Sulla natura “fumosa” e aleatoria delle criptovalute - e del Bitcoin - si è discusso molto, soprattutto nelle settimane recenti, ma pochi sanno che ad amplificare la volatilità della correzione è stato anche l’enorme volume delle strategie rialziste costruite con i perpetual futures su crypto, posizioni “long” aperte nelle settimane precedenti il crollo, iniziato nella metà di ottobre 2025, e che però avevano portato al raggiungimento del massimo a oltre 125.000 dollari del 6 ottobre 2025.
Graficamente siamo messi molto male. Se osservate il grafico di seguito, dopo aver bucato tutte e 3 le MM a 200 gg, a 100 gg e a 50 gg, se non reggerà quota 60.000 il Bitcoin è destinato a raggiungere il fatidico livello di 40.000 (linea retta bianca orizzontale), con un altro crollo potenziale del -40% rispetto ai valori attuali.
Per capire come mai il crollo sia da attribuire ai perpetual futures (ma non solo ad essi) bisogna definire lo strumento.
I perpetual futures (spesso chiamati «PERP») sono contratti derivati che permettono ai trader di speculare sul prezzo futuro delle criptovalute senza una data di scadenza. A differenza dei futures tradizionali, che si chiudono in una data specifica (la cosiddetta “expiry date”, cioè il 3° venerdì dei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre), i perpetual possono essere mantenuti a tempo indeterminato.
Prezzo del Bitcoin dal 1.1. al 14.1.2026
Fonte: Bloomberg
I PERP non hanno data di scadenza, se non quella imposta dalla piattaforma di trading, che ti chiude d’autorità il conto margini se hai sbagliato il trend, dopo che ti sei bruciato tutti i soldi che avevi depositato in esso. Questa innovazione “diabolica” nel mondo della finanza è nata proprio nel settore crypto: il modello «inverse perpetual» fu ideato da Alexey Bragin nel 2011 per la piattaforma di exchange ICBIT, ma lo strumento ha raggiunto il successo globale nel 2016 grazie all’utilizzo facilitato dalla piattaforma BitMEX e da altre piattaforme di trading, rivoluzionando il modo in cui si opera sui mercati digitali.
Come funzionano i futures perpetui?
Il funzionamento dei perpetual ruota attorno a due elementi cardine: il funding rate (tasso di finanziamento) e la leva finanziaria.
Il funding rate è la differenza tra prezzo future e prezzo spot della criptovaluta. È un pagamento periodico tra chi detiene posizioni lunghe (long) e corte (short). Serve a far sì che il prezzo del contratto rimanga allineato a quello del mercato spot sottostante. Se la differenza tra prezzo future e prezzo spot (cioè il tasso) è positiva, i «long» pagano gli «short» di una percentuale, e viceversa. Non preoccuparti se non ti è ancora chiaro: alla fine dell’articolo troverai una spiegazione più dettagliata di questo meccanismo.
Si tratta forse del meccanismo più importante (e spesso il più frainteso) dei contratti perpetual futures. Senza di esso, il prezzo del contratto potrebbe divergere completamente dal valore reale della criptovaluta. Ecco come funziona.
In un contratto futures tradizionale, il prezzo del contratto converge verso il prezzo di mercato (spot) man mano che ci si avvicina alla data di scadenza. E questo semplicemente perché, man mano che passano i giorni sino a pochi giorni dalla data di scadenza, tende a zero la probabilità che il prezzo future sia diverso dal prezzo spot. Nei perpetual futures, però, non c’è una scadenza. Eppure bisogna fissare un legame forte tra prezzo future e prezzo spot. Senza un «ancoraggio», il prezzo del perpetual su un exchange potrebbe salire a 100.000$ anche se il Bitcoin reale ne vale 60.000$, solo perché tutti stanno scommettendo al rialzo. Il funding rate serve a evitare questo scenario.
Il funding rate è un sistema di incentivi economici. Non è una commissione che paghi alla piattaforma di trading, ma un pagamento diretto tra i trader, ovvero dai trader che stanno guadagnando verso i trader che stanno perdendo. E non è nemmeno il sistema di pagamento dei margini giornalieri, che si incassano se hai indovinato il trend di mercato e si pagano se hai sbagliato.
Se il prezzo del perpetual è più alto dello spot significa che il mercato è euforico e il funding rate è positivo. In questo caso, chi ha posizioni aperte al rialzo (long) deve pagare una piccola percentuale a chi ha posizioni al ribasso (short). L’obiettivo è scoraggiare i long e premiare gli short, spingendo il prezzo del contratto verso il basso per riallinearlo al prezzo reale.
Se il prezzo del perpetual è più basso dello spot significa che il mercato è pessimista e il funding rate è negativo. In questo caso, sono gli short a dover pagare i long. L’obiettivo è incentivare gli acquisti e scoraggiare le vendite, spingendo il prezzo del contratto verso l’alto.
Alcuni dettagli tecnici:
- Frequenza: di solito il pagamento avviene ogni 8 ore (alcuni exchange usano intervalli da 1 ora).
- Calcolo: l’importo si calcola sulla dimensione nominale totale della tua posizione. Se hai una posizione sul mercato da 10.000$ e il tasso è dello 0,01%, pagherai o riceverai 1$.
- Dinamica del mercato: quando vedi un funding rate molto alto e positivo, significa che il mercato è estremamente rialzista e molti trader stanno pagando caro pur di restare in posizione, come era fino al 6 ottobre 2025. Ma quando si gira il mercato l’inversione è violenta. Infatti le vendite delle settimane scorse hanno accelerato le chiusure automatiche delle posizioni rialziste da parte delle piattaforme che non vedevano fondi sufficienti per il mantenimento dei margini di garanzia. I prezzi scendevano ancora e scattavano altre vendite forzose, e così via. Un circolo vizioso e nefasto, oserei dire.
Infatti, il funding rate è sempre un indicatore di sentiment. Molti trader professionisti guardano il funding rate per capire quando il mercato è troppo «affollato». Se il tasso è altissimo, potrebbe indicare che un crollo è vicino (perché i long sono esausti dai pagamenti continui e potrebbero chiudere le posizioni in massa). Cosa che è effettivamente successa a partire dal 6 ottobre 2025.
Ma anche la leva finanziaria è fondamentale in questo tipo di trading, poiché permette di aprire posizioni molto più grandi rispetto al capitale iniziale. Molte piattaforme offrono facoltà di scelta di leve da 1x fino a 100x o superiori (per esempio, se compri una leva di 100x versi 1.000 dollari ma stai governando un contratto su criptovalute da 100.000 dollari). Tuttavia, se da un lato questo meccanismo ti amplifica il potere d’acquisto, dall’altro ti aumenta proporzionalmente il rischio. Gli utenti principali sono trader professionisti, investitori istituzionali che coprono i propri rischi e trader retail in cerca di rendimenti elevati. Ma puoi perdere tutti i soldi versati nel giro di qualche ora se ti va male.
Perché fare trading con i perpetual futures?
I vantaggi sono diversi: la possibilità di puntare sia al rialzo (long) che al ribasso (short) permette di guadagnare – se hai azzeccato il trend – in qualsiasi condizione di mercato, mentre l’assenza di scadenze elimina i costi e le complicazioni legate al rinnovo delle posizioni (il cosiddetto «roll over»). Inoltre, la natura continua di questi scambi garantisce un’elevata liquidità.
Tuttavia, bisogna prestare molta attenzione ai rischi. Sebbene offrano grandi opportunità, i perpetual introducono variabili critiche: una volta esauriti i fondi sul conto margini, l’alta leva può portare a rapide liquidazioni “forzose” da parte delle piattaforme di trading, causando perdite ai trader (che non possono opporsi ad esse). Inoltre, durante i periodi di volatilità, il meccanismo del funding rate può generare costi imprevisti per coloro che stanno guadagnando. Non mancano poi i rischi di controparte legati alle piattaforme, oltre alle preoccupazioni su possibili manipolazioni del mercato e alla frammentazione normativa tra le diverse giurisdizioni degli Stati federali negli USA.
Il ruolo dei perpetual nel mondo crypto
I contratti PERP su Bitcoin (BTC) ed Ethereum (ETH) dominano il settore, ma sono sempre più diffusi anche per altre criptovalute principali. Exchange leader come Binance, Bybit e dYdX gestiscono volumi quotidiani che spesso superano i miliardi di dollari.
L’impatto di questi strumenti sulle quotazioni spot va oltre il semplice volume di trading: contribuiscono in modo significativo alla formazione del prezzo degli asset e influenzano l’andamento del mercato cash, appunto. Inoltre, i funding rate sono diventati indicatori chiave del sentiment del mercato (*), offrendo al contempo strumenti di copertura (hedging) essenziali per i grandi attori istituzionali.
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Negli USA il panorama normativo è complesso. La CFTC (Commodity Futures Trading Commission) vigila rigorosamente sul trading di derivati. Poiché gran parte del trading di perpetual futures avviene su exchange offshore non registrati negli Stati Uniti, l’accesso per i residenti americani è spesso limitato o bloccato. Le piattaforme regolate devono infatti rispettare rigidi requisiti di registrazione, reporting e procedure KYC (Know Your Customer, cioè identificazione del cliente) e AML (Anti Money Laundering, cioè antiriciclaggio), motivo per cui molti operatori preferiscono escludere del tutto gli utenti statunitensi per evitare complicazioni legali.
Sottolineiamo di nuovo quali sono i rischi dei PERP.
Sebbene le opportunità siano notevoli, i rischi non sono da meno. L’uso della leva finanziaria può quindi portare all’esaurimento del capitale in tempi brevissimi se il mercato diventa volatile. Inoltre, bisogna sempre monitorare il funding rate, poiché nel lungo periodo, anche se stai vincendo sul mercato, il dover pagare delle fees, delle commissioni a coloro che stanno perdendo, può incidere pesantemente sulla redditività della posizione.
La situazione in Italia
Per coloro che sono affamati di rischio chiariamo che in Italia (grazie a Dio, aggiungo io!) non esistono piattaforme di trading autorizzate dalla Consob che rendono disponibili i PERP).
Nel nostro Paese la questione delle piattaforme autorizzate per i perpetual futures è piuttosto delicata a causa dell’incrocio tra le normative sulle criptovalute e quelle sugli strumenti derivati. Ecco la situazione aggiornata al 2026, tenendo conto dell’entrata in vigore del regolamento europeo MiCAR.
Per operare legalmente in Italia, un exchange deve essere iscritto al registro OAM (Organismo Agenti e Mediatori). Tuttavia, l’iscrizione all’OAM copre principalmente i servizi «spot» (acquisto e vendita diretta di crypto). I perpetual futures, essendo dei derivati, ricadono sotto la vigilanza della CONSOB, che non ha ancora deliberato nulla a riguardo.
Ci sono così 2 tipi di piattaforme:
- Piattaforme italiane: sono regolate e sicure per l’acquisto di Bitcoin ed Ethereum, ma generalmente non offrono perpetual futures. Questo perché la gestione di derivati richiede licenze molto più complesse (simili a quelle bancarie o dei broker di borsa) e l’applicazione di rigide tutele per i risparmiatori retail.
- Piattaforme internazionali: molte di queste sono iscritte all’OAM per operare in Italia, ma spesso limitano o disabilitano la sezione «futures» per gli utenti italiani per evitare sanzioni dalla CONSOB, a meno che l’utente non sia classificato come «professionista».
Perché il Bitcoin sta crollando allora?
Proprio perché, come nei mercati tradizionali, quando l’investimento è fatto con il denaro preso in prestito, se i mercati si girano i crolli sono amplificati dai trade automatici delle piattaforme, cioè dalla chiusura accelerata e forzosa delle posizioni a leva. Per mia esperienza la quota di investimenti fatta con uso del debito è sempre la prima a cadere quando scoppiano le bolle speculative sui mercati.
Il recente crollo del Bitcoin quindi è stato causato da qualcosa di fin troppo familiare agli altri mercati: il debito.
Da metà ottobre 2025 il Bitcoin è crollato di nuovo, ripetendo uno schema che abbiamo visto almeno una mezza dozzina di volte.
Spesso questi crolli vengono presentati come uno scontro ideologico tra i «credenti», che pensano che il Bitcoin sia il destino definitivo della finanza mondiale, e gli scettici, che lo considerano una moda passeggera (o peggio, una “bomba a tempo” per i mercati finanziari, come ad esempio penso io).
Insomma, il mercato sta attraversando una “crisi di fede”, che reputo assolutamente opportuna.
Ma più si analizzano i dettagli, più è chiaro che ciò che accade al Bitcoin somiglia molto ai crash di qualsiasi altro mercato. Infatti la bolla speculativa di un’attività che non paga dividendi, né cedole, né è garantita da un debitore di ultima istanza, né è fisica come l’oro, ma è solo un algoritmo, ha a che fare con il debito, tantissimo debito che viene contratto per aprire le posizioni sul mercato, proprio attraverso i PERP.
Con una differenza: il problema del debito nell’utilizzo del Bitcoin è persino peggiore. Questa è l’unica cosa su cui «tori» (ottimisti) e «orsi» (pessimisti) concordano.
Spieghiamoci meglio.
Nel 2025, il Bitcoin ha raggiunto un valore totale di oltre 2 trilioni di dollari, con un picco di prezzo superiore ai 125.000 dollari il 6 ottobre 2025. Oggi 16 febbraio 2025 vale 68.800, poco più della metà, dopo una settimana particolarmente disastrosa tra fine gennaio e inizio febbraio, in cui ha perso un quarto del suo valore.
Nella finanza, come molti di voi sanno, uno degli strumenti più comuni è da sempre il contratto futures, in cui un trader versa una piccola somma e accetta di comprare o vendere un asset a un prezzo specifico in una data prestabilita. Alla scadenza, i trader devono regolare i conti: incassare la vincita o pagare la perdita. Vennero usati per la prima volta per lo scambio a termine dei… fiori! I contratti a termine esistono infatti sin dal XVII secolo alla borsa di Amsterdam per lo scambio a termine dei tulipani.
Nel mondo Bitcoin, lo strumento equivalente – come abbiamo visto – si chiama «perp»: un contratto futures perpetuo. Ma abbiamo già visto la differenza: un perp non ha una data di scadenza. Un perp su Bitcoin è come l’orizzonte quando stai navigando in mare: arretra perennemente mentre ti illudi di avvicinarti. Non arrivi mai alla fine.
Questo ha permesso ai traders in acquisto dei futures su Bitcoin di guadagnare molto più di un semplice aumento del prezzo cash del Bitcoin, ma di perdere molto più di quanto riflesso in un semplice calo dei prezzi spot.
Ma c’è di più.
Anche a costo di assumersi leva finanziaria molto elevate, i “giocatori di poker” in Bitcoin talvolta prendono in prestito denaro per comprare i PERP. Di conseguenza, le scommesse possono essere enormi - valori nominali delle posizioni di 5, 10 o talvolta anche 50 volte i soldi effettivamente versati -con il valore nominale globale dei contratti futures che supera attualmente di gran lunga l’universo totale dei Bitcoin realmente esistenti.
Ciò significa che i trader possono fare una fortuna se indovinano la scommessa, ma possono restare «in mutande» se sbagliano. E poiché le piattaforme di exchange di Bitcoin, come Binance, devono mantenere il prezzo del perp vicino a quello del Bitcoin reale, esse bilanciano costantemente i pagamenti tra i «long» (che scommettono sul rialzo) e gli «short» (che scommettono sul ribasso). Ecco perché nasce il bisogno di istituire il meccanismo del funding rate.
Come leggerete nelle note di approfondimento a fine articolo, quando i prezzi scendono, i trader che hanno usato i perpetual futures per scommettere al rialzo, essendo in perdita, sono costretti a versare più collaterale per garantire il rimborso dei margini di variazione. Se non riescono a trovare i soldi abbastanza velocemente, l’exchange chiude d’ufficio le loro posizioni. Più il prezzo scende, più gli investitori rialzisti finiscono i soldi sul conto margini e sono costretti alla liquidazione, cioè alle vendite coatte, aumentando la pressione delle vendite sul mercato. Da lì la situazione non fa che peggiorare, perché si diffonde una scossa tellurica ribassista a macchia d’olio su tutte le piattaforme. Specialmente se hanno chiesto finanziamenti per investire in PERP e i finanziamenti li hanno garantiti con pegno su altri Bitcoin in portafoglio (sì… accade anche questo…!).
In questi casi, le transazioni a termine prendono il sopravvento sulle transazioni a pronti.
Ricordate i piccoli trader che nel 2021 credevano che le «meme stock» come GameStop non sarebbero mai crollate finché non avessero venduto? Inutile dire che non è andata così, e lo stesso vale oggi per i possessori di perpetual futures sui Bitcoin negli USA. I piccoli trader sostenitori del Bitcoin spesso si vantano che faranno la strategia «HODL» (Hold On for Dear Life), cioè che li terranno in portafoglio per sempre, dando per scontato che il Bitcoin si riprenderà sempre. Sono quelli che hanno fatto del Bitcoin una religione, quelli che non venderanno mai, a prescindere dalla volatilità. Ma credetemi, è stupido ragionare così, perché il mercato ha sempre l’ultima parola e tu non puoi andare contro il mercato.
Se costoro non riescono a coprire i margini (margin call), vengono espulsi forzatamente dalle loro posizioni. E solo allora la loro religione inizia a vacillare.
C’è poi un altro elemento che getta benzina sul fuoco del crollo: come abbiamo detto sopra, molti investitori retail usano i Bitcoin che hanno già in portafoglio come garanzia per i prestiti che contraggono per comprare i perpetual futures sui Bitcoin, aggiungendo altro rischio esponenziale al già notevole rischio insito nei PERP.
Quando il prezzo scende, per loro che sono rialzisti a debito è una mazzata doppia: da un lato devono versare più garanzie in Bitcoin sui finanziamenti in essere (perché le garanzie si stanno svalutando), mentre dall’altro lato devono versare altri fondi per pagare i margini di variazione sulla posizione in futures (perché se hai comprato il future perp e il mercato ti va contro, i margini ti arrivano in addebito).
Questa combinazione di fattori (apro un finanziamento e do in pegno Bitcoin per comprare altri Bitcoin perp) è decisamente velenosa e sembra aver esacerbato la disfatta del Bitcoin di fine gennaio–inizio febbraio. Glassnode Services AG, una società svizzera di analisi di mercato di criptovalute, ha rilevato che 30.000 piccoli possessori di Bitcoin negli USA hanno venduto forzatamente tutte le loro riserve in un solo giorno tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio.
Ecco perché, grazie a questi meccanismi diabolici di trading, le vendite accelerano all’improvviso durante le sessioni di borsa, senza una ragione apparente, ma a causa delle procedure automatizzate di vendite coatte delle piattaforme. Per questo motivo non mi sembra irrealizzabile che il Bitcoin raggiunga quota 40.000 nei prossimi mesi.
E a quel punto, per tutti gli ultra-fedelissimi del Bitcoin, la pletora di discorsi sulla “convinzione” e sul “tenere a lungo termine” i Bitcoin in portafoglio crolla miseramente… Puoi essere ottimista quanto ti pare, ma finché non si presenta la vita reale: quando arriva il giorno in cui hai perso tutti i tuoi soldi e sai che non li recupererai mai, allora stai male, veramente male.
Insomma, guardiamo in faccia la realtà. Il Bitcoin doveva essere un’alternativa decentralizzata e stabile agli eccessi del sistema finanziario. Doveva essere il nuovo sistema dei pagamenti libero dalla “schiavitù imposta dalle banche centrali”. Ma il trading di Bitcoin non si è rivelato nei fatti né affidabile né stabile. Ha tradito miseramente i principi fondanti della blockchain per i quali era nato.
Nel mondo degli investitori in Bitcoin, le vecchie istituzioni finanziarie come le banche erano spesso snobbate dai trader di criptovalute come «tradfi» (Traditional Finance, cioè finanza tradizionale). Negli ultimi anni invece gli exchange di Bitcoin hanno introdotto alcuni limiti al trading, adottando alcune delle salvaguardie della finanza tradizionale (proprio le chiusure forzose, per es.). Questo ha probabilmente reso la volatilità un po’ meno estrema di quanto sarebbe stata altrimenti. Ma in ultima analisi, che si tratti di Bitcoin o di finanza tradizionale, il debito rischioso e facile (ancora oggi troppo facile direi, come se la storia della Lehman Brothers non fosse mai accaduta) porta sempre a cicli di euforia e crolli.
Sono stato però ammaestrato dalla storia e dalla mia esperienza di gestore di asset per conto dei clienti a non essere eccessivamente pessimista. Vi do una buona notizia: i crash finiscono sempre, prima o poi… non perché torni la fiducia, ma perché il fuoco brucia tutte le sterpaglie secche finché non resta più nulla da ardere. E una volta spariti i venditori forzosi, se ci sono delle crisi sistemiche, poi arrivano sempre le banche centrali a iniettare liquidità nel sistema e a quel punto i compratori si fanno avanti e il mercato si stabilizza, anche se su un livello più basso.
Per gli ottimisti a lungo termine, si tratta di una «correzione salutare». Per i trader che sono stati buttati fuori dal mercato in perdita, è solo un disastro. Non rientreranno più sul mercato. Quello che sta accadendo sul Bitcoin (un crollo che è lungi dall’essere completato a mio parere) ci insegna una sola cosa: prima o poi i nodi vengono al pettine e gli investitori “scottati” dal Bitcoin torneranno a investire su asset reali. Basta guardare qui sotto al grafico comparato a 12 mesi, creato con la piattaforma Bloomberg, tra l’indice S&P 500 e il Bitcoin, dal quale si evince che i mercati reali (S&P 500 ) sono molto meno volatili dei mercati cosiddetti “virtuali” (Bitcoin).
Grafico comparato dell’S&P 500 (linea bianca) e del Bitcoin (linea gialla) da febbraio 2025 ad oggi
Fonte: Bloomberg
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