I media occidentali hanno più volte scritto e raccontato che la Cina sarebbe afflitta da un grande doppio problema sistemico: la sua economia consumerebbe poco ma al contempo investirebbe troppo. Mentre la seconda parte dell’affermazione, quella relativa sgli investimenti eccessivi, è effettivamente un problema reale, il primo assunto non è affatto vero.
Lo ha spiegato anche Ruchir Sharma, presidente del Rockefeller International, in un articolo pubblicato dal Financial Times dal titolo “Il mito del consumatore cinese represso”. Il contenuto del pezzo confuta la versione secondo la quale la Cina si sarebbe prefissata di diventare una potenza manifatturiera negli anni ’80 e di aver, da quel momento in poi, limitato la spesa dei suoi stessi consumatori per investire i loro risparmi nella realizzazione di porti e fabbriche.
Ebbene, non ci sarebbe alcun “consumatore represso” in Cina. Basta dare un’occhiata a cosa è accaduto in questo secolo: in termini reali, la spesa dei consumatori privati in Cina è cresciuta di oltre l’8% all’anno, di gran lunga più velocemente che in qualsiasi altra economia del pianeta. Negli ultimi anni, tra l’altro, la crescita della spesa dei consumatori ha rallentato nella maggior parte dei Paesi a causa dell’invecchiamento della popolazione e del calo dei redditi reali. È quindi scesa anche in Cina al 5% annuo, ma il Dragone era e resta in ottima compagnia. E in ogni caso quello cinese è un dato comunque superiore a quello di qualsiasi altra grande economia del mondo.
Un’incomprensione di fondo
L’incomprensione di fondo si baserebbe in buona parte sulla quota di consumi nel pil cinese, che si attesta appena al 40%, ben al di sotto della media globale. L’anomalia – se così possiamo definirla - non deriva però dalla lenta crescita dei consumi d’oltre Muraglia, bensì dal fatto che l’altra grande componente del pil del Dragone, gli investimenti – in infrastrutture, immobili, industrie di esportazione – è cresciuta ancora più rapidamente, attestandosi in media al 10% all’anno nel corso di questo secolo.
La quota dei consumi sul pil cinese si attesterebbe intorno al 55%. Non solo: anche la spesa al consumo è cresciuta molto più rapidamente in Cina rispetto alle potenze manifatturiere asiatiche consolidate e più recenti, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Indonesia alla Malesia. “Eppure, in qualche modo, le richieste di liberazione dei consumatori cinesi persistono, accanto alle crescenti prove della crescita costante della loro spesa”, ha scritto Sharma fotografando appieno il misunderstanding sul quale si basa la maggior parte delle analisi occidentali riguardanti questo particolare dossier cinese.
I consumi in Cina
Scendendo nei dettagli e analizzando la spesa dei consumatori cinesi, notiamo come la crescita sembri indebolirsi principalmente per i servizi, non per i beni. Attenzione però: se si considerano i servizi forniti dal governo cinese a un costo minimo o nullo - tra cui assistenza sanitaria e istruzione - i consumi aumentano significativamente in percentuale del pil. Gli investimenti, d’altra parte, sono chiaramente eccessivi, pari al 40% del pil e pressoché pari ai consumi.
In un’economia tipica, gli investimenti sono inferiori ai consumi in percentuale del pil, ma più importanti per il ciclo economico. C’è chi sostiene, dunque, che la spesa al consumo in Cina sia cresciuta a un ritmo senza precedenti a livello mondiale e non abbia molto margine di accelerazione, soprattutto considerando che molte famiglie sono profondamente indebitate...