Da “tempio” della tecnocrazia a simbolo di un’élite frastagliata e divisa di fronte al connubio tra innovazione e politica, al crollo della globalizzazione ideale, all’emersione di nuove rivalità strategiche: il World Economic Forum si riunisce, ogni anno, a Davos per parlare di un mondo che, da un lato, è sempre meno il suo e dall’altro, però, non esita a accogliere quelle “specie aliene” che stanno cambiando i paradigmi internazionali, conscio che il sistema attuale e consolidato in decenni di globalizzazione non è destinato a morire da un giorno all’altro.
Nel 2017 fu Xi Jinping, in versione “alfiere” della globalizzazione con caratteristiche cinesi, a incantare la platea dell’élite finanziaria globale. Nel 2024 toccò a Javier Milei farsi alfiere del “vangelo libertario” e della lotta a ideologie a suo avviso ritenute troppo progressiste come il sostegno allo sviluppo sostenibile e l’ambientalismo.
E quest’anno, ovviamente, nel 37esimo vertice del Wef che si apre oggi a Davos, nelle Alpi svizzere, gli occhi saranno tutti per Donald Trump, che ha trasformato gli Usa in netti smantellatori della globalizzazione tradizionale da un lato e da esaltatori del lato “politico” del suo ultimo processo di espansione all’altro, inaugurando una contesa decisiva per la governance della rivoluzione tecnologica e dell’intelligenza artificiale.
Insomma, la globalizzazione conosce una nuova fase grazie all’intelligenza artificiale e alla partita per dominarla. Ma a tramontare è il mito tecnocratico, messo in ginocchio nell’ultimo quindicennio dalle crisi interne all’ordine globale (shock finanziario, Covid, ritorno della guerra), colpito nella narrativa dal declino delle prospettive economiche della classe media occidentale rispetto al resto del mondo, Asia in testa, e messo al tappeto dall’usurpazione da parte della politica della narrazione sull’inevitabile espansione della frontiera infinita dell’innovazione, ritenuta simbolo per eccellenza della tecnica.
Fine del mito tecnocratico, dunque, ma non della tecnocrazia in quanto tale. Lo ha ben spiegato su X il politologo della Luiss Lorenzo Castellani, spiegando che “la tecnocrazia non sta semplicemente finendo”, ma bensì “si sta riconfigurando. Dopo l’apice globalista (1990–2010), la crisi finanziaria, le guerre fallite e il nazional-populismo ne hanno eroso la legittimità. Oggi assistiamo a una mutazione: da governance multilaterale neutrale a nuove tecnocrazie nazional-imperiali”, veri e propri “mandarinati” custodi delle chiavi dell’egemonia ma, soprattutto, funzionali ai nuovi tempi che corrono.
Se, come nota Castellani, nell’epoca del suo trionfo la tecnocrazia servì per l’intervento delle regole sovranazionali, della lex mercatoria e di “istituzioni come FMI, BCE e Fed a neutralizzare il conflitto politico tramite expertise economica e giuridica”, con il dividendo di un maggior benessere condiviso, il flop di questo principio si è avuto quando questi risultati positivi non sono più emersi come in passato. Va da sé che contesti come quelli di Davos non hanno potuto fare a meno di cogliere il vento che soffiava da queste tendenze mano a mano che la power elite economico-finanziaria, tecnologica dei vari Paesi iniziava a ibridarsi con le burocrazie politico-strategiche per creare nuovi Deep State pronti a affrontare l’era del caos globale.
Lo vediamo in Cina, di fronte al continuum di figure come Wang Hunin (Alessandro Aresu ne La Cina ha vinto traccia la parabola della nuova burocrazia celeste di Pechino), ma anche negli Usa, con l’ibridazione tra tecno-oligarchie e destre conservatrici sostanziata da figure come Elon Musk e, soprattutto Peter Thiel (suggeriamo qui Il Trono oscuro di Andrea Venanzoni): l’esito sono state le fondamenta di nuovi apparati chiamati a gestire la crisi della globalizzazione in nome del primato delle nazioni e dei loro interessi in un’ottica sempre più competitiva. Il paradosso è che l’agone di gioco resta globale, anzi è sempre più vasto: c’è di mezzo il mondo degli spazi fisici e digitali, il dominio sottomarino, quello spaziale, financo le menti, ultimo campo di battaglia. Il tramonto del mito tecnocratico crea più globalizzazione senza globalismo, ed è per questo che Davos continua a essere il grande attrattore, il centro in cui ogni anno si prova la temperatura del mondo.
I titoli del Wef riflettono la percezione sullo stato della globalizzazione. Nel 2017 si parlava di «Leadership reattiva e responsabile», due anni dopo di «Globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale» e nel gennaio 2020, quando Wuhan era già nel caos per il Covid-19, Davos cantava «un mondo coeso e sostenibile». Dopo la pandemia e l’accelerazione della crisi globale, i titoli del forum si sono fatti sempre più cupi. 2022: «La storia a un punto di svolta». 2023: «Cooperazione in un mondo frammentato». 2024: «Ricostruire la fiducia». Testimonianze di un crollo della governabilità dell’ordine internazionale ma anche della percezione di una serie di cambiamenti storici che sistemi come il Wef non possono fare a meno di esplorare. Il 2025 ha parlato di «Collaborazione per l’era intelligente», aprendo a uno scenario meno divisivo, mentre quest’anno il Wef si presenta con un auspicio: "Uno spirito di dialogo”. Quasi una consapevolezza, una presa di coscienza del fatto che il mondo nuovo è arrivato: i tecnocrati e i finanzieri del Wef sono pronti a rinunciare al mito della “Montagna Incantata” di Davos e a farne il teatro per un confronto rinnovato tra visioni del mondo diverse, e spesso scomode, da quelle da loro perorate.
La stessa presenza di Trump lo conferma: il Wef accoglie e ascolta i vertici di quelle nuove élite tecno-nazionaliste che plasmano l’evoluzione di un mondo competitivo. Conscio che la globalizzazione da lui a lungo incentivata è oggi il terreno competitivo e anarchico delle potenze. Una savana dove non ci sono posti in cui nasconderti. Ma è bene capire il linguaggio dei predatori per non essere prede.