G7, Ue e Piano Mattei: quale ruolo internazionale per l’Italia?

Guido Salerno Aletta

6 Agosto 2024 - 14:10

Il debito pubblico è stata una leva penalizzante anche sul piano della politica internazionale, annullando il prestigio derivante dall’ingresso dell’Italia nel G7.

G7, Ue e Piano Mattei: quale ruolo internazionale per l’Italia?

C’è poco da dire: la Turchia ha sottratto all’Italia quel ruolo di cerniera nelle relazioni internazionali che avevamo coltivato con abilità nel secondo Dopoguerra, ponendoci come interlocutori credibili dei Paesi in via di sviluppo, sia in Africa che nel Medio Oriente, mantenendo rapporti economici intensi con l’URSS contribuendo allo sviluppo industriale con Togliattigrad e riconoscendo tra i primi la Cina comunista.

C’è un punto che va chiarito nella politica filoamericana perseguita sin dai tempi di De Gasperi: era fondamentale al fine di assicurare la stabilità politica interna nei confronti di un Partito Comunista ancora troppo legato al mito della socializzazione dei mezzi di produzione e di garantire il posizionamento dell’Italia nella spartizione dell’Europa definita a Yalta e convalidata dall’adesione alla Nato, ma non impediva all’Italia stessa di giocare duramente a livello internazionale per assicurarsi in primo luogo l’indipendenza energetica contrattando con i Paesi produttori di petrolio condizioni assai più favorevoli di quelli che venivano concessi loro dalle Sette Sorelle, le big petrolifere anglo-olandesi ed americane Exxon, Mobil, Texaco, Standard Oil, Gulf, Royal Dutch Shell e British Petroleum.

Fu l’Eni guidata da Enrico Mattei a condurre questa battaglia che spaziava dall’Algeria all’Egitto ed alla Persia, riducendo così la presa economica e politica dei francesi, degli inglesi e degli americani. Non solo: la forte presenza dello Stato in economia che caratterizzava l’Italia di allora attraverso le Partecipazioni Statali, rappresentava un eccellente compromesso tra la libertà di mercato ed il comunismo.
La caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS hanno cambiato radicalmente quel contesto in cui l’Italia era stato un Paese di frontiera, ideologica e politica: le Partecipazioni Statali furono smantellate senza creare quel grande sistema di azionariato popolare diffuso che si poteva perseguire scambiando l’enorme quantità di debito pubblico detenuto dalle famiglie, o direttamente come “Bot People”, o indirettamente attraverso l’altissimo risparmio bancario, con la proprietà delle imprese pubbliche.

Se un capitalismo straccione, velleitario e senza capitali, ha polverizzato così un patrimonio industriale immenso, già a partire dal Divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro, la leva del debito pubblico veniva usata per drenare una enormità di risorse fiscali a favore della rendita interna ed internazionale.
Il debito pubblico è stata una leva penalizzante anche sul piano della politica internazionale, annullando il prestigio derivante dall’ingresso tra i Grandi dell’Occidente che era stato conquistato dall’Italia divenendo membro del G7 rispetto alla precedente formazione a Cinque e chiudendo così finalmente il nostro secolare status di minorità: basta ricordare il trattamento riservato al Presidente del Consiglio Berlusconi ed al suo ministro dell’Economia Tremonti al G20 di Nizza nel 2011 da parte dei partner americani, francesi e tedeschi, che ironizzavano sulla nostra devastante debolezza.

In questi ultimi anni di governo del Centrodestra, il rilancio della politica di partenariato con l’Africa ha preso il nome di “Piano Mattei”, contando sull’appeal che ha ancora il suo ricordo in tanti Paesi: si vorrebbe rilanciare la cooperazione degli anni in cui Gianni de Michelis era stato Ministro degli esteri, e che aveva conquistato all’Italia grandi simpatie ed ancor più consensi internazionali, portando Bettino Craxi ad incarichi assai rilevanti nell’ambito dell’Onu ai fini della sistemazione dei debiti dei Paesi in via di Sviluppo ed alla Dichiarazione di Rio.
Anche quella fu una ambizione punita assai duramente: nella ridefinizione degli equilibri globali dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Italia doveva avere un ruolo subalterno rispetto all’asse franco-tedesco ed il Mediterraneo non doveva avere alcun ruolo nelle dinamiche europee.

Anche il Trattato di particolare amicizia tra Italia e Libia firmato a Bengasi da Berlusconi e Gheddafi nel 2008, insieme alla contemporanea iniziativa Euro-Mediterranea assunta d’intesa da Sarkozy e da Mubarak, si scontrarono con le politiche di destabilizzazione dello scacchiere mediterraneo che fu decisa dalla prima Presidenza Obama e condotta con durezza da Hillary Clinton: le Primavere Arabe sono state un lago di sangue, con la nascita dell’ISI ed il dilagare del terrorismo islamico.
Dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria, sono stati e sono ancora anni di guerra civile che hanno permesso alla Russia ed alla Turchia di farsi spazio: questo è stato il risultato demenziale del Nuovo Inizio con l’Islam che fu deciso da Obama.

Che dire, dunque del Piano Mattei dell’Italia? Che non esiste un’Africa, ma che ci sono tanti diversi Paesi dell’Africa, ognuno con problemi diversi e talora opposti.
C’è un’Africa che si affaccia sul Mediterraneo, che va dall’Algeria alla Tunisia e dalla Libia all’Egitto, che è travolta dall’arrivo di migranti che provengono dal Sud.
C’è un’Africa sub-saheliana che è attraversata da queste correnti migratorie ed è continuamente destabilizzata dal terrorismo islamico.
C’è un’Africa che genera emigrazione clandestina, sfruttata da trafficanti senza scrupoli.

Forze potenti usano il buonismo verso gli immigrati per creare disagio sociale, per alimentare il conflitto tra i “poveri”: è questo ormai lo strumento principale di destabilizzazione. Ed è per questo che il problema delle migrazioni incontrollate sta diventando cruciale per tutti: negli Usa, in Francia ed in Gran Bretagna, non solo in Italia.
Occorre dunque prima chiarirsi bene le idee. E discutere a porte chiuse con gli Usa nei rapporti bilaterali, ed ancor più nell’ambito del G7 e nell’ambito della Unione europea.
L’Africa viene strumentalizzata, e questa strumentalizzazione è distruttiva per tutti, anche per gli stessi Paesi africani.
Al Piano Mattei non servono i soldi, che non abbiamo, ma l’intelligenza e la capacità politica, per far capire ciò che accade ed influire in modo determinante sulle politiche degli Usa, del G7 e della Ue: questo è il ruolo internazionale dell’Italia.