Quando un prodotto finanziario promette rendimenti del 20% annuo, la prima domanda da porsi non è «come posso investirci» ma «da dove arrivano davvero questi soldi». Perché se ci pensiamo, il CEGI (Crypto Equity Income and Growth ETF, emesso da Rex/ANE ETF), con distribuzioni annualizzate del 20%, è come se mensilmente distribuisse quasi il 2%, e per chi cerca una rendita passiva, non è una cosa da sottovalutare.
Capire la struttura di ciò che si sta acquistando potrebbe fare la differenza? Si tratta di una soluzione valida, oppure un tranello? Ecco di che fondo si tratta, e le sue caratteristiche.
Rendimenti da sogno o architettura finanziaria opaca?
Nel panorama degli investimenti retail degli ultimi anni, si moltiplicano prodotti strutturati che promettono obbligazioni ad alto rendimento, talvolta con cedole annunciate nell’ordine del 15-20%. Il caso del CEGI è emblematico: un ETFche investe in circa 25 società tech e crypto-adjacent (da Nvidia a Micron, da AMD a Strategy), implementando una strategia di covered call sul 50% del portafoglio per generare premi sulle opzioni, con distribuzioni mensili che su base annualizzata arrivano al 20,32%.
Per un investitore abituato ai rendimenti dei BTP, che ancora oggi oscillano tra il 3,5% e il 4,5% sul decennale, cifre simili esercitano un’attrazione comprensibile. Ma è proprio in questo scarto tra aspettativa e realtà sottostante che si annida il rischio più difficile da vedere a occhio nudo.
La domanda tecnica corretta non riguarda il rendimento nominale dichiarato, bensì la sua composizione. Una cedola del 20% può essere costruita in modi radicalmente diversi: attraverso una leva finanziaria elevata, tramite la vendita implicita di opzioni put che caricano il prodotto di rischio direzionale, oppure mediante un meccanismo di rimborso del capitale travestito da reddito distribuito.
Quest’ultimo caso è forse il più insidioso, perché il sottoscrittore percepisce denaro come se fosse un guadagno, quando in realtà sta semplicemente ricevendo indietro frazioni del proprio investimento iniziale.
La struttura nascosta dei fondi a distribuzione elevata
Molti fondi comuni e SICAV che distribuiscono proventi elevati appartengono alla categoria dei cosiddetti «total return income fund» o, in versione più aggressiva, dei prodotti con opzione di distribuzione sintetica. In questi casi, il gestore non genera alfa sufficiente a sostenere la cedola promessa attraverso la sola gestione attiva del portafoglio. Il rendimento distribuito diventa quindi una funzione della politica di distribuzione deliberata, non del rendimento reale del sottostante.
Dal punto di vista tecnico, un fondo con un NAV (Net Asset Value, ovvero il valore patrimoniale netto per quota) in costante erosione nel tempo, abbinato a cedole elevate, sembrerebbe un segnale inequivocabile: si starebbe assistendo a un fenomeno di capital distribution mascherato da income generation. Il risultato per l’investitore che non monitora l’andamento del NAV potrebbe essere una perdita reale del patrimonio investito, nonostante la percezione psicologica di stare «incassando» ogni anno.
Il confronto con strumenti più trasparenti
Per contestualizzare il rischio, vale la pena confrontare questo tipo di prodotti con strumenti più lineari. Un BTP a dieci anni offre oggi un rendimento lordo intorno al 3,8-4,2%, con rischio emittente sulla Repubblica Italiana, liquidità elevata e struttura completamente trasparente.
Perché il 2027 potrebbe essere l’anno peggiore per chi ha un mutuo a tasso variabile
Un’obbligazione corporate investment grade di un emittente europeo potrebbe aggiungere 100-150 punti base rispetto al titolo sovrano. Persino le soluzioni più aggressive, come le obbligazioni high yield o i fondi che investono in credito subordinato bancario, raramente superano stabilmente il 7-9% su orizzonti pluriennali senza incorporare rischi significativi di perdita del capitale.
Un rendimento del 20% annuo sostenibile nel tempo sembrerebbe quindi strutturalmente incompatibile con un profilo di rischio moderato, a meno che non si accetti consapevolmente un’esposizione a strumenti ad altissima volatilità, a mercati emergenti con rischio valutario e politico, o a strategie derivate con profili di perdita asimmetrici.
Come analizzare un prodotto prima di sottoscriverlo
Esistono alcune variabili che un investitore retail potrebbe verificare autonomamente prima di impegnarsi in un prodotto che promette rendimenti straordinari.
- Il primo elemento da osservare è l’andamento storico del NAV su un orizzonte di almeno tre anni: se il valore per quota scende progressivamente mentre le cedole vengono pagate, il meccanismo redistributivo sembrerebbe già in atto.
- Il secondo elemento è il TER (Total Expense Ratio), ovvero il costo totale annuo del fondo: prodotti complessi tendono ad avere costi di gestione che possono superare il 2-3% annuo, erodendo ulteriormente il rendimento netto reale.
- Il terzo elemento riguarda la composizione del portafoglio sottostante: se un fondo distribuisce il 20% ma investe prevalentemente in strumenti che rendono il 5-6%, la matematica suggerisce necessariamente che qualcosa nel meccanismo di distribuzione non si regge sulla sola generazione di reddito.
- Infine, la valuta di denominazione e l’eventuale copertura del rischio di cambio rappresentano un costo spesso sottostimato, che nei prodotti denominati in $ potrebbe valere 1-2 punti percentuali aggiuntivi a seconda delle condizioni di mercato.