Come al solito Trump è il protagonista della volatilità dei mercati finanziari. La guerra contro l’Iran reintroduce incertezza ai massimi livelli, proprio ad un anno esatto dallo show nel giardino delle rose della Casa Bianca del 2 aprile 2025, quando lui fece decollare la guerra sui dazi. Nell’aprile 2025 la correzione azionaria durò poco, circa 10 giorni, e poi il mercato ripartì alla grande con l’annuncio della sospensione per tre mesi delle nuove tariffe. E non ci fu alcun impatto sui conti pubblici statali.
Questa volta Trump però ha speso molto di più in soldi pubblici (e senza autorizzazione del Congresso) per introdurre volatilità sui mercati finanziari: circa 1 mld di dollari al giorno è il costo stimato della guerra contro l’Iran e, se la benzina e il gasolio in USA continuano a correre all’insù in questo modo, aggiungiamoci anche il costo politico, ovvero la sconfitta elettorale quasi certa del prossimo 6 novembre 2026 per il partito repubblicano.
Nel frattempo i mercati soffrono, anche se non profondamente come mi aspettavo io. E questa mini-correzione è segnale che i grandi gestori di denaro (fondi sovrani, pension funds, hedge funds) non hanno venduto ancora nulla, e stanno alla finestra per guardare cosa succede e cercare di valutare quando finirà questa guerra per poi ricomprare a prezzi più bassi e innescare un nuovo rally, chi lo sa?
Tuttavia, anche il mercato valutario globale sta assistendo a un fenomeno che molti analisti credevano archiviato: la resilienza assoluta del dollaro statunitense. Nonostante le previsioni di inizio anno indicassero un indebolimento del biglietto verde, i recenti shock geopolitici e una macroeconomia americana inaspettatamente «calda» hanno ribaltato i rapporti di forza.
Come riportato recentemente da un articolo a firma di J. Wilkins su CNBC il dollaro è sì tornato a rafforzarsi sull’euro, ma la sua forza poggia su fondamenta tanto solide quanto “scivolose”.
Il catalizzatore immediato di questo rafforzamento è la crisi nello Stretto di Hormuz. Con il prezzo del petrolio Brent che ha infranto la barriera dei $100 al barile a metà marzo, il dollaro ha riattivato la sua funzione di bene rifugio primario.
E l’oro? A differenza del passato, l’oro ha mostrato una volatilità insolita, faticando a mantenere i livelli sopra i $5.000 l’oncia, lasciando al dollaro il ruolo di unico porto sicuro liquido. L’economia USA, essendo oggi uno dei maggiori produttori globali di prodotti energetici, è strutturalmente meno vulnerabile agli shock petroliferi rispetto all’Eurozona, che importa la quasi totalità del suo fabbisogno di gas e petrolio.
Questa asimmetria energetica si traduce direttamente in forza valutaria: mentre l’Euro soffre per l’aumento dei costi di importazione e un peggioramento della bilancia dei pagamenti con gli USA, il Dollaro beneficia dei flussi di capitale che cercano rendimenti sicuri in un’economia energeticamente semi-autonoma. Insomma, per ora i mercati sembra stiano dimenticandosi del fardello debito pubblico e del deficit pubblico americano.
Il secondo pilastro del dominio del dollaro è il differenziale dei tassi d’interesse. Le aspettative del mercato per il 2026 circa un allentamentoi della politica monetaria sono state bruscamente corrette, a causa dei timori inflazionistici generati dalla guerra all’Iran.
Le prospettive per le due banche centrali
La Federal Reserve: con un’inflazione CPI che segna il 2.8% e prezzi alla produzione (oltre all’indicatore ISM Manufacturing) in crescita, la Fed ha gelato le speranze di tagli aggressivi. Il mercato ora scommette su tassi fermi al 3.50%-3.75% almeno fino all’estate.
La BCE: A Francoforte la situazione è opposta. Il tasso sui operazioni settimanali di rifinanziamento è al 2,15% con un tasso su i depositi al 2%. La crescita dell’Eurozona è anemica (stagnante allo 0.4% annuo). La necessità di stimolare l’economia reale, se l’inflazione da petrolio fosse uno shock temporaneo, spingerebbe Christine Lagarde verso un possibile allentamento monetario, rendendo l’Euro una valuta meno remunerativa per gli investitori internazionali. Tuttavia lo spike inflattivo determinato dalla guerra, potrebbe trasformarsi in un aumento duraturo del livello dei prezzi, spingendo la BCE al passo opposto, cioè un aumento da 25bps nell’autunno del 2026.
Esiste comunque una «forbice» nei rendimenti tra USA ed Eurozona, e questa crea un flusso costante di capitali verso il dollaro, usato per acquistare i Treasury Bond americani, il cui rendimento a 10 anni è balzato dal 3.96% al 4.26% in poche settimane.
Ma, se ci pensate bene, se per il Tesoro USA un dollaro forte è un segno di prestigio, per le multinazionali di Wall Street è un incubo contabile. Aziende come Apple, Microsoft e i giganti del settore tech generano oltre il 40% del loro fatturato fuori dagli Stati Uniti.
Quando il dollaro si apprezza rapidamente, si verifica l’effetto «Earnings Drag» che si sintetizza in due fattori:
- svantaggio competitivo: i prodotti americani diventano più costosi all’estero, favorendo i competitor europei e asiatici e frenando gli esportatori americani.
- conversione valutaria: i profitti realizzati in Euro o Yen, una volta riportati in bilancio in Dollari, risultano ridotti, perché generati in valute estere che si sono indebolite rispetto al dollaro. Gli analisti stimano che ogni aumento del 1% dell’indice del dollaro (DXY) possa tagliare lo 0.5% degli utili per azione (EPS) dell’S&P 500. Se il trend continua, la stagione delle trimestrali di aprile potrebbe riservare amare sorprese per le aziende USA che hanno il loro fatturato soprattutto all’estero. Il perdurare della forza del dollaro nuocerebbe a Wall Street più di quanto si pensi.
Cambbio euro dollaro, le previsioni aggiornate
Anche da un punto di vista grafico, la forza del dollaro potrebbe proseguire nel breve termine. Il cambio EUR/USD si trova attualmente in una fase di forte pressione ribassista per l’euro. Dopo aver testato i massimi di inizio anno, il cambio ha rotto al ribasso con decisione la media mobile a 200 giorni.
Per quanto ciò possa essere relativo proviamo a delineare uno scenario tecnico per le prossime due settimane (nel caso non si giungesse alla conclusione della guerra).
Innanzitutto definiamo il supporto chiave: il livello psicologico di 1.1400 è l’ultimo baluardo. Una chiusura settimanale sotto questo valore aprirebbe la strada verso l’area 1.1250, un minimo che non si vedeva da mesi.
Attenzione a questa resistenza: per invertire la rotta, l’Euro dovrebbe superare 1.1650, un’impresa ardua senza una de-escalation in Medio Oriente.
E non sottovalutiamo questi indicatori: l’RSI (Relative Strength Index) sta entrando in zona ipervenduto, il che suggerisce la possibilità di un breve rimbalzo tecnico («dead cat bounce») verso fine marzo, che tuttavia molti trader useranno come occasione per vendere ancora (sell on rallies).
Per aprile 2026, se nulla cambia sul fronte iraniano, prevediamo probabilmente una persistente debolezza dell’Euro.
Se la tensione geopolitica non scema e se la Fed confermerà la linea dura nel meeting di maggio, il target realistico per EUR/USD si posiziona in un range tra 1.1350 e 1.1420.
Ma giunti a quel livello, gli investitori farebbero bene a proteggersi con opzioni Put sul dollaro o strategie di hedging contro un nuovo indebolimento del dollaro. Quei livelli di cui sopra, se raggiunti, debbono considerarsi dei massimi molto importanti di breve periodo, che vengono raggiunti in pochissimo tempo, e se ciò accadrà bisogna attuare delle strategie per coprire il rischio cambio, cioè il rischio di una nuova svalutazione del dollaro, per esempio vendere i dollari cash (la cosa più semplice) oppure acquistare degli etf valutari LONG EUR/ SHORT USD che contengono al loro interno delle posizione corte sul dollaro in futures su EUR/USD.
In sintesi, il dollaro è tornato ad essere la regina delle valute internazionali, ma è una regina che regna in un castello “assediato” da eventi improvvisi e incontrollabili. La sua forza attuale è figlia della instabilità mentale di Trump, che si è impantanato in una guerra pianificata male, e rimane incastrato in un problema dal quale non riesce ad uscire, ovvero la inaspettata resilienza dell’esercito iraniano. Ma la sua forza è anche figlia del divario di rendimento.
Tuttavia, la tendenza di fondo dei mercati valutari è un’altra.
Nel medio-lungo periodo infatti agiscono delle forze contrarie al rafforzamento del dollaro. Il destino è quello di un nuovo indebolimento del dollaro contro euro, non essendoci elementi per una risoluzione strutturale del problema del debito pubblico americano. Infatti, se non si riuscirà ad aumentare le tasse per l’inattesa espansione della spesa pubblica dovuta sia alla guerra e sia ai bisogni di ricostituire l’arsenale delle munizioni, anche a guerra finita, il problema del deficit pubblico diverrà sempre più impellente.
Non vedo di buon occhio l’acquisto di dollari ora: Per l’investitore accorto, il mese di aprile sarà il banco di prova, capiremo se il biglietto verde sta correndo verso un nuovo massimo pluriennale o se sta preparando il terreno per una correzione brutale, che giungerà allorquando “scoppierà” la pace.