Come si sceglie davvero un BTP? Ci sono decine di teorie in circolazione, ma quasi nessuno ti spiega la prima variabile che dovresti guardare prima di ogni altra.
Oggi la curva dei rendimenti ha un’impostazione che potrebbe sembrare rassicurante, ma che risulterebbe profondamente diversa rispetto a un mese fa, e ancora più diversa rispetto a un anno fa.
Capire come muoversi su questa curva potrebbe fare la differenza, nel corso di un anno, fra un rendimento fermo al 2% e uno che potrebbe avvicinarsi al 4%.
Perché la scadenza non è un dettaglio
I BTP, per quanto vengano spesso trattati come un blocco unico e omogeneo, non sarebbero affatto tutti uguali. Esistono diverse discriminanti che ne determinano il comportamento, ma una delle più rilevanti in chiave di pianificazione patrimoniale sarebbe proprio la scadenza.
La scadenza indicherebbe semplicemente la data in cui lo Stato italiano si impegnerebbe a restituire il capitale nominale investito. Ma dietro questa definizione apparentemente semplice si nasconderebbe un concetto molto più delicato, quello della duration.
La duration potrebbe essere descritta, in termini generici, come una misura della sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei tassi di interesse. Più lunga sarebbe la scadenza, più alta tenderebbe a essere la duration, e di conseguenza più ampie potrebbero risultare le oscillazioni di prezzo nel corso della vita del titolo.
Cos’è la curva e perché cambia forma
La curva dei rendimenti metterebbe in relazione le scadenze dei titoli di Stato con i rendimenti corrispondenti, offrendo una fotografia di come il mercato starebbe prezzando il rischio e il tempo. Questa curva potrebbe assumere diverse forme, e ognuna racconterebbe una storia diversa.
Una curva normale, cioè crescente, indicherebbe che i rendimenti aumenterebbero all’allungarsi della scadenza, situazione che il mercato considererebbe fisiologica. Una curva piatta suggerirebbe invece che la differenza fra breve e lungo termine si sarebbe ridotta quasi ad azzerarsi, un segnale che alcuni analisti potrebbero interpretare come un momento di incertezza.
Una curva invertita, in cui i rendimenti a breve superassero quelli a lungo, sarebbe storicamente associata a fasi di tensione più marcata sui mercati, anche se ogni lettura andrebbe sempre contestualizzata e non presa come verità assoluta.
Perché la scadenza conta per l’asset allocation
Qui arriveremmo al punto probabilmente più sottovalutato da chi si avvicina ai BTP per la prima volta.
Il capitale nominale investito verrebbe restituito per intero solo a scadenza. Nel frattempo, il prezzo del titolo potrebbe oscillare, anche in modo significativo, proprio in funzione della duration di cui parlavamo prima.
Immaginiamo un caso concreto, puramente ipotetico: se un risparmiatore avesse intenzione di utilizzare il capitale fra tre anni, ma avesse acquistato un BTP con scadenza a sei anni, non sarebbe affatto scontato che, vendendo il titolo prima della scadenza, riuscirebbe a recuperare l’intero capitale versato.
La matematica (troppo perfetta) dietro al prezzo delle azioni Leonardo
Se nel frattempo i tassi fossero saliti, il prezzo del titolo sul mercato secondario potrebbe essersi ridotto, e la vendita anticipata potrebbe comportare una perdita in conto capitale, anche a fronte di cedole regolarmente incassate. Questo meccanismo sarebbe tanto più marcato quanto più lunga fosse la duration del titolo scelto.
I rendimenti di oggi, scadenza per scadenza
Ai primi di luglio, la fotografia della curva italiana racconterebbe una storia precisa. Sul fronte più breve, i BOT a un mese renderebbero attorno al 2,36%, mentre spostandosi verso i tre e sei mesi il rendimento salirebbe gradualmente fino a superare il 2,4%, per poi avvicinarsi al 2,55% sulla scadenza a dodici mesi.
Passando ai veri e propri BTP, il quadro cambierebbe ritmo. Sul 2 anni il rendimento si collocherebbe intorno al 2,73%, per poi salire progressivamente: il 3 anni sfiorerebbe il 2,83%, il 5 anni supererebbe quota 3,10%, mentre il 7 anni si avvicinerebbe al 3,33%.
Sulle scadenze più lunghe, quelle che gli investitori più prudenti tenderebbero a guardare con maggiore diffidenza, il 10 anni renderebbe circa il 3,72%, il 20 anni salirebbe fino al 4,32%, mentre il 30 anni toccherebbe punte del 4,53%, il livello più alto dell’intera curva.
Un dettaglio che potrebbe far riflettere: sul 50 anni il rendimento scenderebbe, tornando intorno al 4,22%, un movimento che qualcuno potrebbe leggere come un segnale nascosto sul modo in cui il mercato starebbe prezzando il rischio di lunghissimo termine.
Un pensiero finale
Scegliere un BTP non dovrebbe mai essere una decisione basata solo sul numero più alto della tabella. Chi si sentisse tentato dalle scadenze più lunghe solo per il rendimento nominale più elevato dovrebbe fermarsi un attimo e chiedersi quando avrebbe realmente bisogno di quel capitale.
La scelta resta quindi una questione di buon senso: capire la propria curva personale, quella dei bisogni futuri, potrebbe essere altrettanto importante quanto capire quella dei rendimenti di mercato. E questo, più di ogni previsione, potrebbe essere ciò che separerebbe una pianificazione solida da un rischio non calcolato.