Il segmento sanitario europeo vive una delle crisi più dure degli ultimi anni. I listini di settore sono in profondo rosso, con un calo medio vicino al -20% dai massimi. Non si tratta soltanto di un problema interno: la spinta negativa parte, ancora una volta, dagli Stati Uniti, con due mosse forti volute da Donald Trump. Da un lato, il progetto GLOBE, un’iniziativa nata già nel 2020 con l’obiettivo di abbassare i prezzi dei farmaci negli USA. Dall’altro, l’introduzione di un dazio del 100% sui farmaci brevettati importati, eliminabile soltanto se prodotti direttamente sul territorio americano.
Questa combinazione sta generando un vero e proprio shock finanziario: gli investitori temono che la marginalità delle aziende farmaceutiche possa essere erosa rapidamente, con impatti diretti sulla sostenibilità degli utili. Ma ciò che sorprende è che la tempesta non si è fermata ai colossi del pharma: in Italia due società lontane dal “big pharma”, Diasorin e Amplifon, hanno subito ribassi pesantissimi, finendo al centro dell’attenzione di analisti e risparmiatori.
Il contesto: sanità europea sotto pressione
Per comprendere l’entità del fenomeno bisogna partire dal quadro generale. Il comparto sanitario europeo era stato, per anni, considerato un “porto sicuro”: margini elevati, domanda rigida (la salute non è ciclica) e crescita costante. Tuttavia, da inizio 2025, il settore ha subito una correzione brusca, perdendo circa un quinto della capitalizzazione.
Il driver principale è stato politico e geopolitico. Trump, rieletto con una campagna fortemente incentrata sulla lotta all’inflazione sanitaria, ha riattivato il disegno che formava lo storico GLOBE, utilizzando però questa volta mezzi alternativi.
Cos’è GLOBE e perché conta
GLOBE (Globalization of Lowered Official Biopharmaceutical Expenditures) fu introdotto per la prima volta nel 2020, durante la campagna presidenziale. L’obiettivo: allineare i prezzi dei farmaci americani a quelli più bassi praticati in Europa o Canada, riducendo drasticamente il costo per il paziente USA. In pratica, il governo poteva imporre alle aziende di abbassare i prezzi sul mercato domestico, prendendo come benchmark i listini esteri.
Il problema è che questo sistema è stato ripetutamente contestato in tribunale. La Corte Suprema, in più occasioni, lo ha dichiarato illegittimo, affermando che violasse le regole del libero mercato e i contratti di proprietà intellettuale. Tuttavia, Trump non ha abbandonato l’idea: se la via giudiziaria è bloccata, ecco che la leva commerciale diventa l’arma alternativa.
Da qui la seconda mossa: il dazio del 100% sui farmaci brevettati importati. Una misura drastica, che incentiva la produzione in USA, ma al tempo stesso getta incertezza globale, perché rende più complesso per le multinazionali allocare risorse e pianificare investimenti.
In questo contesto di paura, gli investitori tendono a vendere in blocco, non distinguendo tra aziende realmente colpite e realtà più periferiche. Ed è proprio qui che entrano in scena Diasorin e Amplifon.
Diasorin: un colosso diagnostico in crisi d’immagine
Diasorin non è un colosso del pharma tradizionale. È un gruppo leader nelle diagnostiche in vitro, con particolare specializzazione nei test immunodiagnostici e molecolari. La sua vera esplosione è avvenuta nel 2020, durante la pandemia da Covid-19, quando la domanda di test diagnostici ha moltiplicato fatturato e margini.
Ma quell’onda straordinaria si è inevitabilmente spenta. Il titolo, che aveva toccato massimi storici, ha perso oltre il 64% da allora. Oggi quota a un P/E di circa 21x, un multiplo non proibitivo, ma che riflette aspettative di crescita molto più basse rispetto al passato.
I fondamentali non sono disastrosi: il margine netto si aggira intorno al 16%, ben lontano dal 30% del periodo Covid ma comunque sano. Non parliamo dunque di un’azienda in default, bensì di una normalizzazione dei profitti. Tuttavia, la percezione di settore pesa: se crolla la fiducia sulla sanità, anche Diasorin finisce nella spirale.
Amplifon: più tech che sanitario
La situazione di Amplifon è ancor più interessante. L’azienda è leader globale nelle soluzioni per l’udito, con una presenza capillare di negozi e centri specializzati. Eppure, viene spesso etichettata come titolo sanitario. In realtà, molti analisti la considerano più vicina al comparto tecnologico, perché la sua forza risiede nell’innovazione dei dispositivi, nella distribuzione omnicanale e nella capacità di sfruttare i trend demografici legati all’invecchiamento della popolazione.
Eppure, anche Amplifon è stata colpita duramente: -71% dai massimi, con un P/E di 25x. Numeri che raccontano un ridimensionamento severo, quasi incoerente con i dati operativi.
Infatti, i fondamentali restano stabili: margine operativo intorno all’11%, margine netto quasi al 6%, entrambi in linea con il passato. Le revenue per share non mostrano flessioni sostanziali. In altre parole, Amplifon non è un’azienda in deterioramento, ma subisce un sell-off di settore che la penalizza oltre misura.
Perché il crollo appare “ingiusto”
Sia Diasorin che Amplifon non sono colpite in modo diretto dai dazi o dal GLOBE. La loro esposizione ai farmaci è marginale o nulla. Eppure, pagano l’appartenenza al comparto sanitario. È il classico caso in cui la logica di mercato prevale su quella aziendale: l’indice scende, e con esso scendono tutti i titoli associati, indipendentemente dalle peculiarità di business.
Il risultato è una penalizzazione eccessiva. Tuttavia, per gli investitori orientati al breve termine, questi movimenti rappresentano una trappola: la coerenza tra fondamentali e prezzi può tardare ad arrivare.
Quando il mercato ignora la realtà aziendale
Il caso Diasorin-Amplifon ci ricorda una lezione importante: le dinamiche settoriali possono travolgere le logiche interne di una singola società. Anche aziende con conti solidi finiscono per pagare in termini di valutazione, semplicemente perché il mercato ragiona per comparti e non per singoli bilanci.
C’è un vecchio detto a Wall Street: “il mercato può rimanere irrazionale più a lungo di quanto tu possa rimanere solvente”. È proprio questo il punto. In momenti come quello attuale, non basta valutare il P/E o i margini: occorre considerare il sentiment globale e l’effetto contagio.
Per l’investitore consapevole, non significa inseguire il rimbalzo immediato, ma riconoscere che i prezzi riflettono spesso paure eccessive. Diasorin e Amplifon non sono “morte” come aziende. Stanno vivendo un contesto sfavorevole, amplificato da dinamiche politiche e di settore. Capire questa distinzione è il primo passo per evitare decisioni emotive e mantenere una visione lucida sul proprio portafoglio.