Analisi sul mito del dividend hunting: perché comprare prima dello stacco può essere fiscalmente inefficiente e cosa mostrano 25 anni di dati ENI.
Maggio è il mese in cui Piazza Affari si anima di aspettative. Banche, utility, società energetiche: decine di titoli si preparano a staccare il dividendo, e ogni anno migliaia di investitori - soprattutto retail - iniziano a fare i calcoli. Un rendimento del 7%, del 9%, in qualche caso addirittura del 10% o più. Numeri che, confrontati con un conto deposito o un BTP, sembrano quasi irresistibili. È comprensibile. È umano. Ed è esattamente il momento in cui bisogna fermarsi a ragionare.
Perché quello che sembra un’opportunità semplice - compro oggi, incasso domani - nasconde una meccanica che la maggior parte degli investitori conosce in astratto, ma sottovaluta nella pratica. Il dividendo non è un regalo. Non è un rendimento «in più» che il mercato ti offre con generosità. È una trasformazione di capitale: il giorno dello stacco, il prezzo dell’azione scende automaticamente di un importo pari alla cedola distribuita. Quello che entra nel conto è uscito dalla valorizzazione del titolo. Il valore complessivo, almeno in quel momento, è invariato.
Ma allora perché così tante persone continuano a inseguire i dividendi di maggio come se fossero una miniera d’oro? E soprattutto: c’è davvero qualcosa di concreto da guadagnare - o si tratta di una delle illusioni più diffuse e costose della finanza personale? [...]
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