Gli Stati Uniti continuano a condurre attacchi in territorio siriano. Nel mirino di Washington, ci sono i gruppi sostenuti dalla Repubblica Islamica dell’Iran, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad.
Come confermato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), il raid del 12 novembre scorso ha colpito una struttura utilizzata per lo stoccaggio di armi e la logistica da parte di una milizia filo-iraniana, dopo un attacco contro una base americana. Il CENTCOM ha dichiarato che nessun militare statunitense è rimasto ferito nell’incidente. Già il giorno prima, erano stati presi di mira nove obiettivi in due diverse aree della Siria, in seguito ad aggressioni registrate nelle precedenti 24 ore.
Usa e Iran si fronteggiano in Siria
Il portavoce del Pentagono, generale Patrick Ryder, ha spiegato che il 10 novembre le truppe statunitensi erano state attaccate due volte presso la Mission Support Site Green Village, nel nord-est della Siria. Anche in questo caso non si sono registrati feriti. Ryder ha sottolineato: «Proteggeremo le nostre forze e prenderemo tutte le misure necessarie per inviare un messaggio chiaro. Inoltre, ci riserviamo il diritto di rispondere quando e dove riterremo opportuno». Circa 900 soldati statunitensi sono attualmente in Siria per collaborare con partner locali (i curdi siriani) nella lotta contro i residui dello Stato Islamico (ISIS). Questo, almeno sulla carta.
Tuttavia, la presenza degli Stati Uniti in Siria non è universalmente considerata legittima, soprattutto sotto il profilo del diritto internazionale. Alcune voci critiche, come l’ex deputato repubblicano Matt Gaetz, futuro Attorney general (se verrà confermato), hanno sollevato interrogativi sul motivo per cui le truppe statunitensi continuino a operare in territori lontani migliaia di chilometri dagli USA. Gaetz ha evidenziato che le forze americane proteggono «piattaforme petrolifere» nel nord-est della Siria, un’area ricca di risorse, e sono bersaglio di attacchi da parte di milizie filo-iraniane proprio per questa presenza. Dana Stroul, funzionaria del Pentagono, ha confermato che il controllo di queste risorse – petrolio e grano – dà agli Stati Uniti potere sul futuro politico della Siria. E anche il presidente Donald Trump aveva apertamente dichiarato che la presenza americana è motivata dal petrolio.
La presenza Usa in Siria
Nel dicembre 2023, 84 senatori statunitensi hanno votato per mantenere le truppe americane in Medio Oriente, affermando che una riduzione sarebbe un “regalo” all’Iran. Questo nonostante i numerosi attacchi subiti da parte di milizie filo-iraniane. Il senatore Rand Paul aveva proposto un disegno di legge per ritirare i 900 soldati americani presenti in Siria, ma la proposta non è passata. Poco dopo, un attacco con droni in Giordania ha ucciso tre soldati americani e ne ha feriti decine, evidenziando il rischio crescente per le truppe nella regione.
La presenza americana in Siria risale al 2014 con l’operazione Inherent Resolve (OIR) per combattere l’ISIS, ma non fu mai autorizzata specificamente dal Congresso, basandosi su autorizzazioni del 2001 e 2002. Dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS nel 2019, la missione si è evoluta per garantirne l’eradicazione definitiva, ma il suo scopo appare ridondante rispetto al programma Counter-ISIS Train and Equip Fund (CTEF), che supporta le forze locali. Con l’aumento delle tensioni regionali, la presenza delle truppe statunitensi in Medio Oriente solleva interrogativi sulla sua utilità e sui rischi di un conflitto più ampio in un Paese, la Siria, dove Stati Uniti e Iran combattono una guerra a bassa intensità.