Mentre Donald Trump atterrava a Pechino con trenta CEO americani al seguito per firmare accordi sotto i riflettori delle telecamere, la Cina firmava in silenzio un ordine ministeriale che potrebbe riscrivere le regole del capitalismo globale.
Ed oggi, tre colossi italiani quotati a Piazza Affari (Eni, Stellantis e Intesa Sanpaolo) sembrerebbero trovarsi esattamente lungo quella faglia tettonica invisibile, ciascuno per ragioni diverse ma tutte riconducibili alla stessa tensione strutturale tra Washington e Pechino. Da quale direzione potrebbe arrivare il rischio che ancora non stiamo valutando?
Un sistema normativo che si divide in due
Per comprendere l’esposizione reale di questi tre titoli, occorre partire da ciò che renderebbe questo momento storico diverso dai precedenti cicli di tensione commerciale tra USA e Cina. Non si tratterebbe di una guerra tariffaria ordinaria, risolvibile con qualche concessione reciproca negoziata al tavolo diplomatico. La Cina avrebbe attivato la propria Anti-Foreign Sanctions Law del 2021, una norma tenuta deliberatamente quiescente per anni e ora azionata come risposta speculare alle sanzioni americane contro le raffinerie cinesi che acquistano petrolio iraniano fuori dai canali ufficiali.
Il risultato pratico sembrerebbe configurare una trappola giuridica bilaterale di rara complessità tecnica: chi obbedisce al framework sanzionatorio di Washington in territorio cinese viola automaticamente la legge di Pechino, mentre chi non si adegua alle indicazioni americane rischia di perdere l’accesso al sistema di clearing in dollari. Questo meccanismo infrastrutturale, gestito attraverso la Federal Reserve e i principali corrispondenti bancari statunitensi, è il canale attraverso cui transita la stragrande maggioranza delle transazioni finanziarie internazionali. Non si tratterebbe di una disputa diplomatica: sembrerebbe piuttosto una riconfigurazione profonda dell’architettura del sistema economico globale.
Intesa Sanpaolo e il nodo del clearing in dollari
Intesa Sanpaolo si collocherebbe in questa linea di rischio in modo che potrebbe sfuggire a una prima lettura superficiale dei bilanci. Le grandi Banche europee che operano con controparti internazionali dipendono strutturalmente dall’accesso al dollaro come valuta di riserva e di regolamento, in un modello di wholesale banking che non prevede alternative mature nel breve periodo. Se la tensione tra i due sistemi normativi dovesse intensificarsi al punto da costringere le istituzioni finanziarie a compiere una scelta di campo esplicita tra sistema dollaro e sistema renminbi, l’impatto non riguarderebbe soltanto gli istituti con filiali fisiche in territorio cinese. Investirebbe l’intero modello di finanziamento internazionale del credito europeo, con conseguenze potenziali sul costo del funding, sullo spread e sulla tenuta dei portafogli obbligazionari sovrani, inclusi i BTP in cui le banche italiane sono storicamente sovrappesate.
Eni tra Hormuz e la frammentazione energetica
Eni porterebbe la propria esposizione direttamente dentro la filiera energetica mediorientale, un’area in cui la geografia del rischio sembrerebbe essersi stabilmente riscritta. Il mancato accordo sullo Stretto di Hormuz nel vertice Trump-Xi potrebbe trasformare questa variabile da shock temporaneo a componente strutturale nel pricing del greggio, con il Brent che sembrerebbe già incorporare questa nuova geometria geopolitica viaggiando sopra i $100 al barile. Per Eni, il problema non risiederebbe soltanto nel livello del prezzo del petrolio in sé, che nel breve termine potrebbe anche sostenere i ricavi della divisione upstream. La questione più profonda sarebbe la ridefinizione delle rotte commerciali e delle controparti ammissibili in un mercato energetico globale che si sta fratturando in due sfere di influenza sempre meno comunicanti. La Cina acquista petrolio iraniano attraverso le proprie raffinerie indipendenti, aggirando i mercati ufficiali, mentre il sistema sanzionatorio americano tenta di comprimere quel canale. Ogni operatore energetico europeo con esposizione mediorientale si troverebbe a navigare in un contesto in cui le rotte di approvvigionamento tradizionali potrebbero essere ridisegnate da logiche geopolitiche più che da criteri di efficienza economica.
Stellantis, BYD e la dipendenza tecnologica
Il caso Stellantis sembrerebbe il più articolato per struttura e tempistica, perché combinerebbe in modo inedito rischio geopolitico e opportunità industriale. Da un lato, il gruppo dipende in misura crescente dalle forniture cinesi di celle batteria e materiali critici per la propria transizione verso l’elettrico. Gallio, germanio e grafite, materie prime su cui Pechino detiene un quasi-monopolio tanto nella produzione quanto nella raffinazione, si troverebbero al centro di una dipendenza tecnologica che trasforma qualsiasi escalation tariffaria o restrizione sulle catene di fornitura in un rischio diretto sui margini operativi del gruppo. Dall’altro lato, l’interesse dichiarato di BYD per la capacità produttiva inutilizzata degli stabilimenti europei di Stellantis, con riferimento esplicito al marchio Maserati, aprirebbe scenari che gli analisti interpreterebbero in modo radicalmente divergente: chi legge un’opportunità di riposizionamento competitivo, chi intravede invece un ulteriore vettore di esposizione alle tensioni regolamentari tra le due potenze.
Il rischio sistemico che accomuna i tre titoli
Quello che avvicinerebbe i tre titoli non sarebbe un rischio operativo ordinario, quantificabile con gli strumenti tradizionali dell’analisi fondamentale o catturabile nei modelli di valutazione basati su multipli e flussi di cassa attualizzati. Sembrerebbe qualcosa di strutturalmente diverso: un’esposizione comune alla ridefinizione delle regole del sistema economico globale che si starebbe consumando in tempo reale, con una velocità che i rating sovrani e le valutazioni di consenso faticano concretamente a incorporare nei propri modelli.
La faglia geopolitica tra USA e Cina non sarebbe un rischio astratto da geopolitica accademica: si trasferirebbe nei conti economici di Eni attraverso il prezzo dell’energia, nel modello industriale di Stellantis attraverso le catene di fornitura delle batterie, e nel costo del funding di Intesa attraverso lo spread e la tenuta del sistema di clearing internazionale. Per un investitore che privilegia la protezione del capitale rispetto alla ricerca del rendimento marginale, il valore di questa analisi potrebbe non risiedere tanto nell’identificare quale dei tre titoli sia «più a rischio», quanto nel riconoscere che la fonte di rischio sarebbe condivisa e sistemica: non dipende dalle singole aziende, ma dalla direzione che prenderà il confronto tra le due potenze nei prossimi mesi.