Questa mattina l’Italia si è risvegliata bloccata da un guasto che ha paralizzato la circolazione ferroviaria, lasciando migliaia di passeggeri a terra e scatenando il caos nelle principali stazioni. Ma cosa c’è davvero dietro questo «raro guasto» che ha colpito il nodo ferroviario di Roma, fermando il Paese intero per ore?
Avevo programmato di partire da Torino Porta Susa alla volta di Roma Termini con un treno Italo, partenza originaria da Porta Nuova. Inizialmente, il treno ha annunciato 55 minuti di ritardo. Poi, la cancellazione definitiva.
In stazione, la situazione è rapidamente degenerata, passando dalla confusione al panico e, in alcuni casi, alla rivolta. I passeggeri cercavano disperatamente risposte, mentre le prime notizie parlavano addirittura di un attacco hacker. Tuttavia, fonti ufficiali hanno subito smentito questa ipotesi, confermando che il problema era dovuto a una disconnessione dei sistemi informativi. Rfi ha escluso qualsiasi attacco esterno, parlando di un «guasto raro» agli impianti di Roma Termini e Roma Tiburtina, che ha portato alla cancellazione di decine di treni e a un rallentamento significativo del traffico.
Eppure, qualcosa non quadra. Un amico che lavora nelle ferrovie mi ha confidato che, in casi di guasti importanti, la strategia è fermare i treni Freccia e Italo per evitare ulteriori complicazioni, bloccandoli nelle stazioni o lungo le tratte. Tuttavia, questa decisione finisce per paralizzare l’intero sistema ferroviario. Ma se il guasto è localizzato a Roma Termini, perché bloccare tratte ben lontane, come la Torino-Milano o la Reggio Emilia?
Mi sembra un ragionamento di buonsenso che i treni, almeno fino a Firenze, potessero circolare, attendendo in stazioni sicure che la situazione a Roma venisse risolta. Bloccare un intero Paese per un problema localizzato non sembra solo una mancanza di efficienza, ma anche una minaccia all’economia nazionale, già in crisi.
Non posso fare a meno di chiedermi se questo blocco totale non nasconda altro. Forse, si cerca di creare panico, per giustificare leggi più stringenti in materia di sicurezza? Come diceva Andreotti: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca».
In fondo, è ben noto che «chi vende il panico, vende anche la cura».