Cambiamento climatico? Negli Stati Uniti si muore per il freddo

Glauco Maggi

22/12/2024

Le morti da freddo aumentano nonostante il riscaldamento globale, mentre il dibattito si scontra con percezioni pubbliche, scetticismo scientifico e priorità politiche contrastanti.

Cambiamento climatico? Negli Stati Uniti si muore per il freddo

Le temperature si stanno alzando da decenni negli Stati Uniti, ci mostrano da tempo le statistiche.

Contemporaneamente, uno studio meteorologico diffuso dalla rivista ScienceNews ha però ora scoperto che i cambi di clima sono sempre più collegati con episodi di freddo rigido, che sono a loro volta associati ad aumenti di mortalità causati dal gelo.

La ricerca che arriva a questa conclusione è stata pubblicata il 19 dicembre da Jama (Journal of American Medical Association), che espone così il trend. “Dal 1999 al 2022 la mortalità negli USA legata al freddo, tenendo conto del fattore dell’età, è cresciuta da quattro abitanti per milione a nove.

Si tratta dei casi delle persone morte, “ spiegano i ricercatori, “per le quali l’esposizione al freddo è stata la causa principale o una delle cause. In numeri, sui 63 milioni e mezzo di morti negli USA tra il 1999 e il 2022, oltre 40mila sono state causate dal gelo. L’aumento del tasso delle morti imputate al fattore del freddo è stato guidato da un incremento tra il 2017 e il 2022”.
I risultati dello studio scientifico suonano contro-intuitivi rispetto alla percezione del problema del “riscaldamento globale”, che via via ha cambiato la definizione popolare in “cambiamento climatico”, dopo che negli ultimi decenni si erano verificati anche periodi in cui i dati delle temperature, a livello globale, non si “allineavano” alla tendenza politicamente corretta. E come stupirsi, allora, che l’opinione pubblica in generale - quella non bigotta nello sposare la “nuova religione” del Green New Deal con la sua coda di demonizzazione delle auto a benzina o diesel - consideri il global warming un “non problema”? Scoprire addirittura che, in questo mondo in surriscaldamento, aumentano i morti per il freddo, porta la gente a scherzarci su: e non c’è di peggio, per una “battaglia” presentata come esistenziale per il pianeta e per il genere umano, che essere sepolta da una risata.

Peraltro, tra gli stessi scienziati seri non mancano gli scettici sulla ineluttabilità del trend verso il “riscaldamento”. E del resto, sul lungo e soprattutto sul lunghissimo periodo, basta visitare qualche parco nazionale governativo nel nord degli Stati Uniti, e leggere i pannelli sulle piazzuole per capire che la risposta più diffusa (“la responsabilità è dell’uomo e del consumo di energia fossile”) non regge. O, almeno, non basta da sola ed è al massimo una ipotesi contributiva del fenomeno.

Nel “parco nazionale dei ghiacciai” (Glacier National Park, in Montana), ammirando il Jackson Glacier davanti a me, ho trovato questi dati ufficiali del ministero del Territorio (li riporto dal mio libro “Qui non è Nuova York”): c’erano oltre 100 ghiacciai nel 1910, quando fu istituito il parco; nel 1966 erano già scesi a 35, ridotti quindi a un terzo ben prima che scoppiasse la febbre del global warming; nel 2015, l’anno del più recente censimento dei ghiacciai “attivi”, ce n’erano ancora 26: in 49 anni, cioè, se ne sono sciolti 9.

Scompariranno tutti, prima o poi? Se anche fosse, ci sono esempi di “cicli e ricicli” nelle storie dei ghiacciai che inducono ad un realismo strategico. Dieci anni fa in Alaska, in un altro parco nazionale, avevo saputo che prima dello scioglimento dei ghiacciai, che avveniva in diretta davanti ai miei occhi con enormi blocchi che si staccavano finendo nell’oceano, su quelle stesse colline ora imbiancate dal ghiaccio c’erano stati prati e alpeggi usati dagli eschimesi che ci vivevano qualche secolo prima.

Ma questa non è la sede per dibattere il grado di correttezza dell’analisi sul riscaldamento che va per la maggiore nel consenso del mainstream (dall’Onu ai media). A un mese dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, è invece il tempo per valutare come sia stato fondamentale per i Repubblicani avere cavalcato le questioni giuste, e per Biden-Harris quelle perdenti. Tra quest’ultime, l’enfasi sui cambiamenti climatici e la guerra all’energia da petrolio e gas naturale si è dimostrata la più lontana dal sentire della gente normale, battuta solo dall’idea che i transessuali fossero la nuova frontiera di lotta per i diritti umani. La disforia di genere, e il global warming, sono problemi esistenti da affrontare con serietà, ma con il senso delle proporzioni e della realtà, specialmente in una campagna politica che deve conquistare la maggioranza della gente.

Il sondaggio nazionale di Gallup tra gli elettori USA era stato chiaro, l’8 ottobre scorso, su quali fossero i problemi seri nella testa della gente prima del voto. Le prime tre voci per importanza erano “l’economia” per il 52% (solo l’1% pensava fosse “non importante”); “la democrazia negli USA” per il 49% (“non importante” per il 4%); “il terrorismo e la sicurezza nazionale” per il 45% (“non importante” per il 4%). In fondo alla classifica per importanza c’erano “il commercio con altri Paesi” (ossia le tariffe minacciate da Trump) per il 23% (“non importante” per il 6%); “il cambiamento di clima” per il 21% (“non importante” per il 26%); e ultime “le questioni dei transessuali”, importanti per il 18% e non importanti per il 36%.

Quale metro per misurare le chance di vittoria di Trump e Harris, il 5 novembre successivo, andava data più fiducia a questa rilevazione sugli interessi personali che ai numerosi sondaggi sulle intenzioni di voto, che fino all’ultimo indicavano incertezza e arrivo al foto finish. Invece, con il senno di poi, è evidente che una buona maggioranza dei cittadini preoccupati per l’economia e il terrorismo vedeva in Trump la soluzione. Mentre, per essere in sintonia con Kamala e votarla, bisognava avere in mente il global warming come minaccia incombente. O elevare a diritto civile, come ha fatto la campagna dei Democratici, quello dei transessuali (nati maschi) a partecipare agli sport delle ragazze. O, peggio ancora, sostenere la tesi che agli insegnanti e ai medici attivisti venisse affidata la delicatissima cura della condizione della disforia tra i minorenni, e di nascosto dalle famiglie.