Il 20 settembre, Israele ha lanciato un attacco contro la capitale del Libano, Beirut, eliminando quasi tutta la leadership dell’Unità Radwan di Hezbollah durante un incontro segreto. Le Unità Radwan sono le forze speciali operative di Hezbollah. Successivamente, Tel Aviv ha condotto «attacchi preventivi» contro lanciatori di missili e razzi, nonché contro i siti di stoccaggio in Libano.
Il sistema di difesa Iron Dome israeliano ha nel frattempo intercettato e abbattuto i razzi e i missili che sono riusciti a essere lanciati. In seguito, Israele ha avviato una massiccia campagna di bombardamenti aerei, colpendo depositi, magazzini e lanciatori rimasti nel sud del Libano. È probabile che questa campagna di bombardamenti continui per giorni, se non per una settimana o più, con l’obiettivo dichiarato di Israele di colpire migliaia di obiettivi di Hezbollah in Libano. È iniziata la terza guerra del Libano tra Israele ed Hezbollah? Ne abbiamo parlato con l’analista geopolitico e saggista, Amedeo Maddaluno.
Quali sono, a suo avviso, le motivazioni che hanno portato Israele a lanciare l’operazione «Frecce del Nord» contro Hezbollah in Libano?
Una sola parola: Hizballah. Il prodromo è stata l’operazione “cercapersone” del 17/18 settembre e il successivo raid su Beirut che hanno de facto decapitato il Partito Di Dio. Oggi sembrano essere presi di mira centri logistici (depositi di munizioni e sistemi d’arma) e “basi di lancio”. Resta da capire quanto Israele voglia utilizzare queste operazioni (ne parlo al plurale) per degradare le capacità militari di Hizballah “da lontano”, e quanto invece questo possa essere il prodromo di un’invasione di terra (la quale resta possibile, visto l’accumulo di mezzi a nord, ma un po’ meno probabile, perché impegnerebbe Tzahal su un terzo fronte, con tutte le problematiche organizzative e di munizionamento che si possono ben immaginare).
L’escalation militare in corso, con oltre 1.300 siti colpiti e un bilancio drammatico di vittime civili, inclusi donne e bambini, rappresenta un punto di ritorno per un conflitto che ora potrebbe allargarsi? Israele afferma che lo scopo è colpire Hezbollah, ma forse è ingenuo sciocco pensare che l’esercito libanese si ritirerà e permetterà che il suo paese venga invaso da una nazione straniera. Cosa ne pensa?
Penso che l’obiettivo operativo di Israele sia Hizballah, con pochi dubbi; altro è dire dell’obiettivo strategico, che a mio personalissimo avviso ha tanto a che vedere con la sicurezza di Israele e la lotta al terrorismo quanto con la sopravvivenza politica di Netanyahu – il quale ha un disperato bisogno che le guerre in cui oggi Israele è impegnata finiscano il più tardi possibile. L’esercito libanese è, sempre a mio avviso, l’ultima preoccupazione di Israele: mi preoccupo piuttosto del ginepraio di milizie politiche, claniche, famigliari e religiose della maionese impazzita del Paese dei Cedri. Chi resterà neutrale? Chi prenderà le armi contro Israele? Chi approfitterà per regolare vecchi conti contro Hizballah?
Il 2006 non è stata una passeggiata per l’IDF. Questa invasione potrebbe rivelarsi ancora più costosa tanto da richiedere il coinvolgimento degli Stati Uniti?
Un coinvolgimento indiretto già oggi c’è, e penso alle forniture di munizioni e sistemi d’arma da parte di Washington. Senza questo supporto, già oggi Israele sarebbe quasi impossibilitato a operare a Gaza. Per quanto riguarda i costi, permettimi una nota economica per i tuoi lettori: già oggi abbiamo dati sul costo del conflitto in corso sulle finanze pubbliche israeliane, e sembrano esserci anche effetti sul PIL e sugli investimenti diretti esteri (per quanto, pare, ad oggi meno rilevanti di quanto temuto). È vero che “l’argent fait la guerre” (la guerra si fa coi soldi), ma non sono i problemi economici che fermano la guerra (citofonare Russia, la cui economia non è certo stata messa dalle nostre sanzioni non in condizioni di continuare la guerra in Ucraina!). Non sarà la voce “costi economici” e nemmeno quella “costi umani” a dissuadere Netanyahu dall’intervenire via terra in Libano: sarà per motivi militari che la terranno come ultima, limitata opzione.
A tal proposito, in che modo la comunità internazionale, e in particolare gli Stati Uniti, l’Europa e l’Iran, stanno reagendo o potrebbero reagire a questa offensiva israeliana?
USA ed Europa sono allineati e coperti da sempre sulla “linea Netanyahu”: come disse il poeta, “si costernano, si indignano, si impegnano (per la pace) poi gettano la spugna con gran dignità”. All’ennesima strage di civili si diranno “preoccupati”. La Germania ha già smentito qualsiasi bando alle forniture militari per Tel Aviv (stando ad EuroNews, 5 giorni fa). L’Iran tuonerà, ma poco gli resterà da fare se non (ri)armare Hizballah e tentare qualche azione asimmetrica contro Israele.
Data la portata degli attacchi e le vittime civili registrate, quali potrebbero essere le conseguenze umanitarie per la popolazione libanese e quale ruolo potrebbero giocare le organizzazioni internazionali nell’affrontare questa crisi?
Le conseguenze umanitarie sarebbero tra il drammatico e lo spaventoso (a Gaza invece siamo già all’ “apocalittico”): il Libano è già uno stato fallito, non in grado di fornire servizi ai propri cittadini. Suppliscono le reti clientelari claniche, partitiche e confessionali, che la guerra non farà che indebolire nell’immediato (tatticamente: banalmente, verrebbero “bombardate”) e rafforzate nel medio termine (strategicamente). Degradando le poche infrastrutture materiali e immateriali presenti, ai libanesi resterà solo l’abbandono del martoriato paese o la solidarietà clanica, il che rappresenterebbe un ulteriore regressione della società civile: è l’effetto perverso di ogni guerra, che rafforza il male che voleva estirpare.