Dagli stereotipi ai vertici di Karl Storz: la storia di Claudia Georgia Banella, tra carriera, pregiudizi e consigli per costruire il proprio futuro.
Quante volte ti hanno fatto capire, anche senza dirlo apertamente, che non ce l’avresti fatta? È una dinamica che molti giovani conoscono bene, ma che pesa ancora di più quando entrano in gioco stereotipi e pregiudizi. Non ne è stata immune nemmeno Claudia Georgia Banella, oggi alla guida di una realtà da 43 milioni di euro di fatturato (considerando solamente la divisione italiana), ma cresciuta in un contesto in cui sentirsi dire che certi ruoli “non erano per lei” era tutt’altro che raro.
Il suo percorso parte da lì, da aspettative basse e da giudizi esterni. Prima lo sport ad alto livello, poi la scelta di cambiare strada e costruirsi uno spazio nel mondo aziendale, in cui ogni passaggio ha alzato il livello delle responsabilità.
Oggi è alla guida un business internazionale, ma il punto non è dove è arrivata. Conta il percorso, e quello che dice a chi, ancora oggi, si sente dire che non è abbastanza.
Chi è Claudia Georgia Banella
Claudia Georgia Banella oggi è vicepresidente di Karl Storz, multinazionale attiva nel settore della salute e della chirurgia mini-invasiva. Un ruolo che la porta a gestire un’area ampia e complessa: “seguo tutta la parte del Sud Europa, quindi sette Paesi (Italia, Spagna, Portogallo, Malta, Cipro, Grecia)”, racconta. A questo si aggiunge la responsabilità diretta dell’Italia, dove ricopre anche il ruolo di amministratrice delegata di una divisione che da sola fattura 43 milioni di euro (dati riferiti al 2024).
Un percorso che, però, non nasce nel mondo aziendale, perché prima della carriera manageriale c’è lo sport, ad alto livello. Banella ha giocato a pallavolo anche in Serie A, in un contesto competitivo che - come spesso accade - lascia segni profondi anche fuori dal campo. “Lo sport ti prepara alla vita”, spiega, sottolineando come disciplina, gestione della pressione e lavoro di squadra siano diventati strumenti fondamentali anche nel lavoro.
Il passaggio dalla pallavolo al management non è stato immediato, né semplice. “È stata una scelta difficilissima”, ammette, ricordando il momento in cui ha deciso di lasciare lo sport quando era ancora al top, una decisione che segna un cambio di rotta netto, ma che diventa anche il primo vero banco di prova. Da lì inizia un percorso costruito passo dopo passo, fino ad arrivare a ruoli di vertice in un contesto internazionale, senza farsi condizionare da chi, lungo la strada, provava a ridimensionarne le ambizioni.
Una carriera di successi (e pregiudizi)
Il percorso di Claudia Georgia Banella oltre ad aver rappresentato una crescita professionale è stato anche un confronto continuo con aspettative basse e giudizi difficili da ignorare, in un clima che, in certi momenti, tendeva a ridimensionare le ambizioni prima ancora dei risultati.
“Mi è stato detto, anche in maniera molto diretta, che certi ruoli non erano per me in quanto donna”, racconta. Non un episodio isolato, ma qualcosa che si è ripetuto nel tempo, in forme più o meno esplicite: un tipo di pressione che non sempre si vede, ma che incide.
Eppure, proprio da lì si costruisce una parte importante del percorso.“Non ci ho creduto”, spiega.
Il tema, però, non riguarda solo la sua esperienza. Il gender gap nel lavoro resta una realtà diffusa, soprattutto nei livelli più alti delle organizzazioni. “Pesa ancora tantissimo”, sottolinea, evidenziando come la presenza femminile nei ruoli decisionali sia ancora limitata.
Le difficoltà spesso si manifestano in modo più sottile, nei contesti in cui il ruolo non viene riconosciuto subito. “Capita ancora oggi, soprattutto quando mi trovo in situazioni dove sono l’unica donna”, racconta. Dinamiche che non impediscono di fare carriera, ma che rendono il percorso più complesso. E qui emerge uno degli aspetti più interessanti della sua visione. Secondo Banella, una parte di questa pressione nasce anche dall’interno. “La donna lavora il doppio per dimostrare a se stessa”, spiega, mettendo in luce quindi non solo una questione di contesto, ma anche di approccio personale.
Il risultato è un equilibrio difficile. Da una parte la necessità di affermarsi, dall’altra il rischio di dover dimostrare continuamente il proprio valore. In mezzo, un percorso che - come mostra la sua esperienza - non si costruisce aspettando che le condizioni siano perfette.
I consigli per le nuove generazioni
Se c’è un errore che ritorna spesso nei percorsi professionali, è quello di aspettare il momento giusto, l’occasione. Secondo Claudia Georgia Banella, però, questo momento raramente arriva da solo. “Aspettare non serve”, spiega. Serve invece prepararsi, capire quando si è pronti e, a quel punto, fare un passo avanti. Senza aspettare che siano gli altri a indicarlo. “Se sai di aver fatto il lavoro e di essere pronta, prenditelo”.
È un cambio di prospettiva netto rispetto a una narrazione molto diffusa, soprattutto tra i più giovani, che tende a legare la crescita professionale a fattori esterni. Nella sua esperienza, il punto è un altro: dimostrare di voler crescere. Anche esporsi, quando serve.
Questo non significa forzare i tempi o bruciare le tappe. “Bisogna avere la giusta pazienza”, chiarisce, per quanto da sola non basti in quanto va accompagnata dalla capacità di mettersi in gioco quando arriva l’occasione.
C’è poi un altro aspetto che emerge: il valore del merito come elemento su cui costruire il proprio percorso. “Io credo nel merito”, dice, collegando questo concetto anche alla sua esperienza nello sport, dove il risultato è sempre la conseguenza del lavoro fatto.
Il ruolo delle aziende
Il percorso individuale conta, ma non basta perché il contesto in cui si lavora può fare la differenza, soprattutto quando si parla di inclusione e opportunità reali di crescita. Secondo Claudia Georgia Banella, il punto non è riempire caselle o inseguire obiettivi formali. “Non credo nel mettere le donne a tutti i costi in ruoli di responsabilità”, spiega. Conta piuttosto la capacità di individuare le persone giuste e metterle nelle condizioni di esprimersi.
È qui che entra in gioco il ruolo delle aziende. “La differenza si vede quando si fanno le scelte che contano”, sottolinea, facendo riferimento anche al rischio di un’inclusione solo di facciata.
Accanto a questo, c’è un altro tema sempre più centrale: il benessere delle persone tanto in senso fisico quanto sotto l’aspetto psicologico e organizzativo. “Tutto parte dalla testa”, osserva, evidenziando quanto oggi sia fondamentale creare ambienti che permettano alle persone di lavorare bene, ma anche di stare bene.
In questo senso, strumenti come lo smart working o i servizi di supporto sono fondamentali in quanto migliorano la qualità della vita e, di conseguenza, anche la produttività. Un equilibrio che, secondo Banella, passa anche dalle relazioni: “Guardandosi negli occhi si risolvono un sacco di problemi”.
Il risultato, quando questo processo funziona, è duplice. Da una parte si costruiscono contesti più inclusivi, dall’altra si valorizzano davvero le competenze. Ed è proprio in questo equilibrio che si gioca la qualità di un’organizzazione.
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