Una delle metafore più efficaci per descrivere gli effetti involontari dell’attitudine europea di atteggiarsi quale regolatrice globale, e unilaterale, di determinati settori è senza dubbio alcuno quella dell’apprendista stregone e della materia che si anima e che sfugge al suo controllo.
E così Anu Bradford, quando nel 2012 ha coniato il termine ‘Brussels Effect’, poi più organicamente trasfuso nell’omonimo libro del 2020, difficilmente avrebbe immaginato di aver offerto alle avide mani di burocrati e politici europei un gingillo con cui pavoneggiarsi e con cui giocare a ‘impero delle norme’. Il culmine di questo percorso è senza dubbio stato il GDPR, nel 2016, considerabile come il momento più alto, l’autentico picco, di questa prospettiva di rivaleggiare con i giganti mondiali partendo da una posizione puramente cartolare e regolatoria. Naturalmente, nessuno, alle latitudini di Bruxelles, si era davvero posto il tema dell’ossequio a quella normativa da parte di soggetti non formalmente tenuti al rispetto: voglio dire, nessuno si era interrogato seriamente e organicamente sull’enforcement e sulle sue ragioni, sulla base sostanziale che porta un dato soggetto a decidere di sottomettersi a una norma che, spazialmente, territorialmente, ordinamentalmente, deve tenere in debita considerazione solo se decida di penetrare nello spazio vitale mercatorio europeo.
E così, quasi come fosse un moto pavloviano, un meccanismo condizionato, si riteneva che la forza, l’appeal del mercato europeo, il suo far gola a società extra-europee, bastassero a loro stessi, fossero autosufficienti. Si è arrivati a credere che il mercato europeo fosse davvero equivalente alla forza e che quindi l’Unione avrebbe potuto continuare a pavimentare la strada globale di norme. E quella strada, non ce se ne è accorti, era la strada per l’inferno.
I morti corrono veloci, iscrizione funeraria che orna il Dracula di Bram Stoker. Sensuale non morto che a dispetto dell’immaginario collettivo anela non solo il sangue ma anche la velocità, potendo mutare forma e gettandosi all’inseguimento delle sue prede, in una esibizione ferina di potenza. Il 13 dicembre 2025, il Financial Times ha ricordato come e quanto gli esponenti del governo brasiliano abbiano ferocemente e radicalmente criticato la UE e la sua volontà, per mezzo del Green Deal, di atteggiarsi quale salvatore, per mezzo della regolazione, del mondo. La ideologizzazione sottesa al Green Deal è indice privilegiato di quanto avesse ragione il filosofo Pierre Manent quando scorgeva nei profili della Commissione e della UE tutta una sorta di tragica dimensione di morte della politica. Leggendo le righe dell’articolo del Financial Times, viene alla mente proprio l’immagine stokeriana: un morto, che non sa di essere morto, che corre veloce cercando di gettare la propria ombra nel cuore della notte e su tutto il mondo.
Pur rimanendo, drammaticamente, un morto. La tragedia del Brussels Effect, la stessa Bradford ha commentato l’articolo del giornale inglese rimarcando come la sua teorizzazione fosse descrittiva più che precettiva o valoriale, e qualcuno potrebbe scorgere in ciò un precipitoso abbandonare la nave che affonda, è stata quella di aver determinato un effetto domino che da un lato ha solidificato gli appetiti e la baldanza tracotante dei burocrati euro-unitari e dall’altro ha accelerato il processo di caduta. Tessera dopo tessera.
L’esultanza di Thierry Breton e di Brando Benifei per l’approvazione del DSA e dell’AI Act, nemmeno fosse stata trovata la cura per il cancro, è stata seguita da letterine dal sapore minatorio inviate ai giganti del Tech, e prontamente echeggiate sulle praterie social, paradossalmente le stesse praterie messe a disposizione dai destinatari delle missive.Il problema del Brussels Effect è esattamente questo; aver alimentato la dispercezione, l’illusione sensoriale, che la UE avesse dalla sua una vera, tangibile forza. E così, chiusi ottusamente in un bunker iper-regolatorio, mentre il mondo iniziava a prendere fuoco e i carri armati (e i droni e i missili) russi scorrazzavano per l’Ucraina, i burocrati europei hanno continuato a regolare, scrivere codici, imbastire commissioni, gruppi di studio e di lavoro. Con le mani sulle orecchie e sugli occhi, hanno continuato a concepire l’Europa politica come un gigante che avrebbe saputo rispondere agli eserciti con la forza delle norme. Un simile livello di autoreferenziale idiozia è incommentabile.
Soprattutto se consideriamo che si tratta delle stesse persone che per ogni vicenda in cui a emergere è il nudo volto della forza, quella vera, intonano il de profundis del diritto internazionale. E se il diritto internazionale è basato su rapporti politici e su volontà di self-restraint e patti convenzionali, quindi ha come pietra angolare il ripudio della forza, lo stesso nei fatti può dirsi della base sostanziale del diritto europeo da parte di attori extra-europei; lo accettano convenzionalmente perché interessa loro accedere al mercato europeo, e il mercato stesso, Kojève è sempre stato assai esplicito in questo, avrebbe rappresentato, assieme alla burocrazia, la sublimazione della politica, trasformata in qualcosa di altro. Non potendo vincere, e sintetizzare, millenni di storie e identità diverse, di rivalità spesso sanguinose, l’Unione avrebbe dovuto far scomparire la sovranità politica per come classicamente intesa e integrarsi lungo una prospettiva diversa, trasformando in politica comune il linguaggio del mercato e della burocrazia.
Ma se cade la premessa funzionale che sta a fondamento della accettazione della convenzionalità e della soggezione a un ordinamento non proprio, quelle norme diventano, hobbesianamente, mera carta.Il narcisismo dei burocrati ideologizzati di Bruxelles, la loro bulimia esternatoria, l’illusione tragica di poter competere con imperi che stavano riscoprendo nel modo più evidente e brutale possibile il linguaggio della forza, ha portato le istituzioni europee ad accelerare ancora di più il proprio processo regolatorio, rimanendo invece del tutto inerti lungo altri crinali. Si è tessuta la ragnatela dentro cui si è rimasti prigionieri, prossimi all’asfissia.
Solo così si spiegano cortocircuiti come il Rapporto Draghi e la traslazione di alcuni di indirizzi di policy in esso contenuti nel cuore del Compass sulla competitività del gennaio 2025 rimasti tendenzialmente lettera morta. Si immagina che se si commissiona un Rapporto, la cui funzione dovrebbe essere quella di indicare linee concrete di politica legislativa, poi si dovrebbe dar seguito a quanto delineato e suggerito. Niente di tutto questo, invece. Solo così si spiega la confusionaria natura del Digital Omnibus, caotico, disperante e tardivo tentativo di semplificazione ‘digitale’ gettato così alla rinfusa, tanto per far vedere che si sta facendo qualcosa. D’altronde lo stesso Draghi aveva, imbarazzato e indispettito, invitato l’Unione a fare qualcosa, qualunque cosa. Almeno per fornire testimonianza di esistenza in vita. Non un bello spettacolo. L’UE non si è svegliata dal suo torpore nel 2022, quando l’Ucraina è stata invasa.
Non si è svegliata nel 2023 e nel 2024, mentre il mondo prendeva sempre più fuoco. Ha fatto finta di svegliarsi davanti il linguaggio di Trump, ma permanendo nel proprio spazio di ingenua sicurezza cartolare. Siamo nel 2026 e per ogni avvenimento di rilievo la UE non ha alcuna voce vagamente comune, non ha una politica genericamente consonante. L’illusione delle norme come linfa vitale, come sangue, la legalità procedurale trasformata in legittimazione post-democratica delle sue stesse istituzioni che mediante il surplus di burocratizzazione trovano senso e spazio vitale, hanno trasformato il gingillo del Brussels Effect in effigie funeraria apposta sulla lapide dell’Unione Europea.
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