Due corpi perfetti, scolpiti in bronzo nel V secolo a.C., giunti fino a noi dalle profondità del mare di Calabria. Due guerrieri, forse Eteocle e Polinice, i fratelli di Tebe che la mitologia greca ricorda come protagonisti di una delle più terribili guerre fratricide.
La loro storia è un monito senza tempo. Dopo la morte di Edipo, il loro padre, Eteocle e Polinice si accordarono per governare Tebe a turno. Ma Eteocle non rispettò il patto, scacciando il fratello. Polinice cercò rifugio ad Argo, dove sposò Argeia, figlia del re Adrasto, e radunò un esercito di sette principi per riconquistare la città: da qui il mito dei Sette contro Tebe.
La battaglia fu distruttiva e inutile: i due fratelli, nonostante fossero legati dal sangue, combatterono per il potere, incapaci di cedere uno all’altro, fino a uccidersi a vicenda davanti alle mura della loro città, lasciando dietro di loro una città devastata, famiglie distrutte e legami spezzati.
Dalla Tebe mitica al mondo contemporaneo
Il mito, probabilmente rappresentato dai Bronzi di Riace, è molto più che un racconto del passato: è una lente attraverso cui leggere i conflitti di oggi. Guerre che nascono non soltanto da rivalità politiche o ideologiche, ma sempre più spesso da interessi economici, da risorse energetiche contese, da rotte commerciali strategiche, da mercati da controllare.
• La guerra in Ucraina è la battaglia per l’energia, per il gas e per il grano che nutre intere aree del pianeta.
• In Medio Oriente, i conflitti armati hanno spesso come posta in gioco non solo la sicurezza dei confini e l’odio razziale, ma il controllo di rotte energetiche e flussi finanziari.
• In Africa, guerre civili e colpi di stato nascondono spesso la corsa internazionale a minerali strategici come litio e cobalto, indispensabili per l’economia digitale e la transizione verde.
Dietro la retorica dei valori e della sicurezza, riaffiora il volto antico della lotta per il potere economico, che sacrifica vite umane come pegno inevitabile.
Il prezzo umano ed il paradosso sulle conseguenze economiche
Gli effetti dello scontro in atto non sono soltanto le vite dei principali contendenti per il potere politico ed economico ma la sopravvivenza stessa di tutte le collettività che rappresentano. Ogni conflitto moderno (come quelle del lontano passato) porta con sé un bilancio di vite umane, profughi, città distrutte e intere economie ridotte in macerie.
Secondo la Banca Mondiale, i conflitti armati sono oggi una delle prime cause di impoverimento globale. Ogni anno milioni di persone cadono in povertà estrema a causa di guerre che nascono per controllare beni e ricchezze che dovrebbero far prosperare le economie dei contendenti.
In Ucraina, i numeri parlano chiaro: si stima che i danni diretti alle infrastrutture abbiano superato 155 miliardi di dollari, l’equivalente del 87% del PIL 2023, con perdite complessive (tra produzione persa, interruzioni commerciali e agricola) che arrivano alla soglia di 500 miliardi.
Ma anche l’economia russa, che aveva mostrato inizialmente resilienza grazie al massiccio stimolo militare, ora è entrata in una «stagnazione tecnica», con crescita e consumi interni in costante rallentamento. Le politiche monetarie restrittive, le tensioni sul mercato del lavoro condizionato dalle necessità belliche e il lento crollo delle rendite energetiche, oggetto delle sanzioni degli Stati europei, stanno evidenziando i limiti di un sistema economico in gran parte costruito sul conflitto e l’autarchia.
Per Israele, secondo stime attendibili, i costi diretti della guerra ammontano a circa 300 miliardi di shekel (circa 88 miliardi di dollari), con un impatto negativo tanto sul deficit pubblico (oggi tra il 7% e il 7,5% del PIL) quanto sul debito pubblico che ha superato il 66% del PIL.
Il bilancio della Strip è drammatico: si stima che la distruzione fisica abbia causato danni per 18,5 miliardi di dollari.
A livello globale, le situazioni di instabilità hanno effetti devastanti: nei 39 Paesi coinvolti in conflitti o casi fragili, il PIL pro capite è sceso in media dell’1,8 % annuo dal 2020, mentre nel resto del mondo l’incremento si attesta solo al +2,9 %. Attualmente, 421 milioni di persone vivono con meno di 3 dollari al giorno in questi contesti — numero che salirà a 435 milioni entro il 2030.
Gli eventuali benefici che arriveranno dagli investimenti successivi alle auspicate fini dei conflitti (tra cui l’aberrante piano della riviera di Gaza) sono tutti imponderabili sia nelle modalità di realizzazione che negli impatti concreti.
La bellezza come presunzione (Hybris)
I Bronzi di Riace non sono soltanto il simbolo della forza guerriera e della tragedia fratricida. La loro perfezione fisica, esaltata nei secoli, può essere letta anche come metafora dell’egocentrismo e del compiacimento di sé: la bellezza che diventa presunzione, ostentazione di potere e di superiorità. È la stessa Hybris (dal greco tracotanza) che osserviamo oggi negli attori principali dei conflitti mondiali, che si muovono più per affermare l’immagine da leader ed il proprio primato che per reali necessità. La ricerca del prestigio e dell’autosufficienza, se isolata dalla cooperazione, si trasforma in fragilità: proprio come le statue, apparentemente eterne ma in realtà vulnerabili, i sistemi economici e politici fondati sull’ego finiscono per crollare sotto il peso della vanità.
Una lezione senza tempo
I Bronzi di Riace, se davvero raffigurano Eteocle e Polinice, ci parlano oggi con una forza straordinaria. La loro bellezza ideale contrasta con la brutalità della loro sorte: due corpi perfetti, destinati alla rovina da un conflitto inutile. È il monito eterno che le guerre per il potere consegnano all’umanità: consumano risorse, vite e futuro.
La sfida del nostro tempo è imparare a leggere i conflitti per ciò che sono davvero: non inevitabili fatalità, ma scelte determinate da interessi economici precisi e dall’egocentrismo dei leader mondiali attuali. Riconoscerlo è il primo passo per immaginare soluzioni diverse, fondate non sulla distruzione ma sulla cooperazione.