Lunedì difficile per Exxon Mobil a Wall Street. Alle 18:25 ora italiana, con la Borsa di New York ancora aperta, il titolo passa di mano a 182,11 dollari, il 2,75% sotto i 187,25 dollari della chiusura di venerdì 30 ottobre. In nessun momento della giornata è tornato in positivo: il massimo, 184,59 dollari, è rimasto sotto il riferimento della vigilia, mentre il minimo si è fermato a 180,87.
Exxon non è sola. Chevron, il concorrente più diretto negli Stati Uniti, alle 18:20 lasciava sul terreno il 2,25% a 230,22 dollari. Due cali così simili descrivono una giornata difficile per il settore più che un problema di una singola società. E il settore, oggi, si muove con il petrolio.
Già in mattinata il Brent era sceso sotto i 110 dollari: alle 9:45 segnava 109,38 dollari al barile, in calo del 3,57%. Da tre giorni funzionari iraniani e mediatori del Qatar discutono di come chiudere la guerra che contrappone l’Iran a Stati Uniti e Israele, e il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, descrive i colloqui come «in corso e in via di progresso». Secondo Axios, Trump avrebbe detto a Netanyahu di voler lasciare più tempo ai negoziati. Tanto basta per togliere ai prezzi una parte del premio di rischio sulle forniture dal Golfo.
Non tutto, però, passa dalla diplomazia. Per Tim Waterer, capo analista di KCM Trade citato da Reuters, la discesa del greggio è anche un ritracciamento tecnico dopo i forti rialzi della settimana scorsa. Su Exxon il ragionamento regge: venerdì aveva chiuso a +2,16% toccando 188,50 dollari, il massimo a 52 settimane, con l’RSI a 14 sedute a 73,1, in zona di ipercomprato. Qualche presa di profitto è plausibile, ma resta un’ipotesi.
Conti forti, ma il barile pesa ancora
I conti del terzo trimestre sono usciti venerdì. Il comunicato ufficiale riporta un utile di 15,4 miliardi di dollari (3,72 dollari per azione), in crescita dai 14,5 miliardi del secondo trimestre. Tolte le voci straordinarie e gli effetti di timing, l’utile rettificato arriva a 17,5 miliardi, 4,23 dollari per azione. Il free cash flow è stato di 19,1 miliardi.
Agli azionisti sono tornati 9,4 miliardi in tre mesi, fra 4,3 miliardi di dividendi e 5,1 di riacquisti di azioni proprie. Per il 2027 sono in programma buyback per 20 miliardi, a patto che le condizioni di mercato restino ragionevoli. Il dividendo del quarto trimestre sarà di 1,07 dollari per azione, con data di registrazione il 16 novembre; il debito netto è sceso a 22,1 miliardi.
Darren Woods, presidente e amministratore delegato, nega che sia solo congiuntura: «These are lasting improvements, not simply the result of favorable prices and margins», cioè «sono miglioramenti duraturi, non semplicemente il frutto di prezzi e margini favorevoli». A sostegno porta 16,9 miliardi di risparmi strutturali accumulati rispetto al 2019.
Il dettaglio per segmenti, però, racconta anche altro. Rispetto al secondo trimestre l’upstream, cioè l’estrazione, ha guadagnato meno, frenato da prezzi più bassi e da un effetto accelerato sulle quote di produzione spettanti in Guyana: il suo utile rettificato è sceso da 9,2 a 7,3 miliardi. A compensare ci ha pensato la raffinazione, passata da 4,1 a 9,1 miliardi grazie a margini più alti e alle raffinerie della costa del Golfo utilizzate al 100%. Anche questi sono numeri che seguono il ciclo: nel 2023 gli utili delle major americane scendevano dai record pur restando sopra le attese, dopo il picco dei prezzi del 2022. Se il titolo continua a muoversi al passo del Brent, il mercato lo sta ancora valutando prima di tutto come una scommessa sul petrolio.
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I livelli da seguire
Il rally di ottobre era stato veloce. Prima della trimestrale Exxon era già ai massimi dell’anno con il petrolio sopra 114 dollari e, ai dati del 30 ottobre, guadagnava il 14,3% in un mese. La discesa di oggi ha portato il prezzo sotto i due supporti di breve periodo indicati per la seduta, 185,12 e 182,99 dollari, che diventano ora i primi livelli da recuperare.
Più in basso c’è la media mobile a 20 sedute, che venerdì passava per 175,98 dollari. Sopra, solo un ritorno oltre i 188,50 dollari del massimo a 52 settimane rimetterebbe in moto il trend. Prima, però, arrivano le elezioni di metà mandato negli Usa di domani, l’esito dei colloqui sull’Iran e la riunione dell’Opec+ del 29 novembre: tre occasioni per far muovere il barile, e con lui il titolo.
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