La battaglia globale per il controllo del mercato dei chip vede nell’Italia un player avente le tecnologie, la base industriale e il capitale umano per strutturarsi nella filiera internazionale di questi componenti decisivi dell’economia e della geopolitica globale.
Un preciso asse tra istituzioni e capitale privato, memore dei rischi legati a crisi del passato come la fine di Olivetti e il caos Telecom, può contribuire strutturare virtuosamente una filiera italiana dei chip che ha alle spalle una storia nobile. Legata sia a nomi illustri dell’industria che a figure come il primo “conquistatore” italiano della Silicon Valley, Federico Faggin.
Brianza, la Silicon Valley d’Italia
Oggi più che mai partecipare alla partita euro-atlantica della costruzione della catena del valore dei chip è cruciale. L’Italia può muoversi in campo europeo seguendo una linea orientata al finanziamento di sempre più dinamiche politiche di trasferimento tecnologico, allo sviluppo di competenze tecniche e all’alleanza tra aziende e università.
Sono almeno due le realtà che possono parlare ai grandi attori mondiali, da Tsmc a Nvidia, da pari a pari e hanno il cuore in Brianza, tra Agrate e Cernusco Lombardone: StMicroelectronics e Technoprobe.
St e Technoprobe, chi sono i colossi italiani dei chip
STMicroelectronics è un esempio di alleanza transnazionale tra Paesi a fini tecnologici e di impresa al cui interno capitale pubblico e economia privata operano in alleanza sotto forma di una joint venture italo-francese partecipata dal Mef e da Bpifrance, la Cdp di Parigi, e quotata nei principali listini europei. Alle spalle dell’olandese Asml, “gigante nascosto” dell’industria europea e colosso della litografia, St col suo sistema produttivo sparso tra Agrate, Grenoble e Catania e alleato a attori come gli israeliani di Tower Semiconductors controlla nei chip di memoria e nella produzione di wafer il secondo sistema d’Europa dei semiconduttori. Lo Stato italiano ha allocato poco meno di 300 milioni di euro del Pnrr per contribuire alla strutturazione di nuovo stabilimento di StMicroelectronics che avrà sede nella Etna Valley a Catania e che creerà 700 posti di lavoro.
Technoprobe, con sede a Cernusco Lombardone, in provincia di Lecco, è invece il ritrovato della famiglia Crippa, sua fondatrice, che sulla scia della valenza geopolitica e geostrategica dei chip è decollata. L’azienda fondata nel 1995 da Giuseppe Crippa, oggi 88enne, opera non nella produzione diretta di wafer e chip di memoria ma in quella delle cosiddette probe card, o “schede sonda”. Parliamo di dispositivi che permettono di validare l’efficienza di un chip di dimensione microscopica prima di adoperarlo in dei circuiti integrati. Come ha scritto Forbes, Technoprobe è dal 2021 leader mondiale del settore per ricavi grazie a una nicchia specialistica ad alto valore aggiunto: “La complessità dei semiconduttori moderni impone che ogni chip abbia la sua probe card per verificare possibili difetti. Dopo i test e gli eventuali aggiustamenti, i chip possono poi essere prodotti in serie senza intoppi, per finire nei nuovi smartphone, computer e auto elettriche. Le probe card possono contenere fino a 50mila punte metalliche, ciascuna a circa 0,004 centimetri dall’altra”.
Prospettive strategiche e friend-shoring
Con queste aziende di punta, l’Italia può sviluppare un’alleanza Stato-mercato capace di attrarre investimenti e partecipare a una catena del valore sempre più strutturata. Da Israele agli Usa, passando per la Francia, le alleanze sono funzionali a catturare anche nel nostro Paese le opportunità offerte nel campo occidentale dal cosiddetto friend-shoring , il ritorno a casa delle catene del valore dei settori critici, tra cui rientrano i microchip, a cui lavorano le potenze puntando sia a internalizzare gli investimenti che a affidarsi a fornitori di Paesi ritenuti affidabili. Doppiando, ad esempio, la dipendenza per il mercato da attori come la Cina. L’Italia può e deve contribuire alla strutturazione di virtuose filiere del campo occidentale. Il Chips Act può aiutare a livello europeo. In campo atlantico, è interessante la proposta del Center for a New American Security, centro studi americano che studia i legami tra economica, geopolitica e sicurezza nazionale.
A valle della visita settembrina di Joe Biden in Vietnam, culminato in un accordo per la localizzazione nel Paese di impianti di aziende Usa per i chip, Carisa Nietsche, una delle fellow del Cnas, ha proposto in un paper del think tank un’alleanza tra Paesi democratici, a economia di mercato e vicini a Washington nel campo dei chip sottolineando che a suo avviso “la revisione dell’attuale approccio degli Stati Uniti è imperativa data la natura globale della catena di approvvigionamento dei semiconduttori”.
Nietsche battezza “Semi7” l’alleanza tra Paesi che dovrebbero unirsi per dominare il mercato dei chip in ogni campo della catena del valore: Stati Uniti, Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito. Al gruppo manca sicuramente l’Italia, che ha esperienze, cultura e industria per costruire un sistema vincente con questi partner. Dai taiwanesi di Tsmc, primi produttori di chip di base, agli olandesi di Asml, padroni del mercato dei macchinari, un sistema come il «Semi7» ha già grandi potenzialità. Renderlo un G8 della tecnologia permetterebbe di aggiungere l’esperienza italiana di attori come Technoprobe e St. La proposta di Nietsche non è solo teoria, ma una modellizzazione di quanto i grandi attori americani, guidati da Intel e Nvidia, stanno già facendo con investimenti e ricerca di partnership tra cui resta in sospeso quella proposta dalla prima delle due aziende per Vigasio, in Veneto, ove si parla di un impianto da 4,5 miliardi di dollari di valore.
La lezione Telecom da non scordare
Roma ha, come sottolineato nella presente analisi, grandi potenzialità per inserirsi come attore di punta in campo di chip e tecnologie di frontiera. Va capita l’alleanza strategica tra economia e geopolitica e ricordarsi che alleanza non può e non deve voler dire trasformarsi in follower di partner maggiori. L’italianità di know-how, impianti, brevetti va difesa a maggior ragione tramite investimenti, aumenti di capitale alle aziende e uso del golden power proprio perché parliamo di settori destinati a essere abilitanti per intere filiere. In cui competere con economie e Paesi rivali è altrettanto importante di essere indispensabili e insostituibili per gli Stati amici.
Serve un grande ragionamento industriale per trasformare l’eccellenza di oggi nel piano industriale per poter essere competitivi domani. Il caso Telecom è qui a dimostrarci cosa succede quando in un settore del genere un’alleanza pubblico-privato non si costituisce per abilitare sviluppo a trecentosessanta gradi.