Milei fa lo show a Davos. Ma la realtà per lui è molto desolante...

Andrea Muratore

19/01/2024

Il «vangelo libertario» di Javier Milei recitato a Davos racconta un’Argentina che non è mai esistita e semplifica molto. La realtà parla di sfide difficili

Milei fa lo show a Davos. Ma la realtà per lui è molto desolante...

In Italia Il Foglio lo ha definito “il vangelo libertario”.

Il discorso di Javier Milei al World Economic Forum di Davos è stato discusso in tutto il panorama internazionale, ha conquistato per le sue vette di occidentalismo, lotta allo statalismo e elogio dell’idea libertaria, individualista e anti-collettivista anche pensatori di spicco come il politologo Niall Ferguson ma è stata più una dichiarazione d’intenti che una reale prospettiva politica.

I dati (falsi) di Milei sulla ricchezza dell’Argentina

Milei divide tra buoni e cattivi, tra sommersi e salvati, arriva a parlare di un’Argentina che non è mai esistita. “Quando abbiamo adottato il modello della libertà, nel lontano 1860, in 35 anni siamo diventati la prima potenza mondiale”. Discorsi che ricordano molto la leggenda neoborbonica del Regno delle Due Sicilie terza potenza d’Europa in termini economici prima della calata dei Savoia. Milei prosegue: “mentre quando abbiamo abbracciato il collettivismo, negli
ultimi 100 anni, abbiamo visto come hanno cominciato a diventare sistematicamente più poveri fino a scendere al posto numero 140 nel mondo”. L’Argentina non è mai stata la nazione più ricca del mondo per Pil o Pil pro capite, al massimo ha toccato la quinta posizione a inizio Novecento e oggi è la sessantacinquesima al mondo, ben sopra il 140° posto occupato dalla Nigeria secondo i dati del 2023.

Seguono attacchi a una presunta congiura del “socialismo mondiale” che vuole imporre più Stato laddove c’è libertà e una tirata difficilmente dimostrabile: "Non c’è mai stato, in tutta la storia dell’umanità, un periodo di maggiore prosperità di quello in cui viviamo oggi. Il mondo oggi è più libero, più ricco, più pacifico e più prospero che in qualsiasi altro momento della nostra storia”. In un mondo in cui due terzi della crescita mondiale è assommata dall’Asia, certamente Milei rischia di tirare la volata a attori certamente lontani, nella loro struttura, dall’idea di paradiso libertario.

Le semplificazioni di Milei sul capitalismo

La verità è che Milei non sa distinguere tra l’economia di mercato in quanto sistema e le varie forme di capitalismo. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno messo la freccia sul Regno Unito come colosso globale quando hanno normato gli animal spirits del mercato, con manovre come lo Sherman Act e la lotta ai monopoli che la concorrenza sfrenata tende a creare. E come non parlare dell’economia mista fondata sull’alleanza tra strategie pubbliche e settore privato su cui l’Italia ha costruito il miracolo economico? Del modello duale adottato dal Giappone per risorgere dalle nebbie della guerra? O del ruolo che Stati regolatori esercitano ancora oggi nei settori strategici in una serie di sistemi distanti tra loro, dalla Francia a Taiwan?

Milei non ricorda l’idea del capitalismo regolamentato, dell’economia messa al servizio dello sviluppo dell’uomo e del fatto che a creare storture non è stato il capitalismo in sé, ma la versione distorta che nell’era del neoliberismo è stata teorizzata come unica possibile, quella delle corporations e dei monopoli. Che i giganti del big tech o dell’energia rappresentino l’esempio ideale di concorrenza perfetta è, in tal senso, a dir poco ardito.

La dura realtà del presidente

La realtà è che il discorso di Milei, che da economista ha frequentato come studioso e ricercatore il Wef, è un manifesto di accreditamento all’estero che sfoga la difficoltà esecutiva della sua agenda all’interno. Per ora la notizia migliore per Milei è il fatto che l’Argentina ha ricevuto semaforo verde a poco più di 4 miliardi di dollari di prestito dal Fondo Monetario Internazionale. Dunque a sussidi esteri non certamente identificabili come strumenti di libero mercato.
Nel frattempo, al Congresso argentino il partito La Libertad Avanza di Milei non controlla la maggioranza e il maxi-decreto con cui Milei vuole rivoluzionare l’economia argentina, abolire interi settori dello Stato e vendere le imprese pubbliche, oltre a licenziare decine di migliaia di dipendenti pubblici, langue.

Battaglia in Parlamento

“I grandi blocchi peronisti di sinistra in entrambe le Camere hanno promesso di respingere la maggior parte delle misure proposte da Milei”, nota il Financial Times., “la camera bassa del Congresso ha iniziato a discutere la legge omnibus la settimana scorsa. Milei spera di votare lì già la prossima settimana, dopo il suo ritorno dal World Economic Forum di Davos”. il partito di Milei e i suoi rappresentanti in Parlamento stanno cercando una mediazione per blindare un pacchetto fondato su deregulation di settori blindati, tagli al welfare più generoso e privatizzazioni. Ma ad oggi sia il centrodestra di Proposta Repubblicana che, soprattutto, i centristi dell’Unione Civica Radicale membri del governo di Milei non accelerano sul resto.

In particolare, l’Ucr ha messo in conto la richiesta di approvare il pacchetto solo se saranno abrogate, ricorda il Ft, “le proposte per porre fine agli aumenti automatici delle pensioni; aumentare le tasse sulle aziende agricole e sugli altri esportatori; e delegare ampi poteri legislativi al presidente in materia di energia, tasse, pensioni, sicurezza e altri settori”, una delega che la Casa Rosada intende mantenere in vigore fino alla fine del mandato di Milei nel 2027. 

I compagni di partito di Milei provano a mediare, il presidente intende tirare dritto. Sa che il sentiero per liberalizzare l’economia e mettere alla prova la sua agenda ferocemente neoliberale è strettissimo: come ogni suo predecessore, dopo la luna di miele post-insediamento Milei quasi sicuramente perderà popolarità nei prossimi mesi.

Milei atteso al varco

Gli argentini aspettano al varco le conseguenze della sua decisione di svalutare il peso della metà e di eliminare gradualmente i controlli sui prezzi. Una manovra che secondo Americas Quarterly potrebbe contribuire a una relativa stabilità solo sul medio-lungo termine, ma per ora ha prodotto solo l’effetto di spingere oltre il 150% l’inflazione: “i prezzi probabilmente sono aumentati di oltre il 20% solo nel mese di dicembre, il tasso più alto degli ultimi trent’anni. Nelle prossime settimane, poi, il suo governo dovrebbe iniziare ad aumentare i prezzi artificialmente bassi dell’elettricità e del gas, proprio mentre gli argentini tornano dalle vacanze estive e inizia l’anno scolastico”.

Il predicatore del vangelo libertario, insomma, deve confrontarsi con un mondo ben meno entusiasmante del paradiso anarco-capitalista raccontato nella “montagna incantata” di Davos. A cui, ben più prosaicamente, Milei si è recato per stringere mani e mostrare la volontà argentina di onorare i prestiti e i debiti internazionali contratti negli anni per rispondere ai maxi-buchi di bilancio. Provocati, tralaltro, anche dalla mega-sanatoria decisa nel 2018 dal presidente liberale Mauricio Macrì, che ha prodotto una gigantesca voragine di bilancio. Come scritto su queste colonne, l’agenda Milei è alla prova della realtà. La campagna elettorale è una cosa, e i discorsi al suo interno valgono come posizionamento. Il governo un’altra arte. Che il 53enne capo di Stato di Buenos Aires dovrà, faticosamente, apprendere.