Le previsioni 2026 per il cambio euro-dollaro partono da un dato che nel 2025 è diventato impossibile ignorare. A un certo punto il mercato ha smesso di chiedersi se l’euro fosse debole o forte e ha iniziato a fare i conti con una realtà molto più concreta: il cambio stava salendo, e stava salendo sul serio. Nei primi mesi dell’anno l’euro-dollaro ha guadagnato quasi il 14%, una corsa rapida che ha colto di sorpresa anche chi, quel movimento, lo stava aspettando. Poi l’entusiasmo si è scontrato con la realtà, come accade spesso quando un trend corre troppo in fretta. Nella seconda metà del 2025 il cambio ha rallentato, trovando un equilibrio intorno a quota 1,17, come se il mercato avesse deciso di fermarsi un attimo e capire se quel rialzo fosse l’inizio di qualcosa di più duraturo o solo una parentesi.
È da questo punto di equilibrio che prende forma il racconto del 2026. Non come una scommessa secca su un numero, ma come una domanda che riguarda anche chi non ha mai aperto una piattaforma di trading. Cosa succede se il dollaro smette di essere il pilastro indiscusso dei mercati globali e l’euro torna, lentamente, a guadagnare spazio. In un contesto post tagli dei tassi, con un’economia americana che continua a mostrarsi sorprendentemente resiliente e un’Europa che prova a riaccendere crescita e investimenti, il cambio torna a essere una variabile che pesa davvero. Non fa rumore come una crisi, ma entra nei rendimenti, condiziona le scelte di portafoglio e cambia la percezione del rischio.
Il 2026 potrebbe non essere l’anno delle certezze, ma rischia di essere l’anno in cui ignorare il cambio diventa un lusso che pochi possono permettersi.
Perché nel 2026 il dollaro può indebolirsi (senza uscire di scena)
Il punto di partenza del 2026 è un dollaro che non è più iper-dominante, ma nemmeno pronto a farsi da parte. Ed è proprio questa sfumatura a rendere lo scenario interessante. Dopo anni in cui il biglietto verde ha beneficiato di un vantaggio strutturale legato ai tassi più alti e a una crescita americana superiore, oggi il quadro è più complesso. L’economia degli Stati Uniti resta resiliente, ma il ciclo monetario è cambiato. La stagione delle strette aggressive è alle spalle e la Federal Reserve guarda sempre più al mercato del lavoro, che manda segnali di raffreddamento difficili da ignorare.
Qui entra in gioco la divergenza tra Fed e BCE, che nel 2026 rischia di diventare il vero motore del cambio. La Fed potrebbe muoversi ancora verso una politica più neutrale, con uno o due tagli aggiuntivi se la crescita rallenta senza crollare. La BCE, dopo una lunga sequenza di tagli, appare invece orientata a restare ferma, forte di un’inflazione sotto controllo e della convinzione di essere già “in posizione”.
Questo restringimento dei differenziali di tasso non cancella il ruolo del dollaro come valuta di riferimento globale, ma ne riduce l’attrattiva relativa. In altre parole, il dollaro può indebolirsi senza smettere di essere centrale. Non è una contraddizione, è il modo in cui funzionano i mercati quando il ciclo cambia fase.
Il livello che torna sempre (e che il mercato continua a guardare)
Ogni fase di mercato ha il suo numero simbolo. Per l’euro-dollaro, nel passaggio tra 2025 e 2026, quel numero continua a essere 1,20. Non perché sia una soglia magica, ma perché è semplice, rotonda, facile da raccontare. Ed è proprio per questo che i mercati la amano.
Dopo il rally della prima parte del 2025 e la fase di consolidamento intorno a 1,17 nella seconda metà dell’anno, l’area di 1,20 resta il punto verso cui lo sguardo tende naturalmente a tornare. È il livello che separa un rafforzamento graduale dell’euro da qualcosa di più strutturale. Finché resta lontano, il mercato può permettersi di essere scettico. Quando si avvicina, l’umore cambia.
Non a caso molte proiezioni di banche d’affari e analisti collocano proprio lì l’equilibrio potenziale del 2026, con possibili sconfinamenti verso 1,21 o 1,22 se il contesto macro diventa più favorevole. Al contrario, ogni arretramento deciso sotto l’area di 1,15 riaccenderebbe i dubbi sulla sostenibilità del movimento, riportando l’attenzione su livelli più bassi. È in questo spazio, tra 1,15 e 1,20, che il mercato sembra destinato a giocarsi gran parte della partita.
Tre traiettorie possibili per l’euro-dollaro nel 2026 (senza profezie)
Il primo scenario è quello che piace ai mercati quando cercano stabilità. L’euro continua a rafforzarsi con gradualità, spinto più dalla perdita di slancio del dollaro che da una forza travolgente dell’Eurozona. In questo caso il cambio tende verso l’area di 1,19–1,21 entro fine anno, con fasi di pausa e correzioni lungo il percorso. È lo scenario della normalizzazione, coerente con una Fed più prudente e una BCE ferma, sponsorizzato dagli analisti di JP Morgan, Deutsche Bank e IG.
Il secondo scenario è quello che accende i titoli. Qui l’euro riesce a superare con convinzione quota 1,20 e si spinge verso 1,22, o anche oltre, se il rallentamento dell’economia americana diventa più evidente e l’inflazione smette davvero di essere un problema politico prima ancora che economico. È lo scenario in cui il mercato inizia a parlare apertamente di un dollaro post-picco, con un cambio che diventa protagonista delle strategie globali. È la proiezione di MUFG (MUFG (Mitsubishi UFJ Financial Group) che propone una serie di target progressivi fino a 1,24.
Il terzo scenario è quello che nessuno ama, ma che resta sempre sul tavolo. Un ritorno sotto 1,15, magari innescato da uno shock geopolitico, da nuove tensioni commerciali o da un improvviso aumento dell’avversione al rischio. In questo caso il dollaro tornerebbe a beneficiare del suo ruolo di rifugio, e l’euro pagherebbe anche le fragilità interne dell’Europa.
Nessuna di queste traiettorie è una profezia. Sono mappe possibili. E nel 2026, più che indovinare il numero giusto, conterà capire prima degli altri quando il mercato sta cambiando direzione.
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