Con il gasolio che ha superato quota 2,16 euro al litro e la benzina in modalità fai-da-te vicinissima ai 2 euro, tornano di moda le accise mobili: ecco come funziona il meccanismo.
Con il gasolio che ha superato quota 2,16 euro al litro e la benzina in modalità fai-da-te vicinissima ai 2 euro, il caro carburanti è tornato al centro dello scontro politico. Il Partito Democratico ha lanciato una campagna social, «Rincari dei carburanti, benzina e diesel sopra i due euro. E Meloni pensa solo alla sua legge elettorale», chiedendo al governo l’attivazione immediata delle accise mobili. Vediamo come funzionano.
La proposta del PD sulle accise mobili
La segretaria Elly Schlein ha condensato le richieste in due slide dopo un incontro con i segretari regionali del partito. Schlein ha ricordato che la proposta era già stata avanzata mesi fa, quando è scoppiata «questa nuova guerra illegale che non solo produce vittime, ma produce anche purtroppo danni economici molto ingenti anche per il nostro paese e le nostre imprese».
Il partito propone due livelli di intervento: nel breve termine, l’attivazione delle accise mobili per attutire subito l’impatto dei rincari; nel medio periodo, accelerare la transizione energetica semplificando l’installazione di impianti rinnovabili, investire in reti e sistemi di accumulo per abbassare stabilmente le bollette, e sostenere industria e lavoro con contratti di fornitura energetica di lungo periodo, incentivi stabili per l’efficienza e un piano di decarbonizzazione per le imprese energivore.
Le accise mobili non sono una novità normativa: lo strumento è disciplinato dall’articolo 1, comma 290, della legge 244 del 24 dicembre 2007, e permette di ridurre le accise sui carburanti per compensare il maggior gettito IVA che lo Stato incassa quando il prezzo del petrolio sale.
Il meccanismo si basa su un intreccio fiscale preciso. Sulla benzina e sul gasolio gravano due imposte molto diverse tra loro: l’accisa, una tassa fissa calcolata per ogni litro indipendentemente dal prezzo del carburante, e l’IVA, che invece è una percentuale del 22% calcolata sul prezzo finale, accise comprese. Quando il costo del petrolio sale sui mercati internazionali, il prezzo alla pompa aumenta di conseguenza - e poiché l’IVA è proporzionale, lo Stato incassa automaticamente più soldi su ogni litro venduto, un guadagno non preventivato che gli economisti chiamano extra-gettito. A quel punto, il governo può decidere di restituire quell’importo aggiuntivo ai consumatori abbassando le accise di una cifra equivalente, così da tenere sotto controllo il prezzo finale senza intaccare direttamente il bilancio dello Stato.
L’attivazione non è automatica: secondo il Decreto Trasparenza n. 5/2023, scatta quando il prezzo del petrolio aumenta, sulla media del bimestre precedente, rispetto ai valori di riferimento fissati nell’ultimo Documento di Finanza Pubblica - tenendo però conto anche di eventuali diminuzioni registrate nel quadrimestre precedente. La soglia percentuale di aumento necessaria per far scattare il meccanismo, in passato fissata al 2%, non è oggi specificata in modo rigido.
I due difetti del meccanismo
Il problema, sottolineano diversi analisti, è che lo strumento presenta due limiti strutturali. Il primo riguarda l’entità dello sconto: non essendo un taglio netto e definitivo delle tasse, ma una compensazione temporanea legata all’andamento dell’extra-gettito, il beneficio per gli automobilisti resta contenuto. Il secondo, forse più rilevante nell’immediato, riguarda i tempi: i fondi aggiuntivi generati dall’IVA devono prima essere contabilizzati dallo Stato prima di poter essere restituiti sotto forma di accise ridotte, il che rende il sollievo sui prezzi tutt’altro che istantaneo. In pratica, anche se il governo decidesse oggi di attivare il meccanismo, gli automobilisti italiani non vedrebbero un calo immediato dei prezzi alla pompa, ma dovrebbero attendere settimane prima di percepire un effetto concreto sul portafoglio.