È innegabile che, con la firma degli Accordi di Abramo durante il suo primo mandato e l’uscita dall’accordo nucleare (JCPOA), Donald Trump e i repubblicani abbiano perseguito l’obiettivo di ridurre l’influenza della Repubblica Islamica dell’Iran in Medio Oriente.
Questa strategia, definita di «massima pressione», si è concretizzata colpendo i «proxies» regionali di Teheran, come gli Houthi, un approccio evidente anche nelle recenti settimane. Una d’azione soddisfa da un lato Israele, storico alleato degli Stati Uniti e nemico giurato di Teheran, e dall’altro l’Arabia Saudita, rivale della Repubblica Islamica e un partner su cui Trump ha puntato molto, consolidando così le alleanze chiave nella regione.
Ora il presidente Usa chiede a Teheran di stringere un accordo entro 30 giorni, ma qual è il suo vero obiettivo?
L’offerta di Trump all’Iran: diplomazia o preludio di un conflitto?
Nei giorni scorsi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha teso una mano al leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, proponendo colloqui per un nuovo accordo nucleare nel tentativo di evitare un confronto militare diretto. A dirlo è stato l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff durante un’intervista a Fox News: «Non dobbiamo risolvere tutto militarmente. Il nostro segnale all’Iran è: ‘Sediamoci e vediamo se, attraverso il dialogo e la diplomazia, possiamo arrivare al punto giusto’. Se ci riusciamo, siamo pronti a farlo. In caso contrario, l’alternativa non è delle migliori».
L’iniziativa segue una lettera inviata da Trump il 7 marzo alla leadership iraniana, in cui esprimeva la volontà di negoziare sulle attività nucleari dell’Iran, ammonendo però di possibili azioni militari in caso di rifiuto. Khamenei ha respinto con forza l’approccio, definendo Trump un “prepotente” e chiudendo la porta a qualsiasi dialogo sotto pressione.
L’offerta di Trump giunge in un momento di forte attrito, in particolare per i presunti legami dell’Iran con gli Houthi nello Yemen. Il gruppo sciita, vicino a Teheran, ha intensificato gli attacchi contro Israele, giustificandoli come rappresaglia per il blocco degli aiuti e la ripresa delle operazioni militari israeliane a Gaza. Dopo intensi bombardamenti americani nello Yemen la scorsa settimana, il magnate repubblicano ha promesso di ritenere Teheran responsabile per qualsiasi aggressione degli Houthi, rigettando le affermazioni iraniane secondo cui il gruppo agisce in autonomia. «Che nessuno si illuda!” ha scritto Trump su Truth Social.»Le centinaia di attacchi degli Houthi provengono tutti dall’Iran e sono creati dall’Iran. Qualsiasi ulteriore attacco o rappresaglia degli ‘Houthi’ sarà affrontato con grande forza".
Il primo mandato di The Donald
Nel 2018, durante il suo primo mandato presidenziale, Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo nucleare siglato nel 2015 con le potenze mondiali. Il patto limitava il programma nucleare iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni, ma l’uscita di Trump- seguita da nuove sanzioni - hanno compromesso la fiducia della Repubblica Islamica verso l’amministrazione Usa.
Da allora, l’Iran ha accelerato l’arricchimento dell’uranio fino al 60% di purezza, un passo tecnico dal 90% necessario per il grado militare. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), l’Iran possiede materiale fissile sufficiente per più bombe, sebbene non vi siano prove di un’intenzione di costruirne una.
Khamenei, in un discorso per il Capodanno persiano, ha ribadito la posizione di sfida dell’Iran: «Gli Stati Uniti e gli altri devono sapere che, se compiranno un atto ostile contro la nazione iraniana, riceveranno un duro colpo». Il leader supremo anche smentito il controllo sugli Houthi, sostenendo che la resistenza nello Yemen nasce da motivazioni interne, non da ordini iraniani.
L’Iran sostiene che il suo arricchimento, monitorato dall’IAEA, serva a scopi civili - combustibile per la centrale di Bushehr e isotopi medici per il suo consolidato programma di medicina nucleare. Khamenei ha accusato Trump di malafede, ricordando la fine del JCPOA: «Questa stessa persona ha stracciato l’accordo. Come possiamo negoziare con lui?».
Il piano di guerra del Pentagono
Ora un rifiuto da parte degli iraniani potrebbe aumentare drasticamente le probabilità di attacchi americani o israeliani contro i siti nucleari iraniani. Gli Usa vogliono approfittare del momento di (relativa) debolezza della Repubblica Islamica, aggravato dalla caduta dello storico alleato in Siria, Bashar al-Assad.
Secondo il giornalista investigativo Ken Klippenstein, l’amministrazione Trump sta valutando un piano militare del Pentagono per una guerra su larga scala contro l’Iran, un’opzione mai considerata nel primo mandato del tycoon. Il progetto SEED, emerso da documenti e contratti, prevede un approccio “olistico” che integra forze militari, CIA, cyberattacchi, disinformazione e persino armi nucleari, coinvolgendo alleati come Israele e gli Stati del Golfo in una collaborazione inedita. Questo piano, guidato dal Centcom, risponde alla rivalutazione dell’Iran come potenza missilistica e di droni, e si basa su dettagliati scenari operativi come il Global Campaign Plan for Iran e un Operational Plan di Livello 4. Un aggiornamento dei piani di guerra che testimonia il fatto che una possibile escalation è più probabile e vicina di quanto ci si immagini.
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