Quanto valore perdono €100.000 sul conto e cosa cambia per Bot, Btp e depositi con l’inflazione al 4,2%?

Gerardo Marciano

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Con l’inflazione al 4,2%, la liquidità perde potere d’acquisto. Quanto rendono davvero conti deposito, Bot e Btp e come valutare le alternative.

Quanto valore perdono €100.000 sul conto e cosa cambia per Bot, Btp e depositi con l'inflazione al 4,2%?

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A prima vista non succede nulla. Sul conto corrente restano 100 mila euro, il saldo non scende e non ci sono oscillazioni da sopportare. Eppure, mentre la cifra resta immobile, quello che quel capitale consente di comprare si riduce. È uno degli effetti meno visibili dell’inflazione, e pesa soprattutto quando somme consistenti restano liquide per anni.

Con l’inflazione italiana salita al 4,2% su base annua a settembre, secondo la stima preliminare dell’Istat (dal 3,3% di agosto), torna d’attualità il rapporto tra disponibilità immediata del denaro e tutela del suo valore reale. Il confronto non si esaurisce nel rendimento nominale di un conto deposito, di un Bot o di un Btp: contano la fiscalità, la durata, l’oscillazione dei prezzi, i costi e soprattutto il rendimento reale, cioè quello che resta una volta messo in conto l’aumento dei prezzi.

Rispetto agli anni dei tassi vicini allo zero lo scenario è cambiato. Depositi e obbligazioni sono tornati a offrire rendimenti nominali apprezzabili, più alti sulle scadenze lunghe. Fermarsi alla percentuale più elevata, però, porta fuori strada: strumenti diversi rispondono a esigenze diverse, con vincoli e rischi che cambiano con il passare del tempo.

Quanto valgono davvero 100 mila euro nel tempo

Il meccanismo è semplice: il capitale nominale non cambia, ma si riduce la quantità di beni e servizi che permette di acquistare.

Applicando l’inflazione effettivamente registrata in Italia, chi avesse lasciato 100 mila euro sul conto un anno fa disporrebbe oggi di un potere d’acquisto pari a circa 96.700 euro. Su tre anni il valore reale scende a circa 94.600 euro, su cinque a poco più di 83 mila euro, un periodo che comprende la fiammata dei prezzi del 2022-2023.

Su orizzonti più lunghi l’effetto si accentua: dopo dieci anni il valore reale si riduce a circa 79.600 euro, dopo venti a circa 69.300 euro, con un’erosione complessiva superiore al 30%.

Sono numeri che ricostruiscono il passato, non previsioni. Non avrebbe senso, per esempio, proiettare l’attuale 4,2% su vent’anni; a puro titolo di esercizio aritmetico, se accadesse, 100 mila euro equivarrebbero alla fine del periodo a circa 44 mila euro di oggi.

Il calcolo serve a distinguere il valore nominale, quello che compare sull’estratto conto, dal valore reale, cioè ciò che quel denaro consente effettivamente di comprare.

Il costo della liquidità non dipende solo dall’inflazione

La liquidità ha una funzione precisa: coprire spese correnti, pagamenti programmati e imprevisti senza dover vendere strumenti finanziari. Quando però il denaro resta fermo sul conto per anni, all’inflazione si sommano altri fattori.

Il primo sono i costi. Per i conti correnti tradizionali la spesa media annua ha superato i 100 euro; per i conti online resta in genere più bassa, pur essendo cresciuta negli ultimi anni. A questo si aggiunge l’imposta di bollo, che per le persone fisiche con giacenza media superiore a 5 mila euro è pari a 34,20 euro l’anno.

Il secondo è la mancata remunerazione. Non si tratta di una perdita registrata sul conto, ma della differenza tra il rendimento nullo o minimo della liquidità e quello offerto da strumenti alternativi: il cosiddetto costo opportunità. Il suo peso dipende dalla destinazione del denaro, perché una somma che servirà nei prossimi mesi risponde a logiche diverse da un capitale di cui non si prevede l’utilizzo per molti anni.

Rendimento lordo, netto e reale: tre numeri diversi

Con il rialzo dei tassi sono tornate percentuali che sembravano sparite negli anni del denaro a costo quasi nullo: rendimenti del 3%, del 4% e oltre si trovano oggi su diverse categorie di strumenti. Il dato lordo, però, è solo il punto di partenza.

Un conto deposito vincolato al 4% lordo genera 4 mila euro di interessi annui su 100 mila euro. Con la ritenuta del 26% gli interessi scendono a 2.960 euro; sottraendo l’imposta di bollo dello 0,2% (200 euro) si arriva a circa 2.760 euro, pari a un rendimento netto del 2,76%.

Con un’inflazione al 4,2%, il capitale crescerebbe in termini nominali ma continuerebbe a perdere potere d’acquisto: il rendimento reale sarebbe negativo per circa l’1,4%.

Per questo il confronto con l’inflazione va fatto sui rendimenti al netto di tasse e costi, non sui tassi nominali. Un rendimento inferiore all’inflazione resta comunque una remunerazione: riduce l’erosione rispetto a una liquidità infruttifera, senza compensarla del tutto. Il punto è tenere separata la crescita nominale del capitale dalla sua capacità di conservare valore.

Bot e Btp: la curva dei rendimenti torna protagonista

Il nuovo livello dei tassi ha modificato anche la struttura dei rendimenti dei titoli di Stato italiani. Il Bot annuale rende più del 3% lordo e i valori salgono man mano che si allunga la scadenza: intorno ai cinque anni i Btp si collocano nell’area del 4%, sui dieci anni si avvicinano al 4,5-4,6%, mentre sul tratto più lungo della curva si superano i 5%.

Sui titoli di Stato italiani la tassazione è del 12,5%, contro il 26% applicato a gran parte degli altri strumenti finanziari, e questo cambia in modo significativo il passaggio dal lordo al netto. Un Btp decennale al 4,5% lordo rende circa il 3,94% al netto della ritenuta e intorno al 3,74% considerando anche il bollo dello 0,2% sul deposito titoli. Rispetto al dato di settembre il saldo reale resterebbe di poco negativo, ma su un orizzonte di dieci anni conterà l’inflazione media del periodo, non quella di un singolo mese.

Un rendimento più alto non è però migliore sotto ogni aspetto. Più lunga è la durata, più il prezzo del titolo reagisce alle variazioni dei tassi: un’obbligazione a tasso fisso con molti anni di vita residua può oscillare in misura rilevante sul mercato secondario.

Chi tiene il titolo fino alla scadenza riceve, salvo insolvenza dell’emittente, il rimborso al valore nominale, e per lui le oscillazioni intermedie hanno un peso diverso rispetto a chi vende prima. In caso di vendita anticipata, il prezzo di mercato può essere superiore o inferiore a quello pagato all’acquisto.

La durata è quindi una delle variabili necessarie per leggere correttamente il rendimento indicato dal mercato.

Come funziona la distribuzione delle scadenze

Una tecnica diffusa nella gestione obbligazionaria è la distribuzione del capitale su più scadenze, nota come bond ladder o struttura a scaletta: si detengono obbligazioni con durate diverse, così che una parte del portafoglio arrivi a scadenza a intervalli regolari.

A ogni scadenza torna disponibile una quota del capitale. In questo modo si distribuiscono nel tempo sia i rimborsi sia i momenti in cui il denaro viene eventualmente reinvestito.

La bond ladder non serve a prevedere l’andamento dei tassi, ma a gestire il rischio di reinvestimento. Se l’intero capitale scadesse nello stesso giorno, tornerebbe disponibile tutto insieme, alle condizioni di mercato di quel momento; con scadenze scaglionate il passaggio avviene per gradi.

Restano invece gli altri rischi tipici delle obbligazioni, a partire da quello legato all’emittente.

Diversificare le scadenze non significa diversificare gli emittenti

Possedere più Btp con durate diverse distribuisce il rischio temporale, ma lascia intatta l’esposizione verso un unico debitore, lo Stato italiano.

La diversificazione ha infatti più dimensioni: durata, emittente, settore, area geografica, valuta e tipo di strumento. Allargando lo sguardo al mercato obbligazionario europeo si trovano titoli di altri Stati, dell’Unione europea, di organismi sovranazionali e di società private, con rendimenti, fiscalità, liquidità e profili di rischio anche molto distanti tra loro.

Fondi ed Etf obbligazionari permettono di distribuire l’esposizione su molti titoli con un solo strumento, ma funzionano in modo diverso da una singola obbligazione tenuta fino alla scadenza. Un fondo obbligazionario tradizionale non prevede una data in cui il capitale viene rimborsato: il suo valore continua a oscillare in base ai tassi, ai prezzi dei titoli in portafoglio e agli spread di credito. Fanno eccezione i prodotti a scadenza predefinita, che hanno però caratteristiche proprie.

Anche all’interno della stessa categoria, insomma, gli strumenti possono comportarsi in modo molto diverso.

Il ruolo delle azioni nel lungo periodo

Quando l’orizzonte si allunga, nel confronto entrano anche le azioni. Le serie storiche di lunghissimo periodo mostrano che l’azionario ha prodotto rendimenti reali medi superiori a quelli obbligazionari, con oscillazioni però molto più ampie.

Secondo [FONTE], tra il 1900 e il 2025 il rendimento reale medio annuo delle azioni si è collocato intorno al 5%, quello delle obbligazioni sotto il 2%. Nel periodo più recente, dal 2006 al 2025, la distanza si riduce: circa il 4% annuo reale per le azioni, intorno al 3% per le obbligazioni e circa il 3,3% per un portafoglio diviso a metà tra le due componenti.

Si tratta però di valori medi, che non descrivono un rendimento costante. I mercati azionari alternano fasi di crescita sostenuta e cadute profonde, e il risultato effettivo dipende dal momento di ingresso, dalla durata dell’investimento e dalla sequenza dei rendimenti. I dati storici consentono di confrontare il comportamento delle asset class, non di prevederne i risultati futuri.

Cosa cambia con un piano di accumulo

Il piano di accumulo (Pac) distribuisce gli acquisti nel tempo invece di concentrare l’intero investimento in un solo momento. Le quote vengono comprate a prezzi diversi e il risultato dipende meno da una singola data di ingresso; il rischio del mercato sottostante, però, resta.

Una simulazione su un fondo azionario globale tra settembre 2021 e settembre 2026, con un versamento iniziale di 10 mila euro e 60 rate mensili da 1.500 euro, mostra che 100 mila euro complessivamente versati sarebbero diventati circa 133.200 euro, con un rendimento cumulato superiore al 33%.

Il risultato vale solo per quell’intervallo: in un periodo diverso avrebbe potuto essere più basso e, soprattutto su orizzonti brevi, anche negativo. Non è un rendimento atteso né un’indicazione sui risultati futuri. Il Pac cambia il modo in cui il rischio azionario viene assunto nel tempo, ma non mette il capitale al riparo dalle oscillazioni.

Quando l’intera somma è disponibile fin dall’inizio entra in gioco un’altra variabile: la parte non ancora investita resta liquida, e quindi esposta all’inflazione. Nella pianificazione finanziaria si valutano anche soluzioni in cui il capitale destinato ai versamenti successivi resta temporaneamente in strumenti a breve scadenza. Il risultato complessivo dipende comunque dai rendimenti ottenuti, dai costi, dalla fiscalità e dall’andamento degli strumenti scelti.

La liquidità non è tutta uguale

Il confronto tra conto corrente, depositi, obbligazioni e azioni cambia radicalmente a seconda dell’orizzonte temporale e della destinazione delle somme. Per un capitale legato a una spesa prevista a breve contano soprattutto la disponibilità e la stabilità del valore; su orizzonti lunghi diventano invece più visibili gli effetti cumulativi dell’inflazione e del rendimento reale.

Nella pianificazione finanziaria la liquidità viene spesso suddivisa in base alla funzione: quella per le spese correnti e gli imprevisti, quella destinata a uscite programmate e quella senza necessità di utilizzo a breve. È una classificazione descrittiva, ma aiuta a capire perché strumenti diversi non possono essere confrontati solo sulla base del rendimento nominale.

Gli elementi da mettere a confronto

L’inflazione attuale rende più evidente il costo di una liquidità non remunerata lasciata ferma a lungo; il ritorno dei tassi positivi, nello stesso tempo, ha ampliato la gamma di strumenti che offrono una remunerazione nominale.

Come si è visto, il confronto dipende dalla destinazione delle somme e dal momento in cui potrebbero servire, e chiama in causa rendimento netto, inflazione, durata, fiscalità, liquidità, volatilità dei prezzi e rischio emittente. Un tasso nominale elevato non garantisce un rendimento reale positivo, una scadenza più lunga non è di per sé più vantaggiosa e i risultati passati dell’azionario o di un Pac non si trasferiscono automaticamente al futuro.

Conto corrente, depositi, titoli di Stato, obbligazioni e azioni seguono logiche diverse e presentano rischi non direttamente confrontabili. L’inflazione mette in luce il costo del tempo sul denaro, ma non trasforma un’asset class o un singolo prodotto in una soluzione valida per tutti: la valutazione dipende dalle caratteristiche dello strumento, dall’orizzonte temporale e dalle esigenze finanziarie di ciascuno.

DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio.

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