Prima le relazioni commerciali sempre più intense con la Cina, i flirt lungo la Nuova Via della Seta e il possibile ingresso nel gruppo dei Brics. Poi il dietrofront deciso da Javier Milei, desideroso di riportare Buenos Aires sui binari del blocco occidentale. La parabola delle relazioni sino-argentine ha seguito esattamente questo andamento, anche se adesso la propaganda politica del neo presidente argentino deve fare i conti con la realtà. E la realtà è molto semplice: purtroppo per Milei, il suo Paese non può ancora rinunciare a Pechino.
Otto mesi fa, il leader anarco-capitalista aveva promesso che avrebbe frenato i legami con la Cina se avesse vinto le elezioni. Oggi la situazione è ben diversa, visto che l’inquilino della Casa Rosada sta assumendo un tono molto più pragmatico. Milei è persino arrivato ad affermare che le relazioni commerciali tra Cina e Argentina non sono cambiate “per niente” e che non ha alcuna intenzione di toccare uno scambio di valuta che vale 18 miliardi di dollari. “Abbiamo sempre detto che siamo libertari. Se le persone vogliono fare affari con la Cina, possono farlo”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Bloomberg.
Nonostante il suo apparente desiderio coincidesse con un allontanamento dal Dragone per andare incontro gli Usa, le sabbie mobili nelle quali si trova immersa fino al collo l’Argentina hanno frenato la corsa di Milei. Il Paese sudamericano deve infatti fare i conti con un’inflazione al 276% e con il peso di sei recessioni riscontrate nell’ultimo decennio. Vicende che lo hanno reso finanziariamente più dipendente dalla Cina rispetto a qualsiasi altra nazione della regione latinoamericana.
La posizione dell’Argentina
Il dilemma dell’Argentina è lo stesso di tanti altri Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo: seguire gli Stati Uniti, e quindi l’Occidente, per quanto concerne commercio, investimenti e sicurezza, oppure aprire le porte della fiducia alla Cina in vista di un ordine globale alternativo a quello esistente? Almeno a parole, Milei ha lasciato intendere di scegliere la prima opzione.
La realtà, ancora una volta, ha costretto però Buenos Aires a ripiegare su più miti decisioni. Anche perché, numeri alla mano, nel 2023 la Cina è stata la destinazione del 7,9% delle esportazioni argentine per un valore totale di 5,27 miliardi di dollari, nonché la terza maggiore nazione acquirente dietro Brasile e Stati Uniti. Il gigante asiatico, invece, ha rappresentato la fonte del 19,7% delle importazioni dell’Argentina, per un totale di 14,5 miliardi di dollari, dietro soltanto al Brasile.
I prodotti a base di soia, carne di manzo, orzo, gamberetti e carbonato di litio rientrano tra le principali esportazioni argentine oltre la Muraglia. L’import da Pechino, invece, include componenti per telefoni cellulari, televisori e altri elettrodomestici, automobili e ricambi per auto, fertilizzanti e generatori elettrici.
A metà gennaio, il nuovo ministro degli Esteri argentino, Diana Mondino, ha incontrato l’ambasciatore cinese in Argentina e ha affermato che “non vi sono dubbi sull’importanza del commercio tra i due Paesi”. A sua volta, l’ambasciatore ha dichiarato di sperare che “l’amicizia e la cooperazione” tra i due Paesi continuino anche sotto Milei. Data l’importanza economica della Cina come secondo partner commerciale dell’Argentina, difficilmente potrebbe essere altrimenti.
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La realpolitik di Milei
Lo stesso Bloomberg ha scritto che, se Milei vuole davvero modificare drasticamente l’economia – altamente regolamentata - dell’Argentina, far uscire la nazione dalla povertà e dal freno all’inflazione, difficilmente riuscirà in una triplice impresa del genere senza la Cina.
Già, la Cina: un Paese che conta a Buenos Aires e dintorni decine di progetti infrastrutturali: dalle dighe idroelettriche a vari siti di trivellazione petrolifera, da una stazione spaziale a miniere, per non parlare dei loghi a caratteri cubitali della ICBC - Industrial and Commercial Bank of China – e della Bank of China che si stagliano sui grattacieli della capitale argentina, a conferma di una solida presenza finanziaria. In ballo, a proposito di finanza, c’è anche una linea di swap valutaria da 18 miliardi di dollari, la più grande fonte di riserve estere nelle casse disastrate della banca centrale argentina, nonché la più grande linea di swap in yuan al mondo.
In cambio di tutto questo la Repubblica Popolare Cinese si assicura, come detto, forniture di cibo e materiali strategici. Milei, allora, potrebbe presto (e definitivamente) cambiare idea nei confronti della Cina. Come, del resto, hanno fatto diversi leader regionali (e non solo), compresi il suo predecessore Mauricio Macri e l’ex presidente brasiliano Jair Bolosano. Leader che hanno esordito i rispettivi mandati definendo la Cina una nemica per poi concluderli dopo aver rafforzato le relazioni con il Dragone.