Ernesto Maria Ruffini: dal fisco alla politica?

Lorenza Morello

13 Dicembre 2024 - 17:00

Le dimissioni del direttore dell’Agenzia delle Entrate aprono scenari tra crisi di governo, ipotesi istituzionali e un futuro ancora tutto da scrivere.

Ernesto Maria Ruffini: dal fisco alla politica?

Se Atene piange Sparta non ride”, recita un famoso proverbio tratto dall’opera Aristodemo di Vincenzo Monti.

Ed è la prima cosa che mi è venuta in mente appresa la notizia delle dimissioni di Ernesto Maria Ruffini da direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Che l’incarico -sebbene durato dieci anni e diversi governi- di Ruffini all’Agenzia fosse solo un ponte verso qualcos’altro, solo uno stolto poteva non vederlo.

Dal primo libro “L’evasione fiscale spiegata a un evasore (anche quello dentro di noi)” scritto nel remoto 2013, fino all’ultimo lavoro che tratta dell’uguaglianza in costituzione e reca niente popò di meno che la prefazione di Sergio Mattarella, il cammino del giurista -figlio di cotanto padre e con una famiglia che ricopre e ha ricoperto (sicuramente con diligenza) ruoli di potere in ambiti che spaziano dall’oltre Tevere alla Rai- non è certo quello di qualcuno che pensa a sé stesso se non come a un civil servant di cui la nazione ha bisogno (per sua stessa modesta ammissione ripetuta più volte nel corso degli anni nei dialoghi tra amici: “Roma meriterebbe un sindaco come me”, e per gli hashtag #romanonostante che campeggiano fieri sul suo profilo Instagram).

E adesso, che questo Governo ha compiuto il codardo oltraggio e pare non apprezzare più il suo decennale e plurigovernativo operato, è comprensibile che lasci le redini.

Per scendere in politica? Difficile immaginarlo. Per scendere in politica serve capacità comunicativa ed empatica, doti non proprio ai primi posti tra le tante qualità di Ruffini (d’altronde, l’uomo perfetto non esiste, dovrà farsene una ragione anche lui).

Più verosimile, vista la profonda e reciproca amicizia con il Presidente Mattarella, che pare invece non unire il Colle con l’attuale Governo, è un passaggio di cariche di più alto grado.

C’è infatti chi -specie dopo le antipatie dichiarate tra Berlusconi jr e Salvini (che, dopo il giovedì nero sul tema dell’autonomia differenziata, attende tra 10 giorni la sentenza Open Arms)- immagina il seguente scenario:

Una crisi di Governo -non proprio remota né tantomeno casuale- con un Mattarella che, facendo la conta dei voti, affida l’incarico al buon Ruffini, della cui serietà nessuno ha il minimo dubbio, civil servant fedele e che (lo sa bene pure lui) farebbe fatica a distribuire santini a quegli italiani a cui fino a ieri inviava cartelle esattoriali.

Molto meglio una nomina istituzionale, come si confà a certi soggetti. E, facendo i calcoli matematici, stavolta i conti quadrerebbero davvero.