione Amazon 2066, potrebbe valere la pena chiedersi chi, tra quarant’anni, sarà chiamato a restituire quel denaro, e a quali condizioni di mercato.

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