Diritti Speciali di Prelievo del FMI, la solita illusione dell’Helicopter Money

Guido Salerno Aletta

31/01/2025

Si illude chi pensa di poter usare tranquillamente le riserve in valuta forte delle Banche Centrali degli Stati “ricchi” per fare donazioni agli Stati “poveri”: qualcuno il conto lo dovrà pagare.

Diritti Speciali di Prelievo del FMI, la solita illusione dell’Helicopter Money

E’ stata recentemente rilanciata l’idea di sostenere lo sviluppo dei Paesi più poveri, spesso già pesantemente indebitati con l’estero, rinnovando a loro favore l’emissione straordinaria da parte del FMI di DSP (Diritti Speciali di Prelievo) che fu effettuata nel 2021, in piena epidemia di Covid, per evitare il collasso dell’economia mondiale e dare un minimo di solidarietà in campo sanitario ai Paesi più poveri.

Le somme che in quella occasione vennero assegnate agli Stati sulla base delle nuove emissioni di DSP erano come sempre dei veri e propri prestiti, che andavano dunque integralmente restituiti: la solidarietà ai Paesi più poveri si realizzava mediante una rinuncia da parte degli Stati più ricchi ad utilizzare direttamente ed integralmente i DSP loro spettanti. Promettevano infatti di devolverne una quota a titolo di “donazione” agli Stati più poveri, ma impegnandosi loro stessi a farsi carico del rimborso di queste somme e del pagamento degli interessi.

Rifacendosi a quell’esempio, Joseph E. Stiglitz e Mark Weisbrot hanno recentemente pubblicato su Project Syndacate un appello intitolato “A No-Brainer for Global Growth and US Jobs” (Una soluzione semplicissima per la crescita globale e l’occupazione negli USA): secondo gli autori, sarebbero gli Stati Uniti, da sempre riottosi a dare il via libera alla emissione di DSP, a guadagnarci nel sostenere l’emissione su larghissima scala di nuovi DSP da parte del FMI, nella prospettiva che vengano tutti “donati” ai Paesi poveri.

Gran parte di queste somme, a loro avviso, sarebbero infatti utilizzate non solo per importare merci e servizi dagli stessi Usa, riducendone il deficit della bilancia commerciale, ma anche per saldare i debiti pregressi contratti sull’estero, evitando pericolosissimi default che avrebbero effetti nefasti sugli stessi mercati finanziari americani.
C’è del volontarismo, se non dell’eccessivo ottimismo, in questa prospettazione.

I Diritti Speciali di Prelievo sono infatti rappresentabili come una moneta sintetica, il cui valore è basato su un paniere prestabilito di valute accreditate come strumento di riserva accettato a livello internazionale (dollaro 41,7%, euro 30,9%, yuan 10,9%, yen 8,3% e sterlina 8%): la loro emissione da parte del FMI avviene sulla base di decisioni di carattere straordinario, al fine di aiutare i Paesi in difficoltà economiche, valutarie e finanziarie, erogando conseguentemente prestiti d’aiuto denominati in DSP. Sulla base di Accordi estremamente severi raggiunti con i Governi destinatari degli aiuti, i DSP possono essere conseguentemente utilizzati (dopo averli necessariamente convertiti in valuta corrente) finanziando investimenti pubblici volti a rendere più dinamica l’economia, ovvero per ripagare i debiti esteri già contratti a tassi più elevati.

Ci sono due questioni decisive.
In primo luogo, la decisione di emettere nuovi DSP è soggetta al voto favorevole dell’85% dei diritti di voto espressi dai Paesi aderenti al FMI: e gli Usa hanno in questo caso un potere di veto insuperabile, detenendo il 16,49% di questi diritti.
In secondo luogo, la “gratuità” dei nuovi DSP, che verrebbero emessi al solo scopo di girarli ai Paesi poveri al fine di sostenerne lo sviluppo, dipende esclusivamente dalla preliminare decisione degli Stati più ricchi di mettere a disposizione di quelli più poveri le somme corrispondenti, che sono rappresentate da quote di riserve in valute forti (quelle che compongono il paniere) detenute dalle loro Banche centrali: solo cosí, infatti, i nuovi DSP di cui è stata decisa l’emissione possono essere redistribuiti ai Paesi meno abbienti a titolo di “donazione”, e conseguentemente non sono soggetti né alla restituzione del capitale né al pagamento di interessi da parte loro. C’è dunque un trasferimento netto di risorse dai Paesi “ricchi donatori” ai Paesi “poveri percettori” che si realizza attraverso la creazione e poi l’erogazione di DSP da parte del FMI.

Bisogna ricordare in dettaglio quanto avvenne nel 2021, in occasione della epidemia di Covid: fu assunta la decisione straordinaria di emettere, e conseguentemente di distribuire tra tutti i Paesi aderenti al FMI proporzionalmente alle rispettive quote di partecipazione al Fondo, ben 533 miliardi di DSP (corrispondenti a 650 miliardi di dollari statunitensi). Di questa somma complessiva, solo 25 miliardi di DSP sono stati effettivamente erogati a titolo di donazione ai Paesi più poveri: una briciola rispetto ai 114 miliardi di DSP, che pure erano stati promessi a questo fine nelle Dichiarazioni di Intenti presentate dai Paesi “ricchi”.
Tra il dire ed il fare, c’è stato di mezzo il mare.

Questo è il punto da cui bisogna partire: la creazione di DSP presuppone l’utilizzazione da parte dei destinatari degli aiuti in caso di difficoltà, ovvero delle “donazioni”, di quote di riserve valutarie esistenti presso le Banche centrali dei Paesi aderenti al FMI.
Gli aiuti in DSP che vengono distribuiti come “donazione” ai Paesi poveri sono dunque la quota dei DSP di spettanza dei Paesi ricchi, ed a cui questi dichiarano di rinunciare per devolverli ai Paesi poveri.
Per essere conclusivi: la erogazione dei DSP in termini di “prestito d’aiuto”, che viene effettuata da parte del FMI agli Stati in difficoltà ed a severe condizioni per garantirne il rimborso, è una forma di utilizzo straordinario e temporaneo di corrispondenti quote delle riserve in valute forti detenute dalle Banche Centrali dei Paesi aderenti al FMI che devono essere restituite loro.
Nel caso invece di erogazioni a titolo definitivo, e quindi delle cosiddette “donazioni” ai Paesi poveri che furono decise nel 2021 e che ora si propone di replicare, si tratta di trasferimenti tra Stati: gli Stati “donatori” versano risorse agli Stati “percettori” attraverso il FMI che le eroga in DSP. Ma sono sempre quote delle riserve in valute forti (le monete che fanno parte del paniere) esistenti nei bilanci delle loro Banche centrali.

C’è una questione che viene tralasciata: gli Stati “donatori” devono comunque rimborsare le loro Banche centrali per le cessioni di valuta che effettuano sulla base delle richieste di conversione dei DSP avanzate dagli Stati “percettori”.
Il FMI non emette valuta propria: i DSP non sono altro che risorse messe temporaneamente a disposizione di Stati in difficoltà mediante “prestiti di aiuto”, ovvero che vengono cedute definitivamente da parte degli Stati ricchi agli Stati poveri nel caso delle “donazioni”, ma sempre utilizzando quote delle riserve in valute forti delle Banche Centrali. Ma sono gli Stati “donatori” a doversi fare carico dei rimborsi e degli interessi.
I nuovi DSP non rappresentano altrettanta nuova liquidità emessa dal FMI acquistando a titolo definitivo titoli di Stato sul mercato, come invece hanno fatto le Banche centrali negli anni scorsi, con i QE.

Le Banche Centrali non regalano niente a nessuno, e tanto meno il FMI ha mai regalato denaro agli Stati a favore dei quali è intervenuto: anzi, è noto per la particolare durezza delle condizioni che ha sempre imposto nell’erogare prestiti e per garantirsene il rimborso. Si illude, dunque, chi pensa di poter usare tranquillamente le riserve in valuta forte delle Banche Centrali degli Stati “ricchi” per fare donazioni agli Stati “poveri”.
Qualcuno, comunque, il conto lo deve pagare.

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