Cosa aspettarsi se il coronavirus esplode nei campi profughi?

Coronavirus e campi profughi: cosa aspettarsi se l’epidemia si diffonde tra i rifugiati? L’ipotesi è allarmante, ecco perché.

Cosa aspettarsi se il coronavirus esplode nei campi profughi?

Il coronavirus è pandemia, cioè si diffonde velocemente ovunque nel mondo. Per questo l’allerta è ai massimi livelli e domandarsi cosa accadrebbe se l’epidemia raggiungesse i campi profughi è più che lecito.

Mentre l’Europa e il mondo sono alle prese con misure idonee a contenere contagi sempre più diffusi, il dramma dei profughi continua ad essere esso stesso un’emergenza.

L’allarme non arriva solo dalla frontiera tra Grecia e Turchia, dove ancora sono ammassate migliaia di persone in un limbo senza via di uscita. La preoccupazione riguarda anche gli altri campi di rifugiati sparsi soprattutto in Medio Oriente, oltre che nell’isola europea di Lesbo dove si è già registrato un caso di positività.

Qui le condizioni di vita sono già molto precarie e le persone vulnerabili a qualsiasi peggioramento sanitario. Per questo, è lecito prospettare anche una tragedia umanitaria. Le prospettive non sono così ottimistiche se il coronavirus esplode nei campi profughi.

Coronavirus nei campi profughi? L’ipotesi è allarmante. Il caso Grecia

Il timore di un’esplosione di contagi da coronavirus nei campi profughi non è così remota. Le autorità greche hanno già espresso preoccupazione sull’ipotesi un focolaio COVID-19 sulle isole che ospitano molte migliaia di richiedenti asilo dopo aver registrato un caso di positività a Lesbo.

Qui, a destare una certa paura è soprattutto la situazione del campo di Moria, dove i rifugiati già vivono in condizioni terribili di sovraffollamento, senza igiene e con assistenza medica assolutamente inadeguata.

Inoltre, dopo le ultime settimane di proteste degli abitanti contro i profughi, diverse ONG sono state costrette a ridurre o chiudere i servizi per la troppa insicurezza.

A Moria ci sono 20.000 persone, molte delle quali vivono senza alcun tipo di riparo, in piena carenza di medicinali, senza acqua calda. Molti hanno già evidenti problemi respiratori, visto che sono esposti a temperature molto basse, spesso dormono in tende bagnate e aspettano ore al freddo per ricevere il cibo.

Un’infezione virale qui, con sovraffollamento e vulnerabilità ai massimi livelli, sarebbe un vero disastro secondo l’opinione di alcuni medici sul campo. Rapida diffusione e alta mortalità: questo lo scenario peggiore per tutta la Grecia.

I campi profughi più a rischio: dalla Siria al Libano

Non ci sono casi noti di contagio da coronavirus nei campi profughi in Siria, secondo l’OMS. L’allerta però è elevata. I sistemi sanitari del Paese sono fragili, frammentati e non sarebbero in grado di sostenere la diffusione dell’epidemia.

Sono 6,2 milioni gli sfollati interni in Siria. Con i recenti bombardamenti nella provincia di Idlib, inoltre, 3 milioni di persone sono state ammassate in una regione che precedentemente ne conteneva 500.000.

Gli ospedali qui non hanno unità di terapia intensiva e strumentazioni adeguate. Il pericolo di una situazione incontrollata è reale anche a causa della precarietà igienica. Spesso nei campi profughi siriani non si possono nemmeno lavare le mani per mancanza di acqua.

In Libano, la situazione è ancora più allarmante. Il Paese ospita 1,5 milioni di rifugiati, il numero maggiore al mondo in proporzione alla grandezza territoriale. I casi accertati di positività al coronavirus sono già 61.

Raggiungere i servizi sanitari è quasi impossibile per molti dei profughi che, a volte, non sono nemmeno registrati come residenti e dunque non possono accedere all’assistenza.

L’unica difesa è educare il più possibile le persone nei campi all’igiene personale. Impresa ardua per gli operatori che lavorano in zone così disastrate.

Il pericolo del coronavirus nei campi profughi, quindi, è reale e serio. Il rischio è un’epidemia senza freni che andrebbe a colpire persone senza alcuna difesa, prima di arrivare anche ai Paesi più sviluppati.

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