La Germania è “kaput”. Così ha scritto qualche giorno fa il quotidiano spagnolo El Pais, riflettendo sulla pessima fine di un modello economico che non funziona più, nel Paese che era tanto solito vantarsi delle sue automobili. L’articolo è partito dalla crisi di Volkwagen, definita tuttavia soltanto “la punta dell’iceberg di un problema di più grande”.
Nel Day After il collasso del governo Scholz, che è stato ufficialmente sfiduciato dal Bundestag nella giornata di ieri, lunedì 16 dicembre 2024, in tanti in Europa, ma anche nel mondo, temono uno scenario di Germania messa al tappeto. La situazione, si spera - ma non è detto, e in tal senso la Francia docet - si farà più chiara quando si conosceranno i risultati delle elezioni anticipate, che si terranno il prossimo 23 febbraio 2025.
Ma da qui fino al prossimo 23 febbraio, e nel chiudere il 2024, molto probabilmente l’economia tedesca sarà piombata in una fase di recessione per il secondo anno consecutivo, così come lo stesso governo Scholz aveva messo già in conto. Oltre al collasso del governo, la Germania sta facendo fronte infatti a una crisi economica tale che qualcuno ha anche iniziato a chiedersi fino a che punto i suoi bond, esattamente Bund, possano meritare tuttora l’appellativo di safe asset in Europa.
Bund tedeschi al sicuro? Lo scossone su quello spread che ha messo ansia
Per ora, qualche scossone sui Bund tedeschi non è mancato, ma va detto anche che è rientrato. Il trend di uno spread ad hoc ha comunque fatto sorgere diversi dubbi perfino sulla carta tedesca. Negli ultimi mesi si era parlato addirittura del rischio che la virtuosa Germania perdesse il suo rating di Tripla A.
Certamente, non aiuta il fatto che sarà necessario attendere diverse settimane prima di capire quale sarà il nuovo volto che il voto del prossimo 23 febbraio darà alla Germania.
Le elezioni non sono, infatti, dietro l’angolo e a rendere il quadro più incerto è sapere che il presidente eletto negli Stati Uniti Donald Trump, uscito trionfante dall’Election Day degli Stati Uniti lo scorso 5 novembre, giurerà il 20 gennaio dell’anno prossimo.
Ciò significa che, quando il prossimo cancelliere tedesco siederà sullo scranno più alto del Bundeskanzleramt (Palazzo della Cancelleria federale), Trump si sarà insediato alla Casa Bianca già da un po’ di giorni; e chissà, forse avrà già parlato dello schiaffo dazi diretto contro l’Europa e il mondo.
Nel frattempo, intrappolata in un modello economico che non funziona più, come segnalano da mesi se non da anni diversi economisti, e in balìa del caos politico, è probabile che la Germania orfana di un cancelliere avrà perso ulteriori colpi.
Detto questo, qualcuno vede nel disastro politico ed economico del Paese il solo modo per mettere la pietra della parola fine sopra un sistema ormai defunto, accarezzando l’idea di una fenice che riesca magari a risorgere dalle sue ceneri.
Ma ci vorrà comunque del tempo.
Qualcun altro, come ha osservato El Pais, scrive della Germania come di “una economia intrappolata in un modello ormai superato”, come di un vecchio motore di crescita economica destinato a incepparsi e a fermarsi, in quanto troppo dipendente dalle importazioni di gas russo e dalle esportazioni verso la Cina.
Guerra Ucraina ha fatto scoppiare la bolla di Berlino
Con lo scoppio della guerra in Ucraina, a scoppiare è stata così anche la bolla di Berlino.
Proprio la crisi economica che ha avvolto la Germania ha di fatto provocato la caduta del governo Scholz. E certo fa impressione rendersi conto che sarà la prima volta in vent’anni che i tedeschi si recheranno alle urne in anticipo rispetto ai tempi.
Non è solo questo il record che Berlino ha tristemente stracciato. L’altro, anch’esso negativo, è il voto di fiducia, che era stato chiesto fino alla giornata di ieri soltanto altre cinque volte nella storia della Repubblica federale tedesca.
L’ultima volta risale a quasi 20 anni fa, quando a chiederlo era stato un altro cancelliere dei socialdemocratici dell’SPD, Gerhard Schröder.
Il problema, stavolta, è che a essere andata in crisi non è solo la politica di Berlino, ma la stessa ragion d’essere e, a quanto pare, di operare, del modello economico tedesco, a conferma di quella crisi esistenziale che ha travolto l’Europa intera, come più volte ha sottolineato l’ex presidente della BCE ed ex presidente del Consiglio Mario Draghi.
Basta dare un’occhiata ai messaggi che sono arrivati dal fronte economico tedesco nell’arco di appena pochi giorni per avere un’idea del bollettino di guerra che la pubblicazione dei dati macro è diventata:
- 2 dicembre: Germania, PMI manifatturiero di novembre in calo.
- 4 dicembre: Germania, PMI composito e servizi sotto le stime a novembre.
- 6 dicembre: Germania, produzione industriale di ottobre ancora in calo.
- 16 dicembre: Germania, PMI composito e manifatturiero ancora sotto le attese (con la consolazione, stavolta, dei servizi in rialzo).
Non per niente lo ha decretato anche il New York Times, nell’articolo “Behind Germany’s Government Collapse Is Frustration Over a Stagnating Economy”: ovvero, “Dietro il collasso del governo c’è la frustrazione verso una economia stagnante”, destinata tra l’altro ad affondare ulteriormente e a contrarsi, secondo le previsioni.
Dati macro da bollettino di guerra
Sconfortanti anche le indicazioni che sono arrivate con il dato pubblicato oggi con l’indice IFO, che ha confermato il crollo della fiducia delle imprese tedesche a un livello tra l’altro peggiore delle attese, a 84,7 punti, ai minimi da più di 4 anni (livello più basso dal maggio del 2020), ovvero dal periodo tra i più bui della pandemia Covid.
Carsten Brzeski, responsabile della divisione macro globale di ING, ha segnalato così l’ennesima prova del “secondo anno consecutivo di stagnazione, per la prima volta dai primi anni 2000, a fronte di una consapevolezza crescente del fatto che la Germania è di nuovo il Sick man of Europe. O, almeno, l’economia che rimane indietro in Europa”.
L’esperto ha presentato il quadro di un “Paese incastrato tra ostacoli di natura ciclica e strutturale, che fa fatica a trovare una via di uscita” e di un “collasso del governo che è stato accompagnato da una lunga serie di notizie e annunci negativi arrivati dalle aziende tedesche”.
In questo contesto, ha spiegato l’economista, il best case scenario può essere rappresentato soltanto da un nuovo governo che si metta al lavoro per attuare le necessarie riforme strutturali e i necessari investimenti e che abbia il coraggio di sdoganare quel freno al debito inciso nella stessa Costituzione tedesca che ha fatto saltare in aria la coalizione semaforo che reggeva il governo Scholz.
Una politica fiscale espansiva, secondo l’esperto di ING, è essenziale per rivitalizzare un’economia così agonizzante. Di conseguenza, la view di Brzeski è di “manovre di politica monetaria più espansiva che dovrebbero materializzarsi, in Germania, al più tardi nel 2026”.
Brzeski ha ricordato d’altronde che, soltanto per colmare il divario di investimenti accumulato nel corso dell’ultimo decennio, Berlino dovrebbe lanciare “ investimenti aggiuntivi pari all’1,5% del PIL ogni anno e per i prossimi 10 anni”: non si tratterebbe di “investimenti soltanto pubblici, ma certo il governo dovrà giocare un ruolo molto importante”, mettendo a disposizione infrastrutture e rilanciando l’istruzione, “creando al contempo incentivi per stimolare gli investimenti privati”.
Per ora, le previsioni per il post elezioni anticipate puntano come minimo alla creazione di un fondo di investimenti per le infrastrutture.
Bund blindati da BCE più dovish?
Nel frattempo, cosa succederà a quei safe asset, per ora ancora tali, dei titoli di Stato tedeschi?
La buona notizia, arrivata con un articolo di Bloomberg, è che i Bund si apprestano a concludere un anno positivo: è quanto emerge dall’indice relativo alla carta tedesca stilato da Bloomberg, orientato a terminare il 2024 in rialzo dell’1,5% e dunque a riportare, per il secondo anno consecutivo, un trend migliore di quello dei titoli di Stato USA e UK, rispettivamente Treasury e Gilt.
Merito, secondo alcuni analisti, della politica monetaria della BCE che necessariamente, anche (soprattutto?) per contrastare lo schiaffo che arriverà dall’America First di Trump, inaugurerà tagli dei tassi di interesse nell’area euro ancora più profondi, nel corso del 2025: una buona notizia per il debito tedesco, come hanno scritto in una nota gli analisti di JPMorgan Chase (e anche per i titoli di Stato dell’area euro).
L’articolo ha fatto notare che i mercati ora scommettono su quasi cinque tagli dei tassi euro di 25 punti base entro la fine del 2025 firmati da Christine Lagarde, a seguito dell’ultimo taglio di giovedì scorso.
La Federal Reserve e la Bank of England dovrebbero invece tagliare i tassi USA e UK soltanto tre volte, il prossimo anno. Certo, quello spread che è stato attenzionato fino a qualche settimana fa, che chiama in causa i Bund, continuerà a essere attentamente monitorato.