Dopo la chiusura dello stretto di Hormuz in Iran, questo Paese ha raddoppiato le esportazioni di GNL.
Sono trascorse ormai più di due settimane da quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, ufficialmente per impedire che Teheran continuasse ad arricchire uranio, presumibilmente a fini militari e di sviluppo di armi atomiche. Per motivi di sicurezza internazionale, i due Paesi hanno quindi deciso di colpire lo Stato del Golfo con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture legate alla difesa e al programma nucleare. L’Iran, però, non è rimasto a guardare: non ha assistito inerme alla distruzione dei propri impianti e ha reagito con pesanti contrattacchi contro i due Paesi coinvolti, colpendo soprattutto basi straniere presenti nell’area del Golfo.
Ma l’aspetto più importante e cruciale di questo conflitto riguarda la chiusura dello stretto di Hormuz, un passaggio strategico fondamentale per l’approvvigionamento energetico globale. Da lì transita circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e tra il 15% e il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL), proveniente in gran parte dal Qatar.
Lo stretto, controllato dall’Iran, è ormai fermo da diversi giorni: le navi evitano di attraversarlo per il rischio concreto di attacchi da parte delle forze iraniane. Teheran è perfettamente consapevole del vantaggio strategico che deriva da questa situazione, perché il blocco del traffico marittimo sta causando una paralisi delle esportazioni energetiche e una crescente tensione sui mercati globali. Gli effetti si stanno già facendo sentire, in particolare sul prezzo del petrolio, che ha superato i 100 dollari al barile, con quotazioni quasi raddoppiate rispetto ai livelli precedenti agli attacchi.
Donald Trump ha chiesto una cooperazione ai Paesi della NATO per trovare una soluzione che possa sbloccare la situazione e garantire la ripresa dei flussi energetici dal Golfo verso Europa e Asia. Nel frattempo è stato firmato un documento da Italia, Regno Unito, Francia, Olanda, Giappone e Germania con l’obiettivo di creare le condizioni per assicurare la libertà di navigazione marittima in un’area sempre più instabile.
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Il Canada sta sfruttando questo blocco aumentando l’export di GNL
Di fronte al blocco delle esportazioni dai Paesi del Golfo, altre nazioni stanno beneficiando della situazione. Tra queste spicca il Canada, che ha incrementato significativamente le esportazioni di gas naturale liquefatto verso i mercati internazionali, in particolare quelli asiatici, alla ricerca di fornitori alternativi. Secondo i dati disponibili, nei primi 17 giorni del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, ben otto navi si sono messe in fila presso il terminal canadese di Kitimat per caricare GNL destinato all’export.
Per comprendere la portata del fenomeno basta un confronto: nell’intero mese di dicembre erano state solo quattro le metaniere caricate nello stesso terminal. In poco più di due settimane, quindi, il dato è già raddoppiato. I principali Paesi importatori sono Corea del Sud e Giappone, con cui il Canada ha rafforzato gli accordi commerciali già a partire da giugno dello scorso anno.
Ma non è tutto: le autorità canadesi stanno valutando anche la costruzione di altri sei terminal per il GNL. Una volta operativi, questi impianti potrebbero garantire una capacità produttiva fino a 50 milioni di tonnellate all’anno, pari a quasi la metà dell’export annuale degli Stati Uniti. Un segnale chiaro di come gli equilibri energetici globali possano cambiare rapidamente in seguito a crisi geopolitiche di questa portata.
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