Così come il motto di Donald Trump è America First, quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è Italy First, ovvero prima l’Italia. È questo il leitmotiv di alcuni dossier cruciali, che si tratti di BTP Valore ora in versione BTP Più - titoli di Stato, ergo debito, agli italiani - e di banche - nozze sì, ma tra banche che abbiano DNA rigorosamente made in Italy. Il perno attorno a cui ruota la strategia del governo Meloni è lo stesso: fare in modo che i risparmi degli italiani vengano incanalati in BTP e altri asset finanziari italiani.
Al fine di centrare questo obiettivo, il governo Meloni si è messo all’opera per controllare che tutto avvenga nel rispetto del diktat “Italy First”, sbandierando l’arma del golden power e/o limitandosi a lanciare minacce che non sempre si sono poi concretizzate, che hanno però fatto andare nel panico Piazza Affari, anche in modo pesante: esempio illustre, la tassa sugli extraprofitti delle banche.
Le ultime notizie di cronaca confermano ormai la presenza quasi costante a Piazza Affari di una sorta di Grande Fratello, che vigila sui dossier di Borsa che scottano di più sulla scrivania della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dossier come il matrimonio che non s’ha da fare, ovvero quello tra UniCredit e Banco BPM, o come quello della privatizzazione di Poste Italiane.
Prioritario, salvare i risparmi degli italiani, impedire che finiscano in mani estere. Ma ci sono due pesi massimi di Piazza Affari che rischiano di mandare a monte il piano pro-Italia di Meloni. L’attenzione del governo è tale che un avviso ben preciso è stato lanciato a due gruppi.
UniCredit e Generali: i colossi che blindano i BTP ora spaventano il governo Meloni
A parlare della strategia “Prima l’Italia”, facendo riferimento all’avvertimento che il governo Meloni ha lanciato ai due giganti di Borsa, è un articolo pubblicato su Politico, dal titolo che esprime in modo chiaro il concetto: “Rome warns its financial giants: Italy first!”, ovvero “Roma avverte i suoi giganti finanziari: prima l’Italia!”
I due colossi, attivi nel mondo della finanza, sono quelli le cui ambizioni di M&A si sono scontrate in queste ultime settimane con i desiderata del governo italiano: da una parte UniCredit, colpevole secondo l’esecutivo italiano di voler mettere le mani sulla rivale italiana Banco BPM, impegnata anche nel dossier che la vede interessata alla seconda banca tedesca Commerzbank; dall’altra il colosso delle assicurazioni Generali, in trattative con il gestore patrimoniale Natixis Investment Managers per creare un campione europeo nell’asset management. Eventuali intese, soprattutto quest’ultimo, che rischierebbero secondo l’articolo pubblicato sul sito Politico, di esporre in modo inaccettabile i risparmi degli italiani al controllo dello straniero.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha di fatto rimarcato più volte la necessità che i risparmi rimangano in Italia e vengano investiti in Italia: soprattutto, nel caso di Generali, il timore è che troppi risparmi degli italiani finiscano con l’essere gestiti dai francesi di Natixis, e che quindi vengano incanalati in altri strumenti finanziari, mettendo a rischio il forziere pro-BTP.
È soprattutto Generali il grande motivo di ansia per Meloni
Proprio i titoli di Stato italiani sono quelli verso i quali il governo Meloni vuole incanalare la percentuale più alta possibile dei risparmi dei cittadini italiani; e un sodalizio tra la divisione di asset management di Generali e Natixis, conglomerata con sede a Parigi, porterebbe alla creazione di un gigante con masse AuM da 2 trilioni di euro. Troppo, secondo Politico, per il governo Meloni.
La principale preoccupazione di alcuni funzionari del governo è di fatto che Generali, tra i principali detentori di titoli di Stato italiani, finisca per mollare i BTP e altri titoli del debito sovrano italiano, “abdicando (in futuro, in caso con asse di Natixis) al suo impegno”, finora dimostrato, per blindare le casse dello Stato.
Se ciò avvenisse, ha precisato una fonte, in una situazione di panico dei mercati, i BTP italiani - già mollati tra l’altro così come gli altri titoli di Stato dell’area euro, dai vari piani salvifici della BCE - si ritroverebbero a versare in una condizione di maggiore vulnerabilità.
Perché spaventa anche il dossier UniCredit-Commerzbank-Banco BPM
Ma a spaventare Meloni & Co. è anche una possibile fusione - inizialmente appoggiata - tra UniCredit e la tedesca Commerzbank, contro cui si è opposto subito lo stesso governo tedesco.
Per l’Italia, in un momento in cui UniCredit punta a far entrare nella sua galassia anche Banco BPM, la paura di Meloni sembra essere giustificata da uno stesso report firmato dall’agenzia di rating Moody’s che, nel mese di ottobre, ha affermato che un bilancio di Piazza Gae Aulenti più made in Germany “indebolirebbe la correlazione intrinseca tra il merito creditizio di UniCredit e quello dello Stato italiano”, dunque la correlazione che esiste al momento tra il rating dei bond della banca guidata dal CEO Andrea Orcel e il rating dei BTP.
Diversa la versione data dal presidente di Commerzbank ed ex banchiere della BCE ed ex numero uno della Bundesbank Jens Weidmann, l’anti Draghi per eccellenza, che ha affermato invece che eventuali nozze tra UniCredit e Commerzbank corrisponderebbero a una “mutualizzazione del debito sovrano attraverso la porta sul retro”, assicurando vantaggi alla banca italiana, ma esponendo i clienti di Commerzbank all’instabilità potenziale dell’Italia, che potrebbe esplodere in qualsiasi momento a causa del debito pubblico monstre di Roma.
I BTP a rischio nelle mani di UniCredit e Generali
In ballo c’è molto. Stando a quanto emerge dalla documentazione di UniCredit e Generali, i titoli di Stato italiani (BTP & Co.) presenti nei bilanci di UniCredit e Generali ammontano rispettivamente a 38 miliardi circa e a più di 30 miliardi di euro.
Entrambi gli istituti italiani hanno preferito non rilasciare commenti a Politico.
Il timore che i risparmi italiani finiscano in mani francesi attraverso un possibile accordo tra Generali e la francese Natixis è stato commentato in particolare da Alessandro Aresu, analista di geopolitica e consigliere dell’ex presidente del Consiglio Mario Draghi che, interpellato da Politico, ha ricordato tutte le manovre con cui attori finanziari made in France hanno cercato di mettere le mani sulle aziende italiane, in un contesto in cui quella percezione italiana dell’“imperialismo economico francese” non è mai rientrata.
D’altronde, Aresu ha ricordato come diverse siano state le mosse con cui il colosso bancario francese Crédit Agricole, tra l’altro azionista di maggioranza di Banco BPM, ha rilevato diverse banche italiane locali, concentrate soprattutto nel Nord dell’Italia; idem ha fatto BNP Paribas, che controlla la Banca Nazionale del Lavoro dal 2008.
Per non parlare poi del fatto che il CEO di Generali, Philippe Donnet, sia francese. Parigi ha inoltre preso il controllo di diverse società italiane attive nei settori del lusso e di media.
Vero è che alla fine il progetto di fusione tra l’italiana Fincantieri e la francese Chantiers de l’Atlantique è collassato, in questo caso a causa dell’opposizione francese.
Ma Meloni ha criticato tutti queli accordi che lei stessa vede come potenziali assalti da parte di Parigi dei cosiddetti gioielli di Stato italiani, incluso quello che dato vita al colosso dell’auto italo francese Stellantis.
Di conseguenza, non è sorprendente, secondo l’analista Aresu, che Roma abbia una “paura atavica di Generali che finisca nella sfera della Francia”.
Di conseguenza, “la fiducia dell’Italia non sarà ripristinata fino a quando non si presenteranno accordi significativi in cui sarà un attore italiano a indossare le vesti dell’acquirente”. Un acquirente che possa finalmente smorzare il timore del governo Meloni che i BTP finiscano per essere mollati da un nuovo gigante finanziario il cui regista straniero, facendo shopping di aziende italiane, finisca per consigliare ai propri clienti di puntare non tanto sui titoli di Stato italiano, ma, e il dubbio è lecito considerando che si sta parlando della Francia, che tra l’altro non versa in buone acque, sugli OAT, i titoli di Stato d’Oltralpe.