Anno nuovo e, spesso, desideri del passato ancora irrealizzati o rimasti sulla carta più per mancanza di volontà che di circostanze esterne al proprio volere. A volte può trattarsi di limitazioni oggettive come le disponibilità economiche, ma questo non vuol dire che certi desideri siano irrealizzabili. Dipende da caso a caso.
A volte, ma non sempre, la soluzione può passare per un piano di accumulo del capitale anche partendo da uno stipendio “comune”. Passiamo ai numeri, quindi, e vediamo come trasformare l’11% dello stipendio mensile in un ricco capitale a scadenza.
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Prima regola: gestire lo stipendio con criterio e regole chiare
Per andare lontani spesso basta agire con regole chiare, semplici e, soprattutto, fattibili. Consideriamo la nota regola del 70-20-10, che qui modificheremo in 70-19-11 e dopo ne diremo il perché. Essa sostiene che tutte le entrate mensili (stipendi, pensioni, affitti, sussidi pubblici, interessi, vincite da gioco, etc) andrebbero dirottate su tre fronti di spesa:
- il 70% andrebbe destinato alle spese essenziali tipo vitto e alloggio, fitto o mutuo, spese condominiali e utenze varie. Ancora, l’abbonamento ai trasporti o al fitness club, le spese scolastiche, i canoni mensile mobile, Tv, Internet, etc. Infine la spesa al supermercato, il carburante e la quota RC Auto mensile e tutte quelle voci di spesa che al 1° di ogni mese sappiamo già che andremo a pagare nei 30 giorni successivi;
- 20% (19% nel nostro caso) di reddito da destinare alle spese variabili/voluttuarie, tipo la cena con i colleghi, la partita a calcetto, lo spritz con gli amici, etc;
- 10% (11% per noi) ai risparmi e dovrebbe essere sempre, in tutti i mesi, la 1° voce di “spesa”. Cioè incassata una qualunque cifra X nel mese Y, prima si tolgono i soldi da risparmiare poi si destina il “residuo” 70 e 20 (per noi: 70 e 19) alle spese fisse e a quelle variabili.
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La propensione al risparmio degli italiani
Nel gergo economico-finanziario, la capacità di accumulo di un individuo su 1 euro incassato prende il nome di propensione marginale al risparmio. Essa dice quanti soldi su 1 euro un individuo riesce a metter da parte, cioè li accumula e non li spende.
Bene, la settimana scorsa l’ISTAT ha certificato che nel 3° trimestre ‘25 il potere d’acquisto e la propensione al risparmio delle famiglie italiane sono salite. Il primo è cresciuto dell’1,8% sui 3 mesi precedenti, e ha stimato all’11,4% la propensione al risparmio, un punto e mezzo percentuale in più sul 2° trimestre ‘25.
Ecco dunque spiegato il perché della nostra “deroga” dal 10% della teoria all’11% (70-19-11), per rendere quanto più contestuale possibile il nostro discorso.
Ora serve il dato delle entrate nette mensili personali e/o familiari. Qui purtroppo non c’è una sola cifra, ma almeno tante quante sono le possibili casistiche e quindi un’infinità di numeri. Ce ne faremo una ragione e lavoreremo sulle cifre mediane, ciò che conta è il ragionamento di fondo e non il dettaglio di turno.
A grandi linee, molti dati ufficiali attestano a circa 2.000 €/mese netti lo stipendio medio in Italia. Ovviamente questi dati divergono dal Nord al Sud, dal dirigente all’operaio, dal 20enne al 60enne, dai settori economici, etc. Invece per le entrate medie mensili a livello di famiglia ci si aggira sui 3-3.100 euro, anche qui un valore da prendere con la giusta cognizione di causa.
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Il Piano di Accumulo del Capitale
Prendiamo il caso del singolo lavoratore con netto/mensile di 2mila €, e quindi circa 228 €/mese di risparmi, pari all’11,4% certificato dall’ISTAT (ultimo dato disponibile).
Ora sfruttiamo il calcolatore degli interessi di Banca d’Italia e vediamo quanto potremmo accumulare a scadenza a seconda di:
- profilo di rischio, che qui ipotizzeremo basso (3,00%), medio (5,00%) e alto (7,00%);
- gli strumenti selezionati, oltre che i rispettivi pesi tasse e spese di gestione, che inevitabilmente varieranno in base al profilo di rischio scelto;
- il tempo, inteso come età anagrafica al tempo di avvio del PAC e come orizzonte temporale in cui si tiene in piedi il progetto;
- entità del capitale iniziale e/o dei versamenti periodici;
- la capitalizzazione degli interessi, semplice o composta, ossia se a distribuzione o ad accumulazione;
Data la molteplicità dei parametri facciamo giusto qualche esempio. Consideriamo un 25enne privo di depositi iniziali, media propensione al rischio (5%) e che volesse investire per 40 anni in vista della sua vecchiaia. Il capitale finale a 65 anni di età sarebbe (dati: Banca d’Italia) di 218.652 € in regime di interessi semplici (di cui interessi: 109.212) e di 347.932 € in regime composto (interessi: 238.492). Se anche solo modificasse il profilo di rischio per uno più elevato (e lasciasse invariato tutto il resto), si otterrebbero risultati monstre in 40 anni in regime di accumulo.
Come trasformare l’11% dello stipendio mensile in un ricco capitale a scadenza
Ora consideriamo una giovane coppia di 30enni con entrate nette di 3.100 €/mese e il desiderio di costituire una X cifra tra i 10 e i 20. Dato il minor tempo a disposizione optano per l’interesse composto a rischio medio. Il versamento mensile stavolta è di 353 € (11,4%) mentre c’è un deposito iniziale di 10mila €.
Sui timeframe a 10, 15 e 20 anni e tasso annuo del 5,00%, i capitali finali sarebbero, nel’ordine, di 71.284 €, di 115.490 € e di 172.221 €.
Infine prendiamo il caso del 50enne con un orizzonte di 15 anni, un profilo di rischio basso (3,00%) e la preferenza per l’interesse composto. Immaginiamo un deposito iniziale di 50mila e versamenti periodici di 280 €/mese. Il capitale finale sarebbe di 141.923 €, di cui 50mila versati in principio, 50.400 € il frutto dei versamenti mensili e il resto interessi. Quest’ultimi sarebbero saliti a 80.126 € se avesse optato per un profilo di rischio medio (5,00%) e addirittura sui 131mila con il profilo alto al 7,00%.
Tuttavia, la scelta di portafogli decisamente aggressivi si sposano bene solo nel caso di chi ha ampi orizzonti temporali davanti tipo i giovani di età, per esempio. Oppure per quegli investitori che per loro indole optano solo per prodotti ad elevato rischio.
Avvertenze al Lettore
Dunque, lo schema è “relativamente semplice”, e come tutte le cose ha dei pro e dei contro. Un pro è il tempo, nel senso che più tempo si da al tempo e più ricchi sono i capitali a scadenza, specie su asset poco difensivi. Un contro è che la scelta di un rischio “low profile” porta ad accumulare a scadenza più risparmi che ad incassare interessi e plusvalenze finali.
In chiusura, come precisa Bankitalia, la fonte da cui abbiamo attinto le cifre, queste sono indicative e da non sostituirsi mai ai calcoli e/o preventivi della propria banca. I numeri su esposti poggiano su stime e ipotesi, ma in 10 o 20 o 30 o 40 anni tante cose possono cambiare. Possono mutare i tassi annui, il profilo di rischio, gli importi dei versamenti, tasse e/o spese di gestione, prodotti in portafoglio, etc.