Calamità naturali, perché la polizza obbligatoria è un boomerang per le assicurazioni?

Redazione Money Premium

23 Settembre 2024 - 06:31

Il ramo danni in Italia raccoglie premi tra i 38 e i 40 miliardi di euro. Di questi, solo l’8,4% è attribuibile al ramo Incendi, la categoria sotto cui rientrano anche i rischi catastrofali.

Calamità naturali, perché la polizza obbligatoria è un boomerang per le assicurazioni?

Negli ultimi anni, il tema dell’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali è tornato al centro del dibattito politico, in particolare con l’intervento del ministro Nello Musumeci, che ha sollevato la possibilità di estendere l’obbligo assicurativo anche alle abitazioni. Tuttavia, tale proposta solleva questioni tecniche e normative complesse, che rendono difficile una rapida applicazione pratica.

Va innanzitutto precisato che l’obbligo di stipulare una polizza assicurativa contro le calamità naturali per determinate categorie di soggetti esiste già. La legge di bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo per tutte le imprese italiane ed estere aventi sede in Italia e iscritte al registro delle imprese di stipulare una polizza contro i rischi catastrofali, con una scadenza fissata al 31 dicembre 2024. Oltre alle imprese, anche i beni immobili che hanno beneficiato del cosiddetto bonus 110% devono essere coperti da un’assicurazione contro le calamità.

Tuttavia, come spesso accade nel contesto normativo italiano, la legge è stata introdotta senza un’adeguata implementazione. A tre mesi dalla scadenza fissata per l’obbligo assicurativo, mancano ancora i decreti attuativi che dovrebbero chiarire alcuni aspetti cruciali: l’assicuratore può rifiutare la copertura di un bene che ritiene non assicurabile? I danni indiretti saranno inclusi nelle coperture?

Un altro aspetto critico riguarda i limiti imposti dal governo sulla franchigia e sugli scoperti, che non possono superare il 15% del valore assicurato. Questo pone un problema significativo: è difficile immaginare quale compagnia assicurativa sarebbe disposta a coprire un capannone costruito senza criteri antisismici in una zona ad alto rischio alluvionale con una franchigia così bassa. Le compagnie, infatti, si trovano a dover gestire rischi elevati e complessi in un contesto in cui i margini di profitto diventano sempre più sottili.

Il ramo danni del mercato assicurativo italiano, secondo dati ANIA, raccoglie premi per un valore compreso tra i 38 e i 40 miliardi di euro. Di questi, solo l’8,4% è attribuibile al ramo Incendi, la categoria sotto cui rientrano anche i rischi catastrofali. Questo dato, confrontato con i 4,5 miliardi di euro annui stimati dal SIMA - Società Italiana di Mediazione Assicurativa per i danni causati da eventi catastrofali dal dopoguerra a oggi, evidenzia l’elevato rischio di una perdita strutturale per le compagnie che si trovano a dover affrontare tali sinistri. L’esempio più recente è l’alluvione che ha colpito le Marche e l’Emilia Romagna nel 2023, causando danni stimati in circa 10 miliardi di euro.

In questo contesto, le compagnie assicurative si affidano a loro volta alla riassicurazione, ovvero un meccanismo attraverso il quale trasferiscono parte del rischio a riassicuratori esterni. Tuttavia, anche il costo della riassicurazione è elevato, e questo si riflette inevitabilmente sui premi che le compagnie devono imporre ai propri clienti.

Per quanto riguarda le abitazioni, la questione si complica ulteriormente. I principi base dell’assicurazione, ossia la mutualizzazione dei costi e la mitigazione del rischio, sono difficilmente applicabili in maniera uniforme su un patrimonio edilizio variegato e spesso vulnerabile come quello italiano. La mutualizzazione, infatti, presuppone che i rischi siano condivisi tra una vasta popolazione, ma i disastri naturali tendono a colpire aree geografiche specifiche, aumentando il rischio per una particolare zona.

Per quanto riguarda la mitigazione del rischio, l’obbligo di stipulare un’assicurazione può rappresentare una sfida se non è accompagnato da interventi strutturali volti a ridurre la vulnerabilità del patrimonio edilizio. Come affrontare il rischio di abitazioni costruite senza criteri antisismici o situate in aree alluvionali? È significativo notare che un rapporto del 2016 dell’Ordine degli Ingegneri stimava che circa 29 milioni di italiani vivono in abitazioni con un rischio sismico da moderato a severo. Questo rende evidente l’urgenza di interventi di prevenzione e ristrutturazione, senza i quali l’assicurazione obbligatoria rischia di diventare un mero palliativo

Le esperienze di altri paesi, come la Nuova Zelanda, dimostrano che l’assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali può funzionare, ma solo se adeguatamente strutturata e supportata da un forte intervento statale. In Nuova Zelanda, ad esempio, i danni di piccola entità e frequenti restano a carico dello Stato, mentre le compagnie assicurative coprono solo i danni di importo relativamente modesto. Per i sinistri di entità maggiore, lo Stato interviene direttamente per evitare che il settore assicurativo vada incontro al collasso finanziario.

Un sistema simile potrebbe essere implementato anche in Italia, ma richiederebbe una riforma strutturale che integri pubblico e privato. L’intervento statale risulta quindi imprescindibile per garantire la sostenibilità del sistema assicurativo. Infine, è fondamentale affrontare anche il nodo della fiscalità sui premi assicurativi, che in Italia è tra le più alte d’Europa, con un’aliquota del 22,25%, superata solo da Francia e Finlandia. Se lo Stato decide di rendere obbligatoria l’assicurazione, dovrebbe essere disposto a ridurre o eliminare questa imposta, che incide in modo significativo sui costi finali per i cittadini.