Per EUR/USD è 1,14, per GBP/USD 1,32. Euro e Sterlina sono arrivati su supporti tecnici chiave, ma dietro a questi movimenti c’è molto più di una semplice partita tra valute.
Il mercato sta riscrivendo le aspettative sulla Federal Reserve: l’ipotesi è quella di una banca centrale più aggressiva del previsto. BofA si aspetta tassi più alti di 75 punti base che porteranno il costo del denaro verso un intervallo compreso tra 4,25% e 4,50% entro fine 2026. Il risultato è un dollaro forte, nonostante il calo del petrolio e l’attenuarsi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
I prossimi giorni decideranno la direzione dei prossimi tre mesi. Se il dato sull’inflazione e gli indici PMI confermeranno una Fed hawkish, la reazione sarà violenta. Sui cambi ma anche su azioni, obbligazioni e liquidità.
EUR/USD, EUR/GBP e GBP/USD raccontano la stessa cosa
Dietro alla debolezza di Euro e Sterlina c’è la divergenza tra tre banche centrali che a giugno hanno preso strade opposte. La Fed di Warsh ha lasciato i tassi fermi tra 3,50% e 3,75%, ma gli investitori prezzano già una banca centrale più dura del previsto: FedWatch dà l’85,6% di probabilità a un rialzo il 9 luglio, il 68,4% per un secondo a settembre. BofA è ancora più dura e prevede un rialzo di 75 punti base entro dicembre. La BoE ha mantenuto il costo del denaro al 3,75%, in attesa. La BCE invece ha alzato al 2,25%, rispondendo allo shock energetico che ha riacceso l’inflazione.
In teoria, il rialzo dei tassi BCE avrebbe dovuto rafforzare l’euro. Ma sui mercati conta di più il motivo della mossa, non la mossa in sé.
Negli Stati Uniti l’economia cresce più delle altre economie avanzate, il lavoro tiene e un rialzo Fed segnala slancio. In Eurozona la lettura è opposta: la BCE alza perché deve farlo, è una mossa in difesa.
La sterlina sta anche peggio. L’instabilità politica ha spinto i rendimenti dei Gilt ai massimi da vent’anni. Di solito, i tassi alti sostengono una valuta. In questo caso salgono perché il mercato chiede un premio più alto per finanziare il debito britannico.
Il risultato è un Dollar Index sopra 100, livello che non si vedeva dalla primavera del 2025.
Dollaro Index DXY
Fonte Money.it
Cosa aspettarsi con il Dollar Index sopra quota 100
Il livello psicologico è rotto. Gli Stati Uniti tornano a essere il posto più sicuro dove parcheggiare il denaro e gli ultimi dati macroeconomici lo confermano.
I PMI flash di giugno allontanano il rischio di recessione tecnica nell’Eurozona grazie alla ripresa del settore manifatturiero (a 51,3). I servizi restano però in contrazione. Il messaggio è che la caduta dell’attività rallenta, ma non c’è crescita. Per l’EUR/USD è un dato leggermente positivo, ma non abbastanza da invertire da solo la forza del dollaro.
Per la sterlina il quadro è in peggioramento. Il PMI composito UK è sceso a 49,4 a giugno da 49,7 di maggio, minimo in 14 mesi, secondo mese consecutivo di contrazione. Il manifatturiero tiene a 53,1, ma il comparto servizi pesa di più e l’occupazione resta in calo per il 21° mese di fila, con i nuovi ordini ai minimi da gennaio 2021. Il Regno Unito che a inizio anno cresceva più veloce di tutto il G7 entra nell’estate senza slancio. E lo fa proprio mentre Starmer ha annunciato le dimissioni, con la gestione dell’economia che passa a un nuovo leader laburista in un momento di crescita precaria. Con la BoE ferma e questo quadro, GBP/USD resta il cross più esposto: poco margine per un recupero, anche se il dollaro dovesse perdere terreno altrove.
Il PMI flash americano è il test della tesi Fed hawkish. Il consenso si attende un’ulteriore accelerazione dei servizi, da 50,7 a 51,1, e un rallentamento lieve della manifattura, da 55,1 a 54,6 (comunque in territorio di crescita solida). Se i numeri confermano queste attese, la lettura “economia USA ancora forte” si rafforza e con essa il dollaro. Una sorpresa al ribasso offrirebbe solo un sollievo temporaneo: il mercato teme comunque tassi USA più alti, indipendentemente dal dato di oggi.
Giovedì arriva il PCE core degli Stati Uniti, la misura d’inflazione che la Fed guarda più di ogni altra. Un dato sopra attese avvicina l’85,6% di probabilità di rialzo del 9 luglio verso la certezza. In ogni caso il mercato sta già prezzando rialzi: un dato sotto le attese può solo rallentarne il ritmo.
Guardando a levante, c’è un altro cross da tenere sotto stretta osservazione: USDJPY è a 161,95, sui livelli del 1986. La Bank of Japan ha già tentato un intervento la settimana scorsa senza risultati duraturi. Quando un intervento fallisce, chi aveva preso yen in prestito a tassi quasi nulli per comprare asset altrove è costretto a vendere per chiudere la posizione e vende un po’ di tutto, non solo yen. Un altro segnale che si somma a quelli su EUR/USD, EUR/GBP e GBP/USD: dollaro su, tutto il resto giù.
Dalle valute al mercato azionario
Cosa succede se EUR/USD scende sotto 1,14, GBP/USD sotto 1,32 e EUR/GBP sotto 0,86?
Con la violazione simultanea di questi supporti, il ritorno del dollaro sopra quota 100 smetterebbe di essere un semplice fatto tecnico. Diventerebbe il segnale di un processo più ampio di riduzione del rischio sui mercati globali.
Gli effetti si propagherebbero oltre il mercato valutario. In uno scenario simile, i primi a subire pressione sono di solito i mercati emergenti, le obbligazioni ad alto rendimento e i titoli growth, gli stessi che hanno beneficiato di più dell’abbondanza di liquidità degli ultimi anni.
Tutto questo accadrebbe in un contesto già fragile. L’S&P 500 quota con un Shiller CAPE di 40,4, il secondo livello più alto della storia dopo il 44,19 di dicembre 1999. Il dividend yield è a 1,05%. Un mercato a questi multipli non ha margine per assorbire una fuga di liquidità: quando arriva, gli effetti sono a cascata.
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