Per la prima volta nel 2024, negli Stati Uniti, la capitalizzazione dei fondi passivi ha superato quella dei fondi attivi. Un traguardo storico che ha fatto molto dibattere fra gli esperti sulle conseguenze che ne derivano.
In particolare, questo record pare aver suscitato l’allarme di uno degli investitori “apocalittici” più stimati di Wall Street, Michael Burry, l’investitore celebre per aver previsto la crisi dei mutui subprime del 2008.
Secondo l’esperto, l’ampia diffusione degli ETF starebbe creando una bolla finanziaria con dinamiche simili a quelle che portarono al crollo del 2008. Ma tali preoccupazioni sono fondate?
Gli ETF e il successo degli investimenti passivi
Gli ETF sono strumenti finanziari che replicano la performance di un indice di mercato, permettendo di investire in un insieme di titoli con un’unica operazione. Il loro successo si basa su costi bassi, flessibilità e liquidità. Possono essere scambiati come normali azioni e, grazie alla loro natura passiva, le commissioni sono nettamente inferiori rispetto ai fondi attivi.
Inoltre, diversi studi dimostrano che i fondi passivi, nel lungo periodo, battono spesso i fondi attivi, che devono giustificare costi più elevati con risultati superiori. Questi vantaggi hanno reso gli ETF una scelta privilegiata per molti investitori, mentre i fondi a gestione attiva sono diventati sempre meno apprezzati dal pubblico dei retail investor.
Non sembra esserci niente di male in questo cambiamento, se non vantaggi importanti fra gli investitori non istituzionali. Eppure, secondo Burry, la loro crescente diffusione potrebbe alterare il funzionamento naturale del mercato.
Burry: «Gli ETF minacciano la Price Discovery»
Michael Burry sostiene che l’uso massiccio degli ETF stia eliminando il processo di price discovery.
In un mercato sano, i prezzi delle azioni sono determinati da analisi accurate sui fondamentali economici delle aziende. Gli investitori attivi, valutando parametri come bilanci e prospettive future, stabiliscono un valore reale delle azioni. Al contrario, gli ETF acquistano automaticamente titoli inclusi in un indice, indipendentemente dalla loro solidità.
Ad esempio, un ETF che replica l’indice S&P 500 acquista azioni delle 500 aziende più grandi per capitalizzazione di mercato, assegnando loro pesi proporzionali. Questo significa che più un’azione cresce di prezzo e capitalizzazione, più sarà acquistata dall’ETF. Questo meccanismo alimenta la crescita del prezzo anche in assenza di fondamentali solidi. Secondo Burry, questa dinamica potrebbe portare a distorsioni di mercato, dove le azioni già sopravvalutate continuano a crescere, mentre quelle sottovalutate vengono ignorate.
Gli ETF sono davvero in bolla speculativa?
Pur riconoscendo la validità del ragionamento di Burry, diversi studi suggeriscono che il rischio sia meno imminente di quanto sembri. La maggior parte degli scambi di ETF avviene sul mercato secondario, dove gli investitori si scambiano quote di ETF senza che il fondo acquisti direttamente le azioni sottostanti. BlackRock stima che meno del 10% dei volumi di scambio negli USA sia generato da ETF. Questo significa che la price discovery è ancora ampiamente influenzata da analisi e valutazioni fondamentali.
Un rischio molto più concreto riguarda l’accentramento del potere di voto nelle mani dei gestori di grandi fondi come Vanguard, BlackRock e State Street. Questi istituti sono tra i principali azionisti delle grandi multinazionali e influenzano direttamente le decisioni aziendali nelle assemblee societarie.
Occorre tenere a mente che quando investiamo in un ETF, perdiamo il diritto di voto legato alle azioni acquistate, che viene trasferito al gestore del fondo. Questa concentrazione di potere può influire sulla gestione delle aziende e sull’allocazione delle risorse.
Una conseguenza diretta di questo processo? I Dividend Aristocrats sottoperformano il mercato
Esiste una categoria di investimenti chiamata Dividend Aristocrats, che identifica le azioni con un record storico di oltre 25 anni di crescita dei dividendi. Queste società sono considerate tra le più solide dal punto di vista finanziario presenti sul mercato e, fino al 2020, anche tra le più performanti. Tuttavia, la crescente concentrazione degli investitori in strumenti passivi ha comportato una redistribuzione del capitale anche a favore di società considerate meno meritevoli di investimenti dal punto di vista fondamentale.
Questo fenomeno ha contribuito ad ampliare il rendimento complessivo (total return) dell’indice S&P 500 mentre ha ridotto la spinta del rendimento annualizzato medio dei Dividend Aristocrats, seppur maggiormente meritevoli di capitali. Tale evidenza è diventata sempre più marcata negli ultimi cinque anni, in particolare dopo il crollo causato dalla pandemia di COVID-19, man mano che la quota di investimenti in ETF ha eroso progressivamente le quote di mercato dei fondi attivi.
Questo dimostra come il mercato stia privilegiando una scelta cieca degli investimenti, preferendo un’ampia diversificazione piuttosto che una scelta mirata, elemento che invece caratterizzava il comparto dei gestori di fondi attivi.
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Dobbiamo preoccuparci?
Le critiche di Burry sollevano temi importanti, ma i dati attuali indicano che il rischio di una bolla sugli ETF è ancora contenuto. La price discovery continua a funzionare grazie alla predominanza degli investitori attivi e il mercato sembra lontano da un collasso imminente. Tuttavia, l’accentramento del potere nelle mani di pochi grandi gestori e l’automatismo con cui i fondi passivi allocano capitali sono questioni da monitorare.